La luce e le tenebre «La Civiltà Cattolica» e la Rivoluzione d’Ottobre (1917-1991)
Le rappresentazioni della Rivoluzione d’Ottobre da parte della «Civiltà Cattolica» costituiscono un indicatore estremamente interessante dell’atteggiamento di un efficace opinion maker in linea con il magistero pontificio. Disponendo dei numerosi articoli scritti dai padri gesuiti fra il 1917 e la caduta dell’Unione Sovietica è possibile proporre un’indagine ad ampio spettro sugli slittamenti di significato – graduali, innestati nel tronco complessivo di una visione antimoderna del mondo chiarita con efficacia da Scoppola – le variazioni dei toni, la continuità di alcuni concetti chiave nella longue durée.
I dieci giorni che sconvolsero il mondo
Già poco dopo la Rivoluzione l’allora direttore della rivista, padre Enrico Rosa, raccoglieva in un opuscolo i principali articoli circa i fatti di Russia. Anche in occasione dei 150 anni della rivista, padre Giuseppe De Rosa rendicontava il confronto ideologico ingaggiato, ricordando la prima occorrenza del lemma «comunismo» negli articoli del 1872 del padre Valentino Steccanella, laddove questi intravedeva il pericolo che la moltitudine operaia «all’ora opportuna si leverà fremente, rovescerà tutti gli ordini sociali presenti, e sbrigatasi delle altezze sociali e politiche di ogni maniera colla falce della eguaglianza, riformerà a comunismo tutti gli ordini dei cittadini così eguagliati».
Per Steccanella il «comunismo pratico» è «irreligione» i cui impulsi promotori sono «il piacere dei sensi», «la libertà del bruto», tesi all’abolizione dell’ordine morale, della famiglia, della religione. De Rosa collega tali ideali ai valori promossi da Babeuf, Saint-Simon, Fourier, Blanc, Owen, dalla Comune di Parigi produttrice di «barbarie e bestialità». Tratto ricorrente è la filiazione fra liberalismo e comunismo: pur opposti fra loro, per i gesuiti sono pari «errori della modernità», legati inscindibilmente alla Rivoluzione francese. Per il padre Liberatore, in particolare, sono i «socialisti tedeschi» a generare un «arsenale da cui essi [i comunisti e l’Internazionale] traggono principalmente le loro armi».
Cassa di risonanza per il magistero pontificio, la rivista si allinea ad esso sin dalla prima condanna: per Pio IX la dottrina comunista era «nefanda», poiché «massimamente avversa allo stesso diritto naturale». Neppure Leone XIII faceva mancare il suo contributo: nel 1878 ribadiva la condanna «della setta di coloro che con nomi diversi e quasi barbari si chiamano Socialisti, Comunisti e Nichilisti», fautori di una «micidiale pestilenza che intaccando il midollo della società umana la condurrebbe alla rovina».
Nel 1917 emerge la paura per un possibile contagio violento da parte del bolscevismo, favorito a livello globale dagli alfieri dello stesso liberalismo. Di tale lettura sono pieni i resoconti dalla Russia, con cronache quasi quotidiane fornite da padre Ulisse Alessio Floridi, conoscitore della lingua e lettore della stampa moscovita, nonché attento osservatore delle condizioni della Chiesa ortodossa. A padre Fiorello Cavalli si deve una minuta rendicontazione delle persecuzioni anticristiane in Europa Orientale. I testi sono tratti direttamente dalla stampa sovietica, da occasionali corrispondenti o da gesuiti che, grazie al Pontificio Istituto Orientale fondato nel 1917, disponevano delle conoscenze utili per confrontarsi direttamente con le fonti.
Per comprendere gli schemi di lettura adoperati dalla rivista per analizzare le forze organizzate del movimento operaio, è utile confrontarsi col testo, non firmato, Principii cattolici e rivoluzioni di partiti nella guerra, ove la redazione precisa i valori cui tutti i cattolici debbono fare affidamento nel conflitto mondiale. Le forze anticristiane sono distinte in due campi. Vi sono i radicali, liberali e democratici, che «mettono innanzi il nome sacro di patria e il vanto del patriottismo per coonestare ogni cosa, identificando il bene comune con l’interesse proprio e l’amore della patria con l’adesione ai loro propri intendimenti». Vi sono poi coloro che, figli della stessa «scuola di liberalismo [..] e di ateismo sociale» contestano l’idea di patria attraverso le categorie del materialismo, «per sostituirvi l’internazionale socialista, e con ciò licenza e anarchia sociale». Comune vincolo fra tali esponenti è «l’assenza della morale, salvo di una loro morale relativa, opportuna agli interessi», opposta alla morale cristiana che si propone fondamento di ogni nazione – e dei doveri ad essa relativi – e dell’internazionale, da intendersi come «universalità dell’ amore cristiano». Entrambi i campi agiscono nello Stato «laico», «moderno», «persecutore» verso il credente «perché il cattolico è il solo che non gli procuri timori di ribellioni o di sommosse, come è il solo che non gli prodighi plausi, adulazioni e incoraggiamenti».
È con Il trionfo della rivoluzione nella guerra (aprile 1917) che la ricezione di «Civiltà Cattolica» si approfondisce, facendo perno su una rassegna critica della stampa laica e degli interventi parlamentari socialisti. I riferimenti al precedente del 1789 espressi da Turati alla Camera dei Deputati il 23 marzo, sono il rovesciamento di un despota, l’insediamento di un nuovo potere che dichiara di trarre dal popolo la sovranità, il travaglio sociale di un popolo esasperato dalla guerra. Un’imitazione di quella Rivoluzione francese a sua volta imitazione di quella inglese, primo caso di «regicidio legale», effetti della «ribellione alla Chiesa di Dio, iniziata dal protestantesimo in Inghilterra, dal regalismo in Francia, e poi dal razionalismo, anzi dalla incredulità più beffarda, impersonata specialmente dalla massoneria, quando questa, passata la Manica, si abbarbicò al continente e ammorbò per prima la Francia col veleno di Voltaire e del suo gregge di falsi filosofi». Il primo autentico «trionfo» della Rivoluzione, per «Civiltà Cattolica», è l'accoglienza ricevuta presso l'Occidente, anzi, presso gli «amici del caduto», lo Zar. Si registra lo sbalorditivo comportamento delle classi dirigenti dell’ Intesa, che «come ad una parola data, corrono a battere le mani, a gridare viva la rivoluzione, a imprecare alle vittime, che ieri adulava nella potenza, ad insultare i caduti, a gettare una pietra sul loro sepolcro»: un «lirismo pindarico» ipocrita. Il «danno» di tale condotta è che l’arbitrio sanguinario del vecchio regime politico potrebbe essere replicato su scala più ampia. Tale «danno» sarebbe frutto di un errore interpretativo: la vana speranza di escludere le scomode conseguenze del sovvertimento, come il Terrore giacobino. «Civiltà Cattolica» ricorda che l’ancoraggio al popolo della legittimazione dell’autorità non è norma di libertà, ma preventiva abdicazione dell’autorità medesima nell’esercitare le sue funzioni: il popolo è «zimbello dei partiti più audaci e inframettenti», «minoranza che prevale con la forza o con l’astuzia». Un riparo liberale e democratico da un sovvertimento operato per predicazione dello stesso liberalismo o del socialismo è impossibile. Il senso di carità cristiana trattiene i padri gesuiti dall’esultare per la caduta «dell’Anti-papa moscovita e della sua Chiesa burocratica, negazione della gerarchia divina, istituita da Cristo» anche se non si dimentica di rimarcare come le stesse persecuzioni zariste o l’imperialismo panslavista avessero contribuito alla caduta del principio monarchico. Quasi si precorre l’affermarsi del bolscevismo:
Noi [..] stiamo preparati a sostenere l'urto della tempesta che esso scatena sul mondo e che noi abbiamo tentato invano di trattenere. Ci moveva e ci muove la nobile adesione ad un alto principio di ordine e prosperità sociale, non la interessata servilità a potenti, che favorivano i loro propri nemici, spogliando gli amici dell'ordine e perseguitando la Chiesa. Ma non temiamo di nulla: fra tutti i rivolgimenti mondani siamo certi che la Chiesa, che la rocca di Pietro è inconcussa: e portae inferi non praevalebunt adversus eam.
La Rivoluzione porta la redazione a confrontarsi con il primo Stato dichiaratamente ateo.
Nel marzo del 1918, i gesuiti si soffermano ancora una volta sul legame fra comunismo e liberalismo.
Eppure i rivoluzionari d'Oriente sono figliuoli legittimi e discepoli ingenui dei nostri rivoluzionari d'Occidente. Noi li diremmo quasi migliori dei loro padri e maestri, perché più alieni dagli eccessi a cui quelli trascorsero a loro tempo, come si sa dalla storia veritiera della rivoluzione francese, che fece scorrere tanti fiumi di sangue, da quella dei molti rivolgimenti del secolo susseguente, particolarmente del 1848, ed infine della stessa Comune di Parigi, nella quale s'illustrarono da giovani alcuni dei nostri ora vecchi diplomatici ed esperti ambasciatori.
Nell’analisi della diplomazia occidentale circa gli eventi in Russia esiste una dolorosa contraddizione: detestare i principi del comunismo, per i gesuiti, implicherebbe un ripudio delle dottrine «da cui i disordini derivano logicamente». Gli stessi socialisti sono «traviati dolorosamente», seppur tesi al sovvertimento completo della società: sono i loro maestri «massoni e falsi democratici che li hanno formati all’odio della religione e della morale cristiana, che è lo spirito della rivoluzione». Il «pianto dei giornali dell’anticlericalismo» («Il Messaggero», «La Tribuna», «Il Giornale d’Italia») è «pianto di coccodrillo». La tragicità degli eventi è ben evidenziata, per i gesuiti, da Giovanni Papini sul «Tempo» del 5 marzo 1918: l’autore ricorda che ad aver «dato fuoco alla miccia» sono stati i diplomatici occidentali. Ecco alcune sue parole:
Quella piccola lega di ambasciatori stranieri e di accademici indigeni s'era illusa che, sparato il colpo, si potesse fermare il proiettile a mezza strada. S'immaginava che dopo aver distrutta l'autocrazia si sarebbe potuto costruire una specie di democrazia costituzionale con un presidente cadetto e un ministero di riformisti. S'immaginava che demolita l'idea sacra del Padre e l'idea imperialista slava i bravi contadini avrebbero seguitato con più ardore la guerra a maggior gloria dei principi dell'89 borghese. Invece [..] la rivoluzione, come una piena che superi chiuse e saracinesche, s'è gonfiata a poco a poco di tutti gli elementi da un secolo compressi, ha sfondato tutti gli argini stabiliti e provvisori e ha sommerso nella sua furia fangosa tutte le palafitte e le bandiere che rendevano possibile, in quel paese, una guerra esterna.
L’illusione di un’esportazione della rivoluzione liberale e borghese è il crimine più grande degli occidentali, secondo solo all’incapacità di rendersi conto del riferimento ideale e transfrontaliero offerto dall’Ottobre rosso. Un riferimento ancorato al «materialismo pagano»: ulteriore regresso dal modello di civiltà offerto dalla Chiesa. Se, adoperando lo schema intransigente, si pone il cristianesimo come forma perfetta di società, allora l’ateismo sociale dei comunisti è un passaggio ulteriore del degrado iniziato con l’89: allontanamento dai beni eterni, avvicinamento all’apostasia delle masse dal ruolo salvifico della Chiesa, criticato da liberali come Voltaire.
La morale del fatto, per noi cattolici, è troppo evidente: [..] quei cervelli aristocratici andavano traviati dietro gli errori più grossolani del materialismo e dell’incredulità; e la generazione di quei salotti era degna di quei filosofi mancipi della setta massonica, il cui veleno serpeggiava da mezzo secolo nelle vene di quella società: perciò essi furono gli artefici della propria rovina, puniti in quello in cui avevano peccato. È legge storica, questa, ma meglio ancora è giusto giudizio di Dio.
Dato che il liberalismo è, per i padri gesuiti, antesignano del moderno socialismo, «anzi pure dell’ anarchismo, in quanto scuote [..] l’origine divina dell’autorità e il conseguente obbligo di sottostarle da parte del popolo sovrano», la risposta di «Civiltà Cattolica» ai socialisti circa la novità della Rivoluzione rispetto alla conservazione offerta dal cattolicesimo è intransigente:
Con quale coraggio [..] voi che avete sempre osteggiato il cristianesimo, con la persecuzione implacabile e la negazione blasfema, tra le plebi ignare sopra tutto [..], con qual coraggio ora che gustate i frutti dell'apostasia [..] religiosa e morale osate attribuirli al cristianesimo? Non vedete che quei frutti appunto sono il naturale effetto dell'opera vostra demolitrice, e che solo dai resti del cristianesimo, da voi non potuti abbattere, si deve quel poco di umanità e di civiltà vera, superstite ancora in fondo all'anima di quei medesimi che la perseguitano nella Chiesa cattolica?
La colpa dei maggiorenti liberali e capitalisti è aver generato l’apostasia sociale dal cristianesimo proseguita in Russia nel comunismo e nel suo «paradiso in terra» di matrice positivista: la negazione di Dio «e della ordinazione naturale dell’uomo a Dio», la sua sostituzione con la soddisfazione materiale per «dare il maiuscolo alla Natura per negarlo a Dio, cercare il divino mentre si nega la Divinità». È possibile battersi contro il degrado sociale o la povertà, ma solo assieme alla contestazione della «smania sfrenata del piacere e della licenza, palliata nel nome di libertà»: tutti si ristringono alla cerchia del sensibile e del transitorio, in esso cercano la felicità senza levare l'occhio più alto o spingerlo più lontano della materia che li circonda; e poiché questa non può bastare a tutti, e non appaga pienamente nessuno, l'insaziabile bramosia non dà mai pace, e tutti si disputano a gara il bene materiale, e se lo strappano a vicenda, senz'altra legge che quella dell'utile proprio o dell'egoismo, sebbene palliato a volte di nazionalismo......
...continua sulla pubblicazione cartacea...