Nel 2007, Benedetto XVI promulgò il Motu Proprio Summorum Pontificum (2007), accompagnandolo con una lettera, nella quale dichiarò che il rito antico non era mai stato abrogato (Cfr. Summorum Pontificum, Art. 1). Non poteva esserlo. Il Concilio di Trento, infatti, stabilì con un canone dogmatico: «Se qualcuno afferma che i riti tramandati e approvati dalla Chiesa cattolica, soliti ad essere usati nell’amministrazione solenne dei sacramenti, possano essere disprezzati o tralasciati a discrezione, senza peccato, da chi amministra il sacramento, o cambiati da qualsivoglia pastore di chiese con altri nuovi riti: sia anatema» (DS 1613).
Questo canone XIII sul sacramento dell’Eucaristia condanna come eretica l’idea che un qualsiasi pastore della Chiesa — compreso il Papa — possa sostituire i riti tradizionali con quelli nuovi. Questo canone ha valore dogmatico, non solo disciplinare. La sua formulazione universale (“quemcumque”) esclude eccezioni. Quindi, la sostituzione del rito romano con il Novus Ordo appare non solo illegittima, ma contraria alla fede cattolica, secondo il magistero infallibile del Concilio di Trento.