Quando muore Erode (detto “il grande”, meglio sarebbe chiamarlo “il sanguinario”), Giuseppe di Nazareth fuggito in Egitto con Maria sua sposa, e Gesù bambino, si appresta a tornare a casa. Scrive l’evangelista Matteo: “Avendo poi saputo che era re della Giudea, Archelao, al posto di suo padre Erode, Giuseppe ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea e, appena giunto, andò ad abitare in un città detta Nazareth, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: Sarà chiamato Nazareno” (Mt. 2, 22-23).
“Il germoglio”
Ma dove Gesù è profetizzato “Il Nazareno”? Quale dei profeti, prima che Egli nasca, lo chiama così? Apparentemente nessuno, stando alle nostre traduzioni dell’Antico Testamento, ma occorre risalire al testo originale dei profeti e tutto si fa chiaro, anzi bellissimo. La storia stessa d’Israele ce lo conferma. Il nome ebraico “Nazareth” ha la stessa radice verbale “naszar”, che significa “germoglio”, e questa parola cominciamo a trovarla in Isaia, capitolo 11, versetto 1: “Un germoglio (=“naszar”) spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici, su di Lui si poserà lo Spirito del Signore”. Innumerevoli sono i passi di Isaia, in cui Gesù è profetizzato come “il germoglio di Davide”, il più bel “fiore” della sua stirpe: in ebraico, sempre come “il naszar” di Dio e del suo popolo. “Il germoglio del Signore crescerà” (Is 4,2); “Una cosa nuova proprio ora mette germoglio” (Is 43, 19); “É cresciuto come un germoglio davanti a Lui” (Is 53, 2). “Il germoglio”, il “virgulto”; “il fiore”, come traduce qualcuno, è Gesù; il “naszar” (=germoglio) è proprio Lui.
“Naszar” è la stessa radice di Nazareth, paese mai citato nell’Antico Testamento, il paese di cui mai sarebbe venuto qualcosa di buono (Gv, I, 46). Anche Nazareth vuol dire dunque “germoglio”. Perché? Che c’entra?
Appunti di storia
Così Gesù, come profetizzò Isaia e Matteo riporta all’inizio del suo Vangelo, ancora oggi è conosciuto come Gesù il Nazareno. Con questo nome, Gesù sarà chiamato nei secoli, amato e odiato: Gesù di Nazareth, Gesù il Nazareno. Così l’ha chiamato (Isaia (11, 1) 700 anni prima che Lui nascesse: era il tempo del re Acaz, un violento, quando Isaia cominciò la sua missione. Poi venne re Ezechia, pio sovrano, e Isaia continuò a profetare. Gli seguì l’empio re Manasse, cui egli dava fastidio: così Isaia finì martire per la Verità e la Giustizia, martire per il Messia venturo. Si era, attorno al 700 a. C. in quel secolo, in quegli anni, sui sette colli attorno alla foce del Tevere, nel centro della più bella terra del mondo, l’Italia, Romolo e Remo fondavano Roma, “la città della Lupa”, dove Gesù, l’Agnello immolato e risorto avrebbe posto la capitale della sua Chiesa. Il “germoglio” (=”naszar”) sarà pure “il Servo di Dio” sofferente e vittorioso anche sul grande imperium romanum. Fin dall’inizio del mondo, anzi da tutta l’eternità, Dio era venuto preparando la storia umile e grande, in vista del Protagonista, Gesù il Nazareno.
Ma ci domandiamo: “Che c’entra Nazret con “il germoglio”? Ecco come è andata. Ogni famiglia non viene dal nulla, ma possiede una genealogia, meglio, un’ascendenza che risale per i figli d’Israele, fino al capostipite Abramo, quindi fino a Dio. In questa catena di generazione, la famiglia di Gesù discendeva da re Davide, anche se ora si guadagnava il pane con il lavoro delle mani. Nazareth era un piccolo borgo, eppure ha una storia incantevole. Nell’età antica, fino a 750 anni prima di Gesù, al suo posto c’era un villaggio di cui non sappiamo il nome. Quando il re assiro Tlglat-Pileser III, in quel tempo invase e depredò la Galilea, quel villaggio fu abbandonato e cessò di esistere. La Galilea diventò pagana.
Proprio in quegli anni, il profeta Isaia vaticinò che sulla terra di Zabulon e Neftali – appunto la Galilea – in futuro si sarebbe manifestata la Luce del Messia in mezzo a un popolo che camminava nelle tenebre. Con Gesù, arriva il tempo di questa manifestazione (Is 9, 1-2; Ma 4, 13-16). Dopo l’editto del re persiano Ciro (538, a. C.), che conosceva la profezia di Isaia che lo riguardava (cfr Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, XI, 1-2) gran parte del popolo ebraico deportato a Babilonia, tornò nella sua terra. Altri gruppi rimasero in Mesopotamia, e ritornarono in seguito “alla spicciolata”, un po’ per volta.
Circa 170 anni a. C. al tempo dei Maccabei, un clan di discendenti di Davide, di ritorno dall’esilio a Babilonia, ripopolò quella collina dove c’era l’antico villaggio abbandonato da secoli. Anch’essi erano dunque dei “naszar”, dei “germogli” di re Davide e pertanto chiamarono Nazareth il borgo che rifondarono. Dunque a Nazareth erano pressoché tutti “davidici” e tra loro – nazarei o nazareei – erano in gran parte quasi una sola grande famiglia patriarcale… Ma Gesù, di questa famiglia era il Germoglio più illustre, il Virgulto per eccellenza, il Virgulto “unico” (=naszar). Dunque “Gesù sarà chiamato Nazareno”. Sì, “Gesù il rabbi di Nazareth”, il “Gesù Nazareno”.
“Il suo Regno non avrà fine”
Gesù è il Nazareno, il discendente di Davide più illustre, il Principe davidico più regale. Gesù è il Germoglio, l’Erede della stirpe regia di Davide, il Re d’ Israele. Chi lo invocava “Figlio di Davide”, lo riconosceva il Messia tanto atteso e ormai giunto. Ma chi lo odiava come “il clero” del tempio, con il suo sinedrio, s’irritava al massimo sentendo chiamarlo così. Già l’aveva detto Gabriele, l’Angelo dell’annuncio a Maria, di Lui: “Sarà grande e chiamato (perché lo è) il Figlio dell’Altissimo, Dio gli darà il trono di Davide, suo padre, e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo Regno non avrà fine” (Lc 1, 32).
E sarà scritto sul suo capo coronato di spine, di Lui inchiodato alla croce: “Gesù Nazareno, il Re dei Giudei”. Lo scriverà Pilato il proconsole di Tiberio, l’imperatore di Roma, la “Città della lupa” che pure sarà conquistata dall’Agnello di Dio. Sarà scritto in ebraico, greco e latino, così che le genti dell’ecumene, di ogni lingua, comprendano che Gesù è il Re del mondo.
Lui, il Nazareno, è il Salvatore di chi lo segue, ma guai a chi lo sfida, chi lo contrasta e chi lo combatte, ché dovrà riconoscere con la faccia nella polvere, come Giuliano l’apostata: “Galileo, Nazareno, hai vinto!”.
Candidus