Cerca nel blog

venerdì 12 giugno 2026

IL CULTO DELL'UOMO È IL VERO "PROBLEMA DELL'ORA PRESENTE - ANNO LII - 15 MAGGIO 2026



ANNO LII - 15 MAGGIO 2026


Con la teologia del Vaticano II (Dignitatis humanae personae) si esalta, come principio assoluto e intangibile, la dignità della persona umana, ai cui diritti si sottomettono la verità e il bene.

Questa concezione inaugura la religione antropocentrica dell'uomo, il culto della falsa libertà e non della verità[1]; e fa dimenticare l’austerità cristiana e la beatitudine celeste[2].

Nella Morale e nei costumi, il medesimo principio dimentica l'ascetica cristiana, dal momento che l'uomo deve cercare la sua pienezza sulla terra[3]. La religione dell'uomo antepone il piacere al dovere, giustificando, a questo titolo, i metodi anticoncezionali come i “matrimoni” dei divorziati risposati o delle persone dello stesso sesso.

Nella vita pubblica, la religione dell'uomo non comprende la gerarchia e propugna l’ugualitarismo proprio dell'ideologia marxista, che è contrario all'insegnamento naturale e rivelato, il quale attesta l'esistenza di un ordine sociale richiesto dalla natura stessa.

Nella vita religiosa, lo stesso principio preconizza un ecumenismo che, a beneficio dell'uomo, metta d'accordo tutte le religioni[4]; preconizza una Chiesa trasformata in istituto di assistenza sociale. Da ciò, la preoccupazione eccessiva per la promozione sociale, come se la Chiesa fosse soltanto un più esteso organismo di assistenza sociale. Da ciò, e allo stesso modo, la secolarizzazione del clero, il cui celibato viene considerato qualcosa di assurdo, così come si considera strano il genere di vita del sacerdote e l’abito talare, intimamente legato al suo carattere di persona consacrata, in modo esclusivo, al servizio dell'altare.

Nella liturgia, si riduce il sacerdote a semplice rappresentante del popolo o “presidente dell’assemblea”[5]. Evidentemente il rilassamento morale e la dissoluzione liturgica non possono coesistere con l’immutabilità del dogma.

mercoledì 10 giugno 2026

IL "SIONISMO POLITICO-MISTICO" COME PREPARAZIONE DEL REGNO DELL'ANTICRISTO - ANNO LII - 30 APRILE 2026

 



ANNO LII -30 APPRILE 2026


Il “Sionismo politico-mistico” come preparazione del regno dell’anticristo

Il rabbino livornese Elia Benamozegh, conobbe un giovane cattolico di Lione, di nome Aimé Pallière. Costui, sotto l’influsso dell’incipiente crisi modernista, si trovava «alla ricerca di un’esperienza religiosa che non trovava più nel Cattolicesimo. Pallière mostrò l’intenzione di convertirsi all’Ebraismo ma, Benamozegh lo dissuase; il giovane francese aveva per Benamozegh un compito particolare, quasi provvidenziale, che poteva compiere solo restando Cristiano.

Pallière doveva essere il messaggero della dottrina dei Noachidi, secondo la quale gli Ebrei avevano funzione di sacerdoti del genere umano. Per rendersi conto di questa missione, Pallière non aveva bisogno di convertirsi, ma solo di “purificare” la propria religione da alcuni errori: l’Incarnazione e la Trinità …» (Raniero Fontana, Aimé Pallière. Un “cristiano” a servizio di Israele, Editrice Àncora, Milano, 2001).

domenica 7 giugno 2026

DALL'ERMENEUTICA DELLA ROTTURA ALLA SINODALITÀ: L'ATTUALITÀ DELLA DIAGNOSI DI ROMANO AMERIO




Dall'Ermeneutica della Rottura alla Sinodalità:
L'Attualità della Diagnosi di Romano Amerio

Il presente commento prende spunto da una relazione tenuta da Romano Amerio in occasione del Convegno Teologico di sì sì no no, successivamente pubblicata sulle pagine dell'omonimo periodico (Anno XXII, n. 7, 30 aprile 1996) con il titolo La dislocazione della funzione magisteriale nella teologia dopo il Concilio Vaticano II. A distanza di trent'anni, la riflessione di Amerio conserva una sorprendente attualità e offre una chiave interpretativa particolarmente significativa per comprendere alcune delle principali dinamiche ecclesiali sviluppatesi nel periodo successivo al Concilio e, in modo speciale, negli ultimi pontificati.
La lettura del saggio di Romano Amerio, pubblicato nel 1996, suscita oggi un'impressione singolare. A quasi trent'anni di distanza, molte delle sue osservazioni sembrano aver acquisito una rilevanza ancora maggiore alla luce degli sviluppi più recenti della vita della Chiesa.
Amerio sosteneva che la crisi ecclesiale non consistesse principalmente nella negazione esplicita dei dogmi, bensì nel trasferimento pratico dell'autorità dottrinale dal Magistero all'opinione teologica dominante. La verità rivelata avrebbe progressivamente cessato di essere presentata come un deposito ricevuto e trasmesso, per diventare materia di continua rielaborazione secondo le esigenze pastorali, culturali e storiche di ogni epoca.

mercoledì 3 giugno 2026

LA DISLOCAZIONE DELLA FUNZIONE MAGISTERIALE NELLA TEOLOGIA DOPO IL CONCILIO VATICANO II, ROMANO AMERIO


LA DISLOCAZIONE DELLA FUNZIONE MAGISTERIALE NELLA TEOLOGIA DOPO IL CONCILIO VATICANO II

ANNO XXII - N.7 - 30 APPRILE 1996
Convegno Teologico di sì sì no no
Romano Amerio

Ruunt saecula, stat veritas.
Immo, stante veritate,
stat homo, stat mundus.
Circumversamur undique, et deversamur; 
sed veritas nos erigit.
Amice, siste fugam, pone te in centro,
ubi nullus motus,
sed vita, immo: vita vivificans.

Scorrono i secoli, ma la verità sta.
Anzi, se sta immobile la verità,
immobile sta anche l'uomo, sta anche il mondo.
Siamo circondati da ogni parte, e deviati,
ma la verità ci tiene ritti.
Amico, ferma la fuga, collocati al centro,
dove non c'è movimento,
ma vita, anzi, vita vivificante.

Dovendo dare un contributo al Convegno Teologico di sì sì no no, vorrei sviluppare questo principio: la crisi della Chiesa cattolica è una crisi di dislocazione dell'autorità magisteriale che, dall'autorità del Magistero universale, passa all'autorità dei teologi. Dislocazione che fu subito avvertita perché, negli anni appena a ridosso del Concilio, ci fu una viva reazione. Ma la gran massa dei teologi, in questi sei ultimi lustri, è riuscita a realizzare la rivendicazione che essi allora si proponevano di compiere: che, cioè, i teologi stessi fossero riconosciuti come partecipi dell’officio didattico della Chiesa; io ho tra le mie carte molti ritagli, molte prove, che la cosa era sentita come un pericolo.

Il concilio — bisogna dirlo — su questo punto affermò la dottrina perenne della Chiesa. Ma il pericolo si è pronunziato subito dopo. Qui non bisogna infatti dimenticare il gran principio metodico dei neoterici, Vescovi e periti conciliari: costoro indussero surrettiziamente nei testi proposti al Vaticano II delle espressioni anfibule, che essi stessi si riservavano, a pubblicazione dei testi avvenuta, di interpretare in senso novatore. Questa è stata la strategia perpetrata, e perpetrata esplicitamente, dai modernisti. C'è, a questo proposito, una dichiarazione importantissima — riferita anche in Iota Unum — del gesuita olandese Edward Schillebeeckx, che suona espressamente: «Noi — le idee che ci premono — le esprimiamo in una maniera diplomatica, ma dopo il Concilio tireremo le conclusioni implicite». Quindi, come dire: — Usiamo uno stile diplomatico, cioè, secondo la forza della parola, «doppio», in cui la lettera viene formata in vista dell’ermeneutica, illuminando o annerendo le idee che ci premono o che non ci convengono. Si formarono così dei documenti conciliari che, supponendo una successiva ermeneutica lassista e svigorente, andavano ad appoggiare le sentenze neoteriche. Senza contare che lo scandalo principale e radicale, da attribuire a Giovanni XXIII, fu dovuto al fatto che egli acconsentì che gli osservatori protestanti al Concilio non soltanto assistessero ai lavori delle commissioni, ma vi cooperassero in guisa tale che alcuni testi del Concilio sono non solo una elaborazione di teologi, e non di vescovi, ma di teologi protestanti.

venerdì 29 maggio 2026

LUCE DELL'APOCALISSE, LE DUE BESTIE, P. ROGER TH. CALMEL, O.P. - PARTE V



P. Roger Thomas Calmel O.P.
Estratto dal libro teologia della storia

Le due Bestie

Tutta la successione della storia fino alla consumazione dei secoli, sta solo a spiegare ciò che fu dato una volta per tutte, e non certo per inventare un nuovo genere di dono. La successione dei secoli è in una dipendenza che possiamo definire intrinseca nei confronti dell'incarnazione redentrice, [1] e serve a rivelarne le ricchezze, a permettere agli eletti di moltiplicarsi, a manifestare la varietà multiforme della loro partecipazione all'amore e alla croce di Gesù, a testimoniare la maternità spirituale della santa Vergine. Del fiume della storia che scorre ai piedi della Madonna, potremmo dire, citando i versi di Péguy:

E questo fiume di sabbia e questo fiume di gloria
è qui solo per baciare il vostro augusto manto.


I tempi sono compiuti; è suonata l'ora della misericordia e della insuperabile liberalità del Padre dei cieli nei confronti della specie umana: "Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma che l'ha sacrificato per tutti noi, come non sarà disposto a darci ogni altra cosa insieme con lui?" (Rom. 8,32). Senza dubbio la Parusia, il secondo avvento del Figlio dell'Uomo, deve portare un mutamento inimmaginabile. Come possiamo infatti immaginare il corpo glorificato, interamente trasparente, di un'anima tutta santa? Come possiamo immaginare quella nuova terra in cui gli uomini saranno come angeli, "poiché né gli uomini avranno moglie, né le donne marito" ? (Mt. 22,30). Ma quali possano essere le proprietà miracolose dello stato che seguirà il giudizio ultimo, non si produrranno cambiamenti essenziali. Poiché l'essenziale è la visione di Dio, fioritura plenaria della grazia santificante. E a questo culmine di felicità e di gloria abbiamo accesso attraverso il sacrificio di Cristo. Ciò che ci verrà dato dopo la Parusia, non sarà che il Cristo che ci fu dato dal presepio, dal calvario e dalla risurrezione: il Cristo che ci fu dato una volta per tutte e che farà esplodere la sua vittoria in pienezza, lasciando traboccare tutta la potenza del suo amore in ognuno dei suoi fratelli e nel corpo mistico che si sarà formato nel corso dei tempi, "in mezzo alla grande tribolazione".

L'evocazione del Drago e della Donna nel dodicesimo capitolo dell'Apocalisse si applica non solo alla Vergine madre di Dio ma anche alla santa Chiesa che imita la Vergine. Come Maria difatti è sempre circondata dalla sua intercessione, la Chiesa è santa, "senza macchia né  ruga", legata a Gesù Cristo come sua sposa, "sponsa Christi"; e generatrice di santi: "mater Ecclesia". Sul destino di questa Chiesa fatta a immagine di Maria e che, come la Madonna, è rappresentata dalla Donna, l'apostolo Giovanni ci svela dei profondi misteri. Ci dice che la Chiesa, perseguitata dal Drago, si nasconde nel deserto; la sua esistenza cioè è prima di tutto segreta, contemplativa, ritirata in Dio, infinitamente distante dalla vita secondo il mondo; in effetti, la Chiesa vive principalmente della vita teologale che la fa vivere in Dio. Nascosta così in Dio, per la carità che la raccoglie in Dio e per i poteri gerarchici che possiede in maniera inammissibile al fine di dispensare indefettibilmente la grazia, a questo doppio titolo ritirata dal mondo e come protetta in un deserto, non deve temere gli attacchi del Drago, in anticipo votati all'insuccesso, poiché la regione in cui la Chiesa ha trovato asilo, cioè la regione della vita edificata nel Signore, la difende come un deserto inaccessibile, un rifugio inespugnabile. Dalla sua fondazione, la Chiesa ha ricevuto "le due ali della grande aquila" per volare al luogo del suo rifugio; lì è al sicuro fino all'ultimo giorno,[2] assistita dallo Spirito di Gesù, nutrita, riconfortata dal suo corpo e dal suo sangue sotto le specie eucaristiche.

Che cosa fa allora il Drago? Irritato dal proprio insuccesso, recluta alleati per lanciarli contro la Chiesa. Per mezzo loro proseguirà la lotta; una lotta senza respiro che si svolge per quarantadue mesi: in altre parole, per tutta la durata dei tempi storici.

Si apposta sull'arena del mare (12,18). Vede salire dal fondo dell'abisso una Bestia enorme e mostruosa a cui comunica le sue forze e la sua grande potenza; senza indugiare oltre, la Bestia si scatena (13,1-10).

Tradotta correttamente, questa allegoria significa che il demonio si introduce nel potere politico allo scopo di volgerlo contro la Chiesa. Il primo degli imperi da lui utilizzati per l'esecuzione della sua volontà di persecuzione è l'impero romano. San Giovanni lo indica come la Bestia del mare poiché Roma, nei confronti dell'isola di Patmos, sorge sull'altra sponda del Mediterraneo; e, poiché Roma è edificata su sette colli, la Bestia del mare viene rappresentata con sette teste ("le sette teste sono le colline sulle quali è assisa" [Babilonia], 17,9).

Così il demonio si introduce nella città politica al fine di combattere con più efficacia la Chiesa e i santi. Ha incominciato servendosi di Roma, e da allora non ha mai smesso. Dopo la caduta dell'impero, quando si instaurò poco alla volta una cristianità, ossia una città relativamente sana, onesta, retta e sottomessa alla Chiesa, il demonio non fu più in grado, come prima, di servirsi delle istituzioni per porre in atto i suoi disegni; le istituzioni, bene o male, erano conformi alla giustizia e permeate di spirito cristiano. Che cosa faceva allora il demonio? Tentava di distogliere i re e gli uomini dall'ideale di giustizia cristiana che era quello della città. Tuttavia, finché la città, nell'insieme, rimaneva cristiana, non diveniva in quanto tale uno strumento dal demonio; non si identificava con la Bestia del mare. Ma da due o tre secoli a questa parte la città politica ha assunto nuovamente le caratteristiche della Bestia rifiutandosi di riconoscere Cristo e la sua Chiesa, è nuovamente persecutrice, sia apertamente che con sistemi camuffati. Tuttavia, diversa in ciò dalla Roma pagana, la città moderna non è al servizio dell'idolatria ma piuttosto dell'apostasia: un genere di apostasia che all'occasione possiede la capacità di nascondersi sotto definizioni cristiane. Di modo che la Bestia è più pericolosa ora che all'epoca di san Giovanni.

Ma la Bestia del mare non è sola; un'altra l'aiuta, ed è la Bestia della terra (13,11-18). Imperversa ai giorni nostri più che nei primi secoli, al tempo in cui san Giovanni scriveva la sua opera. Nonostante le tregue momentanee, non sarà sconfitta che alla fine del mondo. Questa Bestia della terra, secondo i più autorevoli commentatori, simboleggia i falsi dottori e le false dottrine, le gerarchie con il loro Vangelo deformato, i portavoce dell'apostasia (sia che neghino il contenuto della rivelazione, sia che, con una erudita alchimia, sapiente e ipocrita, lo alterino e lo corrompano pur mantenendo intatte talune apparenze); da due secoli sono venuti a confondere il Vangelo sia con la predicazione di una libertà utopistica e sfrenata, come nel diciannovesimo secolo, sia, come nella nostra epoca, con la predicazione di un incessante progresso e di un'evoluzione indefinita, in direzione di un ultra-umano che sempre si allontana.

È così che si presenta, secondo il dodicesimo capitolo dell'Apocalisse, l'antagonismo fra il Drago e la Donna. Quindi il demonio conduce la lotta non solo in persona, ma anche per mezzo di due ausiliari formidabili: in primo luogo le istituzioni politiche e poi i falsi profeti; da una parte le forze dell'autorità, la legge, il potere politico, dall'altra il prestigio e la seduzione dell'intelligenza, il sistema, i falsi dogmi o l'arte corrotta.              

Evidentemente, tutte queste precisazioni non sono contenute nel testo, ma si basano su di esso, gli sono conformi, come potremo facilmente convincerci con una paziente e attenta lettura dei commentatori cristiani più autorevoli.[3]



Note:

[1
] Questa dottrina viene illustrata da san Giovanni, nel capo 5 dell'Apocalisse, quando ci descrive in un grandioso affresco come i destini del genere umano siano rimessi a Gesù Cristo, immolato e glorificato; come lui solo sia in grado di aprire il libro dei sette sigilli.
[2] L'indicazione della durata del suo ritiro: un tempo, due tempi, un mezzo-tempo e un codice simbolico che indica il corso dell'intera storia.
[3] In particolare P. ALLO O.P., L'Apocalypse (Gabalda, Parigi) o il riassunto che ci da padre Lavergne O.P. (stesso titolo, stesso editore).


domenica 24 maggio 2026

MODERNISMO E OCCULTISMO - ANNO XXXV - IUGLIO 2009



ANNO XXXV - N. 13 - IUGLIO 2009

Modernismo e occultismo

Il padre Gioachino Ambrosini s. j., nel 1907, anno in cui vennero promulgati da san Pio X il Decreto Lamentabili (luglio) e l’ enciclica Pascendi (settembre) contro il modernismo, dette alle stampe un interessantissimo libro, intitolato Occultismo e Modernismo (Bologna, Tipografia Arcivescovile). In esso, il dotto gesuita si propone di «svelare le origini occulte» del modernismo e «certe occulte attinenze dell’odierno movimento quale viene espresso nel Santo del Fogazzaro» (p. I). Infatti le origini gnostiche, le attinenze, i collegamenti, le relazioni o i rapporti allora attuali dell’esoterismo – specialmente della Teosofia – col modernismo erano individuati dall’ Ambrosini specialmente nel romanzo Il Santo di Antonio Fogazzaro[1].

San Pio X aveva condannato la filosofia, la teologia, l’esegesi, l’ apologetica e la spiritualità modernistiche; il padre gesuita scorgeva alla fonte di tali errori una dottrina segreta o occultistica e, dopo aver studiato l’occultismo più in voga nei primi anni del Novecento, vi scorgeva delle attinenze, connessioni, nessi o legami col modernismo. Nel suo libro (circa 360 pagine) egli dimostra sia le origini esoteriche del “collettore di tutte le eresie” sia i rapporti del modernismo con l’ occultismo.

mercoledì 20 maggio 2026

L’UMANESIMO E GLI UMANESIMI, P. ANTONIO MESSINEO, S.I.

Un argomento, al quale da qualche anno a questa parte sono stati dedicati parecchi studi, è quello che riguarda l'umanesimo moderno o nuovo umanesimo.

 L’UMANESIMO E GLI UMANESIMI 

P. Antonio Messineo, S.I.
La Civiltà Cattolica
Anno 107 - Vol. III - 1956
 

Un argomento, al quale da qualche anno a questa parte sono stati dedicati parecchi studi, è quello che riguarda l'umanesimo moderno o nuovo umanesimo. L'aggettivo o gli aggettivi con i quali viene contrassegnato, giacché essi sono molti, come sarà accennato, dicono come questo umanesimo, di cui tanto si occupa la speculazione contemporanea, non ha che una scarsa connessione storica con quello ben conosciuto del nostro rinascimento, e, se si vuol scoprire un certo collegamento tra l'uno e l'altro, occorre andare a fondo alla tendenza letteraria ed estetizzante rinascimentale, per raggiungere la concezione dell'uomo che ad essa era soggiacente. Nel fatto, bisogna pure ammettere che un movimento culturale di così larga risonanza europea, quale fu l'umanesimo rinascimentale, non può esser ridotto a un semplice ripiegamento sui classici, alla loro rivalorizzazione, al loro studio e al loro culto. Senza dubbio, questo fu uno degli aspetti più appariscenti, ma in quel culto del classicismo e degli autori che ne sono i principali rappresentanti era implicita la rivalorizzazione del pensiero e dei costumi, cui essi si erano ispirati. Non per nulla al culto letterario si è aggiunto un certo atteggiamento critico verso il cristianesimo ; dal denunciato barbarismo della lingua della Bibbia e della Chiesa si passò ad un uguale atteggiamento verso l'istituzione e la sua dottrina, con sfumature ostentatamente paganeggianti nel pensiero e nella condotta privata e pubblica, come dimostrano le avventure di Pomponio Leto e la vita di Lorenzo Valla.


Post più popolari