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giovedì 20 agosto 2026

NEBBIE DEL «RIVELAZIONISMO» E LUCE DELLA FEDE - SÌSÌ NONO - ANNO XVI - AGOSTO 1990 - N. 14

 



ANNO XVI - AGOSTO 1990 - N. 14
Quindicinale Cattolico Antimodernista

NEBBIE DEL «RIVELAZIONISMO» 

E LUCE DELLA FEDE


Nota della Redazione

Nel seguente articolo il padre Calmel O.P. illumina opportunamente non soltanto sul comportamento da tenere nella tormenta dell'attuale rivoluzione modernista ispirata da demoni «fra i peggiori ingannatori delle anime», ma anche sull'atteggiamento corretto da assumere dinanzi alle rivelazioni private, che oggi sembrano moltiplicarsi come non mai. Atteggiamento che si riassume nell'evitare tanto di «disprezzare per principio le manifestazioni del meraviglioso» quanto di «essere scioccamente creduli o vanamente agitati». E ciò ad imitazione della Chiesa, fedele ed intelligente Sposa di Cristo, che «non respinge né può respingere il meraviglioso, le rivelazioni e i miracoli», ma «mette al di sopra di tutto, e senza confronti, la vita teologale e la santità». È chiaro che la Chiesa di cui parla qui il padre Calmel non ha nulla a che vedere con quegli uomini di Chiesa che o respingono per partito preso ogni manifestazione del soprannaturale o, dopo averle esaminate e approvate, non ne tengono nessun conto, come è accaduto per Fatima, le cui richieste dopo 60 anni attendono ancora di essere soddisfatte.

N.B. La traduzione [dal francese] e i sottotitoli sono della nostra redazione.

mercoledì 19 agosto 2026

MODERNISMO IERI E OGGI - SS NN - ANNO I - GENNAIO 1975

 


ANNO I - GENNAIO 1975 - N. 01
Quindicinale Cattolico
Antimodernista

MODERNISMO IERI E OGGI!


Giugno 1951 — «Palestra del Clero» esce con un numero speciale tutto dedicato a Pio X proclamato Santo da Pio XII.

I Santi anche dopo morte rimangono segno di contraddizione:
« segno d'immensa invidia
e di pietà profonda
e d'inesinguibil odio
e d'indomato amor ».

S. Pio X e la Chiesa

E San Pio X rifulge nella terna dei grandi pontefici con Leone XIII e Pio XII, per la Sua azione poderosa nel governo della Chiesa. Qui c'interessa appunto la Sua opera all'interno della Chiesa, opera che è il compito specifico del successore di Pietro, compito di vigile scolta e di Pastore supremo.
E c'interessa non per un motivo di ricerca erudita o di sentimento nostalgico, ma perché in essa tutto riflette, quasi immagine da nitido cristallo, lo stato attuale della Chiesa; la Chiesa oggi, come altri predilige esprimersi.
A tale scopo rileverò principalmente la documentazione offerta nel fascicolo suddetto di «Palestra del Clero» da Sua Ecc.za Mons. Girolamo Bortignon, Vescovo di Padova, Pio X e il modernismo e da Mons. Fortunato Giavarini, Pio X e la formazione del Clero. L'impressione prodotta dalla lettura dei vari studi, oltre quelli citati (Pio X sommo legislatore, del P. F. Cappello; Pio X e la musica sacra, di Mons. G. Anichini; Pio X e il catechismo, di S. Ecc.za Mons. N. Perini), è del tutto sconcertante: oggi si distrugge punto per punto quanto San Pio X costruì o ricostruì: la dottrina rivelata, la disciplina, il culto, il catechismo, i seminari: cioè tutto il tessuto connettivo della Chiesa cattolica.
Il funesto indirizzo già produce i suoi frutti.
Possiamo pertanto offrirne qualche esemplificazione. Pensate a un sacerdote alla Donat Cattin che senza alcuna formazione teologica, dopo esser sempre rimasto a casa, invece che in seminario, senza aver servito mai una Messa; si sia occupato soltanto di politica, ricavandone questa persuasione, divenuta quindi dogma e norma applicata con cieco fanatismo: con il comunismo — che si imporrà — si può trattare, si può ragionare; con la destra no. Egli ha sempre auspicato l'attuazione nella Chiesa del programma dei modernisti, divulgando in Italia l'umanesimo «cristiano» alla Loisy: con l'esaltazione del laicato e del femminismo a spese del sacerdozio.
Attualmente egli vede il suo trionfo, il trionfo del modernismo, dell'evoluzionismo teilhardiano, del marxismo. Una fatalità per la Chiesa!

martedì 18 agosto 2026

SCISMATICI DI NOME E SCISMATICI DI FATTO - SS NN - ANNO XV – LUGLIO 1989 - N. 13



ANNO XV – LUGLIO 1989 - N. 13
Quindicinale Cattolico
Antimodernista


SCISMATICI DI NOME 

E 

SCISMATICI DI FATTO


La Croix, 1 luglio 1989, p. 10: un successore degli Apostoli in giacca e cravatta, mons. Thomas, Vescovo di Versailles, fa il bilancio del preteso «scisma» di sua ecc.za mons. Lefebvre. Bilancio, che, per lui, naturalmente è positivo, soprattutto perché con ciò si ritiene liberato da ogni cattiva coscienza: lo scomodo mons. Lefebvre, «che pretendeva non solo di essere pienamente cattolico, ma di essere l'unico detentore del vero cattolicesimo», oggi sarebbe finalmente costretto a difendere questa sua posizione «dall'esterno». Dall'esterno della Chiesa, si intende. Perché, per mons. Thomas, neppure c'è da dubitare che lui sia «dentro» e mons. Lefebvre «fuori» della Chiesa.

Sennonché non basta una dichiarazione di scisma a creare uno scisma, se tale dichiarazione non corrisponde ad una realtà scismatica; né basta dichiararsi «dentro» la Chiesa per esservi realmente. Nessun uomo, fosse anche il Papa e cioè la più alta autorità dopo Dio, ha il potere di creare col suo pensiero la realtà; può soltanto constatare.

Premesso ciò, torniamo al Vescovo di Versailles, il quale si rallegra che sia stata fatta chiarezza e di essere finalmente separato – lui, «dentro» la Chiesa – da mons. Lefebvre che ne sarebbe «fuori» e saggiamo la consistenza di questo suo essere «dentro» la Chiesa.

lunedì 17 agosto 2026

LA POLITICA ECCLESIALE DEL «NON INTERVENTO» - SS NN - ANNO XV - 31 MARZO 1989 - N.06


ANNO XV - 31 MARZO 1989 - N.03
Quindicinale Cattolico
Antimodernista

LA POLITICA ECCLESIALE 

DEL «NON INTERVENTO»

Paolo VI beato?

Recentemente la Conferenza episcopale di un Paese dell'America Latina ha avanzato la proposta di beatificare Paolo VI. Decisamente bisogna aver perduto ogni amore alla Chiesa e alle anime e persino il comune buon senso per avanzare una siffatta proposta. Paolo VI beato! Sarebbe come dire che un Papa può santificare se stesso, venendo meno ai suoi doveri di Papa; il che è chiaramente assurdo: un Papa, non meno di una madre, di un padre di famiglia o di qualunque altro cristiano, si santifica attraverso il compimento dei doveri del proprio stato.

Paolo VI e la reazione antimodernista

Il 20 aprile 1970, su Epoca Pietro Zullino, sotto il titolo Coraggio, Papa Paolo!, scriveva: «Giovedi Santo, il Pontefice ha denunciato con parole amarissime le lacerazioni interne della Chiesa». L'articolista affermava che «la maggioranza del clero e dei cattolici rimane fedele al suo [di Paolo VI] insegnamento, ma la questione del celibato ecclesiastico minaccia di aprire una crisi dagli sviluppi imprevedibili». Elencava quindi alcuni esempi di «lacerazione»: «preti sconosciuti [e di nessun valore] e lontanissime suore anch'esse sconosciute e di nessun valore diventano celebri in un attimo»; «Issata la bandiera rossa sopra un seminario di Parigi retto dai Domenicani»; «Persino i gesuiti mettono in discussione l'autorità di Roma»; «l'ex-chirurgo francese Marc Oraison... si batte per la declericalizzazione dei sacerdoti e per l'abolizione del celibato. A Parigi, dove vive, egli capeggia un attivo movimento di preti modernisti»; «In Cile e Perù ci sono state clamorose defezioni di vescovi». Invece «Preti e laici italiani sembrano particolarmente tranquilli».

A questo punto l'articolista parlava della «reazione alla tendenza modernista»: «Pochi giorni fa, il Papa ha ricevuto dalla Germania una "lettera di fedeltà" con le firme di 1.600 Sacerdoti. Un documento analogo, con 240 firme, gli è giunto da Lione [il che è dir tutto!]. In Francia, i tradizionalisti stanno organizzando un movimento che si chiama "Rénovation de l'ordre chrétien" [e non era il solo: l'abbé Coache dirigeva il movimento Combat de la Foi, e per questo era stato espulso dalla sua parrocchia!]. In Italia sorge un'associazione similare che per insegna si è data il motto: "Fortes in fide"». Ed ecco l'osservazione conclusiva dello Zullino: «Ma non è sicuro che il Papa approvi le iniziative tradizionaliste: in fondo, esse contribuiscono solo a radicalizzare il conflitto». Purtroppo era vero: Paolo VI non gradiva la reazione antimodernista e i fedeli cattolici (cioè la maggioranza contro la minoranza proterva e aggressiva dei neomodernisti), che si rivolgevano a Papa Montini, come al Vicario di Cristo, cui Gesù ha commesso la custodia del Suo gregge, la difesa della dottrina rivelata e la conservazione della Chiesa, così come Gesù l'ha voluta, rimanevano immancabilmente senza risposta e senza sostegno.

domenica 16 agosto 2026

LA TRADIZIONE. IL CONCILIO E I «TRADIZIONALISTI» - SS NN - ANNO XV - FEBBRAIO 1989 - N.03

 



ANNO XV - FEBBRAIO 1989 - N.03
Quindicinale Cattolico
Antimodernista

LA TRADIZIONE, IL CONCILIO 

E I 

«TRADIZIONALISTI»

I

Il Concilio e la Tradizione

«Mons. Lefebvre non capisce la realtà della Tradizione. – Così nell'intervista concessa alla televisione italiana il card. Ratzinger – Il Santo Padre sia nella sua lettera scritta in occasione del tempo pasquale sia nel suo Motu Proprio ha indicato bene il concetto di tradizione e il fondamento del dissenso. C'è un'idea molto fissa di tradizione, una volta per tutte fissata in certe formule e tradizione che è un'idea vivente sempre ispirata ad una grande fedeltà, ma anche con il dinamismo dello Spirito Santo che sempre più ci induce nella verità» [1].

Ed ecco i testi cui fa riferimento il card. Ratzinger:

  1. «Mentre la prima tendenza [= i "progressisti"] sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l'altra [= i "conservatori" o "integristi"] invece vede il giusto soltanto in ciò che è "antico" ritenendolo sinonimo della Tradizione. Tuttavia non è l'"antico" in quanto tale, né il "nuovo" per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della Storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia "dal suo tesoro cose nuove e antiche" (cfr. Mt. 13,52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico (cfr. Lumen Gentium, 25)» [2].
  2. «La radice di questo atto scismatico è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione, "che – come ha insegnato chiaramente il Concilio Vaticano II – trae origine dagli Apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo: infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali la meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità.

Ma è soprattutto contraddittoria una nozione di Tradizione che si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi. Non si può rimanere fedeli alla Tradizione rompendo il legame ecclesiale con colui al quale Cristo stesso, nella persona dell'apostolo Pietro, ha affidato il ministero dell'unità nella sua Chiesa» [3].

Il monito coinvolge tutti coloro che, appellandosi alla Tradizione cattolica, resistono al nuovo corso ecclesiale. Esamineremo, perciò, alla luce della dottrina cattolica l'ortodossia della posizione dei cosiddetti «tradizionalisti». Tanto più che lo stesso Santo Padre, a conclusione, invita tutti i fedeli cattolici ad una «sincera riflessione circa la propria fedeltà alla Tradizione della Chiesa, autenticamente interpretata dal Magistero ecclesiastico, ordinario e straordinario, specialmente nei Concili ecumenici da Nicea al Vaticano II. Da questa riflessione, tutti devono trarre un rinnovato ed efficace convincimento della necessità di migliorare ancora tale fedeltà, rifiutando interpretazioni erronee ed applicazioni arbitrarie ed abusive, in materia dottrinale, liturgica e disciplinare» [4].

sabato 15 agosto 2026

IL "DIO QUATTRINO,, CAPUCCINO - ANNO I - FEBBRAIO 1975

 



ANNO I - FEBBRAIO 1975

Il "dio quattrino,, 

Cappuccino

I calendari fatti dai Religiosi hanno lo scopo di non far entrare nelle famiglie calendari profani, con figure oscene, e contemporaneamente, hanno lo scopo di suggerire pensieri religiosi, anche se frammisti a proverbi e consigli di vario genere. Se mancano a questi scopi, i Religiosi non hanno motivo di fare un proprio calendario: è solo una speculazione economica. Se poi i Religiosi si mettono sulla scia del permissivismo o lassismo di moda nell'attuale società paganeggiante, è uno scandalo.
Abbiamo qui davanti a noi il calendario di Frate Indovino, della Provincia Cappuccina dell'Umbria (Perugia), il più vecchio, il più rinomato, il più venduto tra i calendari fatti da Religiosi.
In prima pagina c'è un vecchio Cappuccino, il cui viso non esprime bonarietà — come vorrebbe — né spiritualità, bensì malizia. La mano destra ha l'indice e il medio alzati, in segno di vittoria, ma — sfogliando il calendario — ci si avvede che non è una vittoria del bene, ma della pornografia.
Sopra la figura del vecchio Frate ci sono due donne — suocera e nuora — con le scope in mano: vorrebbero significare — come è spiegato nell'ultimo foglio — non solo la riconciliazione tra suocera e nuora, in occasione dell'Anno Santo, ma tutte le possibili riconciliazioni.
Le due donne fanno mostra di accentuate forme femminili, anche se coperte, e la nuora, in più, ha le mezze cosce scoperte e ben visibili.
Per ogni foglio mensile i consigli di Frate Indovino, tra i quali nulla di spirituale o di religioso. Inoltre ogni pagina offre una presunta caricatura (circa 15 x 25), in cui sono caricate le forme femminili sia della suocera che della nuora! Quattro vignette sono scandalose, come abitualmente quelle dei calendari dei barbieri.
Il lato umano, spirituale e religioso della riconciliazione nella vignetta del mese di Novembre, si risolve in una comune trincata tra suocera e nuora, con la didascalia: «Almeno in cantina... armonia divina». Così la caricatura dell'Anno Santo e del Divino è completa!
Tutte e dodici le indecenti caricature, nella decadenza attuale, facilitano la diffusione e la vendita del calendario di Frate Indovino.
Non è stato sceso qualche scalino, ma è stato fatto un ruzzolone per tutte le scale; né i Superiori Maggiori si avvedono che, in tal modo, i Cappuccini si fanno fautori della... cristiana immodestia, concorrendo ad adattare sempre più le maglie della moralità.
Sembrerebbe, nello sfogliare il calendario, che il direttore, P. Mariangelo da Cerqueto O.F.M. Capp., si premuri di pensare e far pensare per tutto l'anno sempre alla stessa cosa. Così è perseguita e diffusa in milioni di famiglie «l'imitazione di Cristo nell'ascetismo e nell'apostolato»!
Dove si dimostra che per il «dio quattrino» è scartato il Dio Trino, Madonna e Santi, Cappuccini e non, compresi.

venerdì 14 agosto 2026

LA QUESTIONE SOCIALE E L'EPISCOPATO CATTOLICO - MONS. GIUSEPPE BALLERINI

 


LA QUESTIONE SOCIALE E L'EPISCOPATO CATTOLICO

Mons. Giuseppe Ballerini

Rivista Internazionale di Scienze Sociali
 e Discipline Ausiliarie
 Vol. 14, Fasc. 53
Maggio 1897 

Più di un mezzo secolo fa un uomo d'eletto ingegno scriveva:

«Come volete voi che gente che non sa nè come, nè perchè sia a questo mondo, sappia ciò che deve far della vita? E come volete che, non sapendo ciò che debba far della vita, sappia poi come debbasi costituire, ordinare e dirigere la società? Chi ignora il destino dell'uomo, ignora quello della società; e chi ignora il destino della società, non è in grado di organizzarla. La soluzione del problema politico sta tutta in una fede morale e religiosa. Questa fede oggi manca; e fino a tanto che essa non sarà trovata, tutte le rivoluzioni materiali immaginabili non potranno giovare a nulla. Il segreto della condizione presente sta tutto in ciò.» [1]

Quello che il Jouffroy asseriva al suo tempo della questione politica, a maggior ragione dobbiamo noi oggi ripetere della questione sociale. «Il segreto della condizione presente è tutto nella mancanza di una fede e nella necessità di ritrovarla.» Ne sentons-nous pas tous vaguement, si chiedeva testé il De Pressensé nella Revue des Deux-Mondes del 15 febbraio, qu'il s'est passé quelque chose de tragique dans l'âme de ce peuple, qu'il a perdu la foi?

La società aveva già trovata da molti secoli questa fede in seno al Cristianesimo ed alla Chiesa cattolica, ed in questa fede aveva pur trovato il principio e la radice di ogni giustizia [2] non solamente spirituale ed interiore, ma pur anco sociale ed esteriore. Ma oggi non è più così. Tutto si è messo in opera e tutto si è fatto congiurare allo scopo di sradicare la fede dal cuore dei popoli; la scienza e le lettere, le arti e la storia, l'istruzione e l'educazione, la stampa e la scuola – e tutto ormai fu dissacrato e scristianeggiato nella società – le istituzioni e le amministrazioni, le leggi e i tribunali, il matrimonio e la famiglia, in una parola, tutte le funzioni della vita umana, dalla nascita alla morte. Non mai come nel nostro secolo si è verificato alla lettera Vastiterunt reges terrae et principes convenerunt in unum adversus Dominum et adversus Christum eius, perchè non mai come nel nostro secolo i pubblici poteri furono più docili strumenti dell'empia setta che ha giurato il nolumus hunc regnare super nos.

«Si vogliono cancellare venti secoli di storia e di civiltà, hanno detto i vescovi lombardi nella loro splendida pastorale contro la massoneria ed il socialismo, per ricacciarci al paganesimo, per disfare ciò che ha fatto il cristianesimo e ricostruire l'uomo in quella indipendenza di pensieri, d'affetti, d'azioni, che è la peggiore delle schiavitù, perchè è il dominio delle passioni sulla nostra parte migliore.» [3] E tutto questo nel gergo moderno vuol dire progresso, civiltà, libertà!

giovedì 13 agosto 2026

LA SANTA VERGINE DEI TEMPI DELL'ANTICRISTO - P. ROGER CALMEL, O.P. - ANNO XVI - 30 SETTEMBRE 1990

 




LA SANTA VERGINE DEI TEMPI DELL'ANTICRISTO
Anno XVI - 30 Settembre 1990 P. Roger-Thomas Calmel, O.P.

Se "Gesù Cristo non è facoltativo" (card. Pie) anche la Vergine Sua Madre non è facoltativa. Gesù Cristo non è soltanto il Verbo Incarnato, è il Verbo incarnato in Maria: "et incarnatus est... ex Maria Virgine". Nel piano divino, Maria è così intimamente associata all'opera della redenzione e santificazione del genere umano che senza di lei ci è impossibile salvarci (cfr. Pio IX Ineffabilis Deus). Nella vita cristiana, quindi, la devozione a Maria non è una devozione accessoria; è una devozione essenziale, indispensabile; devozione subordinata, ma inseparabile dalla devozione a Nostro Signore Gesù Cristo. Non si attinge alla Sorgente se non per mezzo dell'Acquedotto, come San Bernardo chiama significativamente la Madonna.
Si può, dunque, ben capire quanto abbia di diabolico la "nouvelle vague" che, in nome del Concilio, mira a "ridimensionare" nel cuore dei cattolici la devozione a Maria Santissima, ecumenicamente troppo scomoda.
I privilegi, che conferiscono alla Vergine Santissima una dignità che San Tommaso definisce "in un certo modo infinita" ("quandam dignitatem infinitam" S. Th. I q. 25 a. 6 ad 4), sono sottoposti sistematicamente ad una critica corrosiva: anche il più modesto bollettino diocesano non manca di gettare il dubbio (quando non è negazione) sulla maternità divina, sulla verginità, sull'immacolata concezione, sulla fede e le virtù sublimi della Santissima Vergine Madre di Dio.
La devozione a Maria, minata nelle fondamenta, minaccia di morire nel cuore dei cattolici e già le più comuni pratiche di pietà mariana (Santo Rosario, mese di maggio, Angelus ecc.) sono relegate nell'oblio. Nel cuore dei figli è stato seminato il dubbio e la diffidenza ("si disonorerebbe il Figlio onorandone la Madre!") verso la loro Madre del Cielo, e questo dubbio e questa diffidenza allontanano sempre più le anime da Colei che Dio ha stabilito "Mater Misericordiae", "vita, dulcedo et spes nostra" in questa valle di lacrime.
Ben potrebbe esultare Lutero, se gli fosse possibile: il falso "aggiornamento" conciliare si palesa sempre più un reale allineamento luterano.
Eppure è oggi più che mai che il mondo cattolico, sull'orlo dell'apostasia, ha bisogno di levare gli occhi a Maria, che, avendo trovato grazia presso Dio anche per noi, è la nostra ultima risorsa negli estremi pericoli della vita soprannaturale: "Beata quae credidisti"!
Lei stessa a Fatima, prevenendo questi tempi apocalittici per la Fede, ci ha offerto quale mezzo di salvezza la devozione al Suo Cuore Immacolato. La necessità di ricorrere oggi a Maria, che sola "farà abbreviare da Cristo Suo Figlio gli anni sinistri dell'anticristo", è l'oggetto della meditazione svolta dal padre Calmel O.P. nel seguente articolo che offriamo ai lettori in una nostra traduzione.

mercoledì 12 agosto 2026

PUÒ UN PAPA CADERE NELLO SCISMA? ARNALDO XAVIER DA SILVEIRA






di Arnaldo Xavier da Silveira*


Articolo pubblicato sul sito dell'Autore
Bonum Certamen 
e tradotto per
Unavox



“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni,
battezzandole nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito Santo”.
“Simone, … io ho pregato per te,
che non venga meno la tua fede;
e tu, una volta ravveduto,
conferma i tuoi fratelli”.



Dove è il Papa, lì è la Chiesa

1) Secondo San Tommaso d’Aquino “Eresia e scisma si distinguono tra loro in base alle cose cui direttamente si contrappongono. Infatti l’eresia si contrappone alla fede; lo scisma invece si contrappone all’unità della carità esistente nella Chiesa”. E San Tommaso cita San Girolamo: “Penso che tra scisma ed eresia ci sia questa differenza, che l’eresia implica un dogma sbagliato, mentre lo scisma si limita a separare dalla Chiesa”. E conclude: “non c’è uno scisma il quale non si costruisca un’eresia, per giustificare la propria separazione dalla Chiesa” (1).
È principio corrente nella dottrina cattolica che laddove è il Papa, lì è la Chiesa. Così che a prima vista sembrerebbe impossibile che un Papa cada nello scisma, perché non potrebbe rompere con se stesso; né con la Chiesa di cui è il Capo visibile, Vicario di Nostro Signore.

2) Tuttavia, grandi e prestigiosi teologi dell’età d’argento della Scolastica (secoli XV-XVII) ammettevano largamente l’ipotesi di un Papa scismatico, spiegando che in linea di principio è possibile, o quanto meno la teologia non considera impossibile la rottura del Pontefice con la Chiesa. Il Papa che arrivasse a tale rottura cesserebbe di permanere nella Chiesa, e la Chiesa in lui.

martedì 11 agosto 2026

IL RAPPORTO TRA ORDINE NATURALE E ORDINE SOPRANNATURALE IN HENRI DE LUBAC - CARDINALE SIRI

 





Il rapporto tra ordine naturale e ordine soprannaturale IN HENRI DE LUBAC, S.J.

Estratto dal libro Getsemani*
cardinale Giuseppe Siri 


1 - P. Henri de Lubac 

Se si torna indietro di una quarantina di anni, si vede negli scritti di alcuni teologi, un rinnovato interesse circa il rapporto tra quello che si chiamava, fino allora, ordine naturale e ordine soprannaturale. È indispensabile capire che questo non è un argomento astratto, una speculazione da «dilettante», da non poter avere conseguenze di lunga portata nel pensiero e nella vita della Chiesa. Sia in teologia che in filosofia e nella scienza sperimentale, pochi argomenti, pochi casi sono assolutamente neutri.

Il P. Henri de Lubac [1] aveva formulato in quel periodo considerazioni nuove, non assolutamente nuove, ma presentate con un linguaggio nuovo e con applicazioni particolari. Nel 1946 pubblicava il suo libro «Il Soprannaturale», ove è espresso tutto il suo pensiero di allora [2]. Affermava che l'ordine soprannaturale è necessariamente implicato in quello naturale. Come conseguenza di questo concetto veniva fatalmente che il dono dell'ordine soprannaturale non è gratuito perché è debito alla natura. Allora esclusa la gratuità dell'ordine soprannaturale, la natura per lo stesso fatto che esiste si identifica al soprannaturale. Qual'era la ragione addotta? Il ragionamento fondamentale può essere espresso così: l'atto intellettuale comporta la possibilità di riferirsi alla nozione dell'infinito e per questo il soprannaturale è implicato nella natura umana di per sé.

Questa visione della realtà intima ed essenziale dell'uomo era diffusa negli scritti anteriori del P. de Lubac. Ci sono brani, per esempio nel suo libro «Cattolicesimo» [3], di cui non si può veramente comprendere il tenore, né l'insistenza con la quale sono messe in rilievo alcune espressioni bibliche, se non nello spirito della dottrina più tardi espressa nel «Soprannaturale».

Si resta colpiti dall'insistenza con la quale l'autore vuole dare un significato particolare all'espressione di San Paolo «rivelare in me il Figlio suo», significato che sembra andare oltre alla spiegazione ammessa da tutti gli esegeti che hanno interpretato la parola «in me» [***], esattamente come il Padre M. J. Lagrange [4].

INFLUSSI GNOSTICI NELLA CHIESA DI OGGI: HENRI DE LUBAC, S.J. - DON ENNIO INNOCENTI

  



INFLUSSI GNOSTICI 
NELLA CHIESA D'OGGI:
HENRI DE LUBAC


Don Ennio Innocenti

 

Attiriamo innanzitutto critica attenzione sull'opera di H. De Lubac.

Non possiamo certo qui dilungarci in esami approfonditi di tutte le sue opere. Del resto non ce ne è bisogno perché basta, al nostro scopo, evidenziare la difesa che De Lubac ha fatto di Pico della Mirandola, di colui, cioè, che fu tra i principali artefici dell'accreditamento della gnosi spuria in ambiente cristiano, nel Quattrocento, con immense ripercussioni in tutta Europa.

 

Introduzione

Nella terna che evochiamo De Lubac, è l'autore di maggior rilievo e, certo, quello che ha esercitato maggior influsso in Italia. Tutte le sue opere vi sono state tradotte e di varie sono state fatte più edizioni (la potente Jaca Book si è addossata l'onere della sontuosa edizione dell'Opera Omnia ed è probabile che essa sia effettivamente assorbita dal mercato italiano).

Nei confronti di altri noti autori inquinanti egli ha riscosso anche il maggior successo umano, essendo riuscito a convertire ai suoi punti di vista non solo la gerarchia della sua congregazione religiosa, ma anche la stessa Santa Sede, che l'ha infine insignito, a titolo meramente onorifico, del cappello rosso, fatto questo che ha certamente accresciuto il suo accreditamento presso i semplici.

lunedì 10 agosto 2026

QUELLI CHE PENSANO DI AVER VINTO: 4. HENRI DE LUBAC, S.J., UN "MAESTRO" CHE NON FU MAI DISCEPOLO - ANNO XIX - 15 FEBBRAIO 1993

 


QUELLI CHE PENSANO DI AVER VINTO

4. Henri de Lubac S.J., un "maestro" che non fu mai discepolo  

 

Propensioni liberali e deformazione teologica

E veniamo al gesuita Henri de Lubac, padre della «nouvelle théologie».
Partiremo dalla sua formazione filosofico-teologica, perché essa dimostra il clima di disprezzo per l'autorità e le direttive della Roma cattolica nel quale è maturata l'attuale crisi nella Chiesa.
Contro l'aggressione dei modernisti San Pio X aveva chiesto che dai Seminari e dalle case di formazione dei religiosi fossero allontanati gli insegnanti sospetti e che fossero esclusi dalle ordinazioni quei giovani «che lascino il più piccolo dubbio di correre dietro a dottrine condannate o a dannose novità» (Motu Proprio 18 novembre 1907).
Stando a queste direttive il giovane de Lubac non avrebbe mai dovuto essere ordinato. È lui stesso ad attestarci nella Memoria intorno alle mie opere (Jaca Book, Milano) le sue simpatie per il liberalismo cattolico, ripetutamente condannato dai Romani Pontefici, simpatie che lo predisponevano a «correre dietro ai sistemi e alle tendenze irrequiete del pensiero moderno» (P. Parente La teologia ed. Studium).
Del card. Coullié, ad esempio, il de Lubac scrive: «per me aureolato fin dalla mia adolescenza a causa del ricordo di mons. Dupanloup, di cui era stato collaboratore». Mons. Dupanloup, l'«eroe», anzi il «santo» dell'adolescente de Lubac, era stato esponente di spicco della corrente liberale nel Vaticano I ed abbandonò quel Concilio prima della conclusione per non assistere alla proclamazione dell'infallibilità pontificia, da lui avversata. Al contrario di mons. Lavallée, rettore delle facoltà cattoliche di Lione, il de Lubac scrive: «ciò che mi disturbò sempre un tantino nei miei rapporti con lui fu... la sua reputazione di tradizionalista estremo», anche se «non era però "integrista"» (da notare la gradazione) (p. 5). Quest'orrore per l'"integrismo" e gli «integristi» non abbandonerà il de Lubac fino alla fine dei suoi giorni, come vedremo.

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