Il presente commento prende spunto da una relazione tenuta da Romano Amerio in occasione del Convegno Teologico di sì sì no no, successivamente pubblicata sulle pagine dell'omonimo periodico (Anno XXII, n. 7, 30 aprile 1996) con il titolo La dislocazione della funzione magisteriale nella teologia dopo il Concilio Vaticano II. A distanza di trent'anni, la riflessione di Amerio conserva una sorprendente attualità e offre una chiave interpretativa particolarmente significativa per comprendere alcune delle principali dinamiche ecclesiali sviluppatesi nel periodo successivo al Concilio e, in modo speciale, negli ultimi pontificati.
La lettura del saggio di Romano Amerio, pubblicato nel 1996, suscita oggi un'impressione singolare. A quasi trent'anni di distanza, molte delle sue osservazioni sembrano aver acquisito una rilevanza ancora maggiore alla luce degli sviluppi più recenti della vita della Chiesa.
Amerio sosteneva che la crisi ecclesiale non consistesse principalmente nella negazione esplicita dei dogmi, bensì nel trasferimento pratico dell'autorità dottrinale dal Magistero all'opinione teologica dominante. La verità rivelata avrebbe progressivamente cessato di essere presentata come un deposito ricevuto e trasmesso, per diventare materia di continua rielaborazione secondo le esigenze pastorali, culturali e storiche di ogni epoca.
Osservando l'evoluzione ecclesiale degli ultimi decenni, è difficile non cogliere l'attualità di questa analisi. Il dibattito suscitato dall'esortazione apostolica Amoris Laetitia ha mostrato come questioni precedentemente considerate definite abbiano finito per ammettere interpretazioni divergenti tra diocesi, conferenze episcopali e teologi. In alcuni luoghi determinate prassi pastorali sono state ammesse; in altri sono rimaste escluse. Il risultato è stato uno stato di incertezza per molti fedeli, che hanno iniziato a domandarsi se la disciplina sacramentale della Chiesa possedesse ancora un significato realmente universale.
Lo stesso fenomeno è riapparso in maniera ancora più evidente con la dichiarazione Fiducia Supplicans. Sebbene il documento intendesse distinguere tra benedizioni liturgiche e benedizioni pastorali spontanee, la sua ricezione ha rivelato una profonda frammentazione ecclesiale. Intere conferenze episcopali ne hanno respinto l'applicazione, mentre altre l'hanno accolta favorevolmente. Ancora una volta, l'unità pratica della Chiesa è sembrata dipendere meno da una comprensione comune della dottrina che dalle interpretazioni offerte da teologi, canonisti e organismi locali.
Anche l'enciclica Fratelli Tutti illustra una delle preoccupazioni centrali di Amerio. Il documento pone l'accento sulla fraternità umana, sulla solidarietà tra i popoli, sulla cultura dell'incontro e sulla cooperazione internazionale. Sebbene tali temi siano indubbiamente importanti, molti cattolici hanno percepito uno spostamento del baricentro del discorso ecclesiale verso categorie prevalentemente umanitarie e sociali. Si tratta precisamente della tendenza che Amerio individuava quando metteva in guardia dal rischio di presentare la Chiesa più come promotrice di valori universali che come custode della Rivelazione soprannaturale.
La promulgazione del motu proprio Traditionis Custodes ha aggiunto un ulteriore elemento al dibattito. Per decenni si è parlato ampiamente di pluralità, dialogo, decentralizzazione e valorizzazione delle diverse sensibilità presenti nella Chiesa. Tuttavia, quando la questione ha riguardato la liturgia tradizionale, si è assistito a un esercizio particolarmente rigoroso dell'autorità centrale. Per molti fedeli, ciò ha evidenziato le tensioni interne che attraversano il cattolicesimo contemporaneo e ha rafforzato la percezione di criteri di autorità sempre più difficili da comprendere.
I successivi Sinodi celebrati durante il pontificato di Papa Francesco hanno ulteriormente approfondito queste questioni. Il concetto di "sinodalità" è divenuto uno degli assi portanti della vita ecclesiale contemporanea. Tuttavia, per molti osservatori, permane l'interrogativo circa la natura esatta di tale processo. Si tratta di uno strumento volto a trasmettere più efficacemente il deposito della fede oppure di un meccanismo permanente di adattamento della Chiesa alle trasformazioni culturali del mondo moderno? Tale interrogativo si colloca esattamente al centro delle preoccupazioni espresse da Amerio.
Vi è inoltre un aspetto particolarmente significativo che emerge rileggendo Amerio alla luce del pontificato di Benedetto XVI. Nel 2005, distinguendo tra "ermeneutica della continuità" ed "ermeneutica della rottura", Benedetto XVI riconobbe implicitamente che, per decenni, un'interpretazione del Concilio Vaticano II incompatibile con la tradizione della Chiesa aveva esercitato una vasta influenza sulla vita ecclesiale. Ed è proprio a questo punto che l'analisi di Amerio acquista una particolare forza.
Come è stato possibile che un'ermeneutica della rottura si diffondesse così profondamente nei seminari, nelle università, nelle conferenze episcopali, negli organismi pastorali e nei mezzi di comunicazione cattolici, se la funzione magisteriale continuava a esercitare pienamente la propria autorità formativa?
La stessa necessità di formulare un'«ermeneutica della continuità» sembra indicare che l'interpretazione concreta della fede non fosse più determinata principalmente dal Magistero, bensì dagli specialisti incaricati di interpretare il Magistero. In altre parole, ciò che Benedetto XVI presentò come rimedio alla crisi può essere letto come una conferma indiretta della diagnosi di Amerio: l'autorità dottrinale si era in larga misura spostata dai maestri agli interpreti. Se la continuità della tradizione doveva essere ricostruita ermeneuticamente, era perché, per lungo tempo, la voce dei teologi si era sovrapposta a quella di coloro ai quali compete propriamente il compito di confermare i fratelli nella fede.
Forse l'aspetto più profondo dell'analisi di Amerio risiede nella riflessione sul rapporto tra verità e carità. Decenni dopo, Benedetto XVI avrebbe ripreso lo stesso principio nell'enciclica Caritas in Veritate, insistendo sul fatto che la carità senza verità degenera nel sentimentalismo, mentre la verità senza carità si trasforma in un'astrazione sterile. Amerio aveva formulato la medesima preoccupazione in linguaggio metafisico: l'Amore procede dal Verbo. Quando la verità cessa di occupare il posto centrale, la carità rischia di ridursi a semplice sentimento, incapace di indicare all'uomo la via della salvezza. Per questo egli ricordava che il Verbo precede l'Amore e che la missione primaria della Chiesa consiste nel custodire e trasmettere la verità ricevuta da Dio.
Rileggendo oggi questo testo alla luce degli eventi successivi — da Amoris Laetitia a Fiducia Supplicans, da Fratelli Tutti ai dibattiti sinodali, passando per Traditionis Custodes — diventa difficile non riconoscere la forza della sua ammonizione. La questione decisiva rimane la stessa: la Chiesa esiste per confermare gli uomini nelle verità ricevute da Cristo oppure per reinterpretarle continuamente secondo le esigenze di ogni epoca?
Finché questa domanda resterà aperta, l'inquietudine descritta da Amerio continuerà ad accompagnare la coscienza di molti cattolici. E la sua riflessione continuerà a rappresentare una delle diagnosi più penetranti della crisi di autorità, di identità e di unità dottrinale che segna la vita della Chiesa contemporanea.
Paulus
* Convegni Teologici di Sì Sì No No costituiscono un capitolo significativo della riflessione teologica cattolica nei decenni successivi al Concilio. Oltre ai testi pubblicati, è lecito supporre che parte della ricchezza di questi incontri sia stata conservata in registrazioni sonore o audiovisive. La loro eventuale divulgazione rappresenterebbe un prezioso contributo alla memoria storica e intellettuale della Chiesa contemporanea.