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DALL'ERMENEUTICA DELLA ROTTURA ALLA SINODALITÀ: L'ATTUALITÀ DELLA DIAGNOSI DI ROMANO AMERIO
mercoledì 3 giugno 2026
LA DISLOCAZIONE DELLA FUNZIONE MAGISTERIALE NELLA TEOLOGIA DOPO IL CONCILIO VATICANO II, ROMANO AMERIO
LA DISLOCAZIONE DELLA FUNZIONE MAGISTERIALE NELLA TEOLOGIA DOPO IL CONCILIO VATICANO II
ANNO XXII - N.7 - 30 APPRILE 1996
Convegno Teologico di sì sì no no
Romano Amerio
Ruunt saecula, stat veritas.
Immo, stante veritate,
stat homo, stat mundus.
Circumversamur undique, et deversamur;
sed veritas nos erigit.
Amice, siste fugam, pone te in centro,
ubi nullus motus,
sed vita, immo: vita vivificans.
Scorrono i secoli, ma la verità sta.
Anzi, se sta immobile la verità,
immobile sta anche l'uomo, sta anche il mondo.
Siamo circondati da ogni parte, e deviati,
ma la verità ci tiene ritti.
Amico, ferma la fuga, collocati al centro,
dove non c'è movimento,
ma vita, anzi, vita vivificante.
Dovendo dare un contributo al Convegno Teologico di sì sì no no, vorrei sviluppare questo principio: la crisi della Chiesa cattolica è una crisi di dislocazione dell'autorità magisteriale che, dall'autorità del Magistero universale, passa all'autorità dei teologi. Dislocazione che fu subito avvertita perché, negli anni appena a ridosso del Concilio, ci fu una viva reazione. Ma la gran massa dei teologi, in questi sei ultimi lustri, è riuscita a realizzare la rivendicazione che essi allora si proponevano di compiere: che, cioè, i teologi stessi fossero riconosciuti come partecipi dell’officio didattico della Chiesa; io ho tra le mie carte molti ritagli, molte prove, che la cosa era sentita come un pericolo.
Il concilio — bisogna dirlo — su questo punto affermò la dottrina perenne della Chiesa. Ma il pericolo si è pronunziato subito dopo. Qui non bisogna infatti dimenticare il gran principio metodico dei neoterici, Vescovi e periti conciliari: costoro indussero surrettiziamente nei testi proposti al Vaticano II delle espressioni anfibule, che essi stessi si riservavano, a pubblicazione dei testi avvenuta, di interpretare in senso novatore. Questa è stata la strategia perpetrata, e perpetrata esplicitamente, dai modernisti. C'è, a questo proposito, una dichiarazione importantissima — riferita anche in Iota Unum — del gesuita olandese Edward Schillebeeckx, che suona espressamente: «Noi — le idee che ci premono — le esprimiamo in una maniera diplomatica, ma dopo il Concilio tireremo le conclusioni implicite». Quindi, come dire: — Usiamo uno stile diplomatico, cioè, secondo la forza della parola, «doppio», in cui la lettera viene formata in vista dell’ermeneutica, illuminando o annerendo le idee che ci premono o che non ci convengono. Si formarono così dei documenti conciliari che, supponendo una successiva ermeneutica lassista e svigorente, andavano ad appoggiare le sentenze neoteriche. Senza contare che lo scandalo principale e radicale, da attribuire a Giovanni XXIII, fu dovuto al fatto che egli acconsentì che gli osservatori protestanti al Concilio non soltanto assistessero ai lavori delle commissioni, ma vi cooperassero in guisa tale che alcuni testi del Concilio sono non solo una elaborazione di teologi, e non di vescovi, ma di teologi protestanti.
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