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domenica 7 giugno 2026

DALL'ERMENEUTICA DELLA ROTTURA ALLA SINODALITÀ: L'ATTUALITÀ DELLA DIAGNOSI DI ROMANO AMERIO




Dall'Ermeneutica della Rottura alla Sinodalità:
L'Attualità della Diagnosi di Romano Amerio

Il presente commento prende spunto da una relazione tenuta da Romano Amerio in occasione del Convegno Teologico di sì sì no no, successivamente pubblicata sulle pagine dell'omonimo periodico (Anno XXII, n. 7, 30 aprile 1996) con il titolo La dislocazione della funzione magisteriale nella teologia dopo il Concilio Vaticano II. A distanza di trent'anni, la riflessione di Amerio conserva una sorprendente attualità e offre una chiave interpretativa particolarmente significativa per comprendere alcune delle principali dinamiche ecclesiali sviluppatesi nel periodo successivo al Concilio e, in modo speciale, negli ultimi pontificati.
La lettura del saggio di Romano Amerio, pubblicato nel 1996, suscita oggi un'impressione singolare. A quasi trent'anni di distanza, molte delle sue osservazioni sembrano aver acquisito una rilevanza ancora maggiore alla luce degli sviluppi più recenti della vita della Chiesa.
Amerio sosteneva che la crisi ecclesiale non consistesse principalmente nella negazione esplicita dei dogmi, bensì nel trasferimento pratico dell'autorità dottrinale dal Magistero all'opinione teologica dominante. La verità rivelata avrebbe progressivamente cessato di essere presentata come un deposito ricevuto e trasmesso, per diventare materia di continua rielaborazione secondo le esigenze pastorali, culturali e storiche di ogni epoca.

mercoledì 3 giugno 2026

LA DISLOCAZIONE DELLA FUNZIONE MAGISTERIALE NELLA TEOLOGIA DOPO IL CONCILIO VATICANO II, ROMANO AMERIO


LA DISLOCAZIONE DELLA FUNZIONE MAGISTERIALE NELLA TEOLOGIA DOPO IL CONCILIO VATICANO II

ANNO XXII - N.7 - 30 APPRILE 1996
Convegno Teologico di sì sì no no
Romano Amerio

Ruunt saecula, stat veritas.
Immo, stante veritate,
stat homo, stat mundus.
Circumversamur undique, et deversamur; 
sed veritas nos erigit.
Amice, siste fugam, pone te in centro,
ubi nullus motus,
sed vita, immo: vita vivificans.

Scorrono i secoli, ma la verità sta.
Anzi, se sta immobile la verità,
immobile sta anche l'uomo, sta anche il mondo.
Siamo circondati da ogni parte, e deviati,
ma la verità ci tiene ritti.
Amico, ferma la fuga, collocati al centro,
dove non c'è movimento,
ma vita, anzi, vita vivificante.

Dovendo dare un contributo al Convegno Teologico di sì sì no no, vorrei sviluppare questo principio: la crisi della Chiesa cattolica è una crisi di dislocazione dell'autorità magisteriale che, dall'autorità del Magistero universale, passa all'autorità dei teologi. Dislocazione che fu subito avvertita perché, negli anni appena a ridosso del Concilio, ci fu una viva reazione. Ma la gran massa dei teologi, in questi sei ultimi lustri, è riuscita a realizzare la rivendicazione che essi allora si proponevano di compiere: che, cioè, i teologi stessi fossero riconosciuti come partecipi dell’officio didattico della Chiesa; io ho tra le mie carte molti ritagli, molte prove, che la cosa era sentita come un pericolo.

Il concilio — bisogna dirlo — su questo punto affermò la dottrina perenne della Chiesa. Ma il pericolo si è pronunziato subito dopo. Qui non bisogna infatti dimenticare il gran principio metodico dei neoterici, Vescovi e periti conciliari: costoro indussero surrettiziamente nei testi proposti al Vaticano II delle espressioni anfibule, che essi stessi si riservavano, a pubblicazione dei testi avvenuta, di interpretare in senso novatore. Questa è stata la strategia perpetrata, e perpetrata esplicitamente, dai modernisti. C'è, a questo proposito, una dichiarazione importantissima — riferita anche in Iota Unum — del gesuita olandese Edward Schillebeeckx, che suona espressamente: «Noi — le idee che ci premono — le esprimiamo in una maniera diplomatica, ma dopo il Concilio tireremo le conclusioni implicite». Quindi, come dire: — Usiamo uno stile diplomatico, cioè, secondo la forza della parola, «doppio», in cui la lettera viene formata in vista dell’ermeneutica, illuminando o annerendo le idee che ci premono o che non ci convengono. Si formarono così dei documenti conciliari che, supponendo una successiva ermeneutica lassista e svigorente, andavano ad appoggiare le sentenze neoteriche. Senza contare che lo scandalo principale e radicale, da attribuire a Giovanni XXIII, fu dovuto al fatto che egli acconsentì che gli osservatori protestanti al Concilio non soltanto assistessero ai lavori delle commissioni, ma vi cooperassero in guisa tale che alcuni testi del Concilio sono non solo una elaborazione di teologi, e non di vescovi, ma di teologi protestanti.


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