P. Roger Thomas Calmel O.P.
Estratto dal libro teologia della storia
Le due Bestie
Tutta la successione della storia fino alla consumazione dei secoli, sta solo a spiegare ciò che fu dato una volta per tutte, e non certo per inventare un nuovo genere di dono. La successione dei secoli è in una dipendenza che possiamo definire intrinseca nei confronti dell'incarnazione redentrice, [1] e serve a rivelarne le ricchezze, a permettere agli eletti di moltiplicarsi, a manifestare la varietà multiforme della loro partecipazione all'amore e alla croce di Gesù, a testimoniare la maternità spirituale della santa Vergine. Del fiume della storia che scorre ai piedi della Madonna, potremmo dire, citando i versi di Péguy:
E questo fiume di sabbia e questo fiume di gloria
è qui solo per baciare il vostro augusto manto.
I tempi sono compiuti; è suonata l'ora della misericordia e della insuperabile liberalità del Padre dei cieli nei confronti della specie umana: "Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma che l'ha sacrificato per tutti noi, come non sarà disposto a darci ogni altra cosa insieme con lui?" (Rom. 8,32). Senza dubbio la Parusia, il secondo avvento del Figlio dell'Uomo, deve portare un mutamento inimmaginabile. Come possiamo infatti immaginare il corpo glorificato, interamente trasparente, di un'anima tutta santa? Come possiamo immaginare quella nuova terra in cui gli uomini saranno come angeli, "poiché né gli uomini avranno moglie, né le donne marito" ? (Mt. 22,30). Ma quali possano essere le proprietà miracolose dello stato che seguirà il giudizio ultimo, non si produrranno cambiamenti essenziali. Poiché l'essenziale è la visione di Dio, fioritura plenaria della grazia santificante. E a questo culmine di felicità e di gloria abbiamo accesso attraverso il sacrificio di Cristo. Ciò che ci verrà dato dopo la Parusia, non sarà che il Cristo che ci fu dato dal presepio, dal calvario e dalla risurrezione: il Cristo che ci fu dato una volta per tutte e che farà esplodere la sua vittoria in pienezza, lasciando traboccare tutta la potenza del suo amore in ognuno dei suoi fratelli e nel corpo mistico che si sarà formato nel corso dei tempi, "in mezzo alla grande tribolazione".
L'evocazione del Drago e della Donna nel dodicesimo capitolo dell'Apocalisse si applica non solo alla Vergine madre di Dio ma anche alla santa Chiesa che imita la Vergine. Come Maria difatti è sempre circondata dalla sua intercessione, la Chiesa è santa, "senza macchia né ruga", legata a Gesù Cristo come sua sposa, "sponsa Christi"; e generatrice di santi: "mater Ecclesia". Sul destino di questa Chiesa fatta a immagine di Maria e che, come la Madonna, è rappresentata dalla Donna, l'apostolo Giovanni ci svela dei profondi misteri. Ci dice che la Chiesa, perseguitata dal Drago, si nasconde nel deserto; la sua esistenza cioè è prima di tutto segreta, contemplativa, ritirata in Dio, infinitamente distante dalla vita secondo il mondo; in effetti, la Chiesa vive principalmente della vita teologale che la fa vivere in Dio. Nascosta così in Dio, per la carità che la raccoglie in Dio e per i poteri gerarchici che possiede in maniera inammissibile al fine di dispensare indefettibilmente la grazia, a questo doppio titolo ritirata dal mondo e come protetta in un deserto, non deve temere gli attacchi del Drago, in anticipo votati all'insuccesso, poiché la regione in cui la Chiesa ha trovato asilo, cioè la regione della vita edificata nel Signore, la difende come un deserto inaccessibile, un rifugio inespugnabile. Dalla sua fondazione, la Chiesa ha ricevuto "le due ali della grande aquila" per volare al luogo del suo rifugio; lì è al sicuro fino all'ultimo giorno,[2] assistita dallo Spirito di Gesù, nutrita, riconfortata dal suo corpo e dal suo sangue sotto le specie eucaristiche.
Che cosa fa allora il Drago? Irritato dal proprio insuccesso, recluta alleati per lanciarli contro la Chiesa. Per mezzo loro proseguirà la lotta; una lotta senza respiro che si svolge per quarantadue mesi: in altre parole, per tutta la durata dei tempi storici.
Si apposta sull'arena del mare (12,18). Vede salire dal fondo dell'abisso una Bestia enorme e mostruosa a cui comunica le sue forze e la sua grande potenza; senza indugiare oltre, la Bestia si scatena (13,1-10).
Tradotta correttamente, questa allegoria significa che il demonio si introduce nel potere politico allo scopo di volgerlo contro la Chiesa. Il primo degli imperi da lui utilizzati per l'esecuzione della sua volontà di persecuzione è l'impero romano. San Giovanni lo indica come la Bestia del mare poiché Roma, nei confronti dell'isola di Patmos, sorge sull'altra sponda del Mediterraneo; e, poiché Roma è edificata su sette colli, la Bestia del mare viene rappresentata con sette teste ("le sette teste sono le colline sulle quali è assisa" [Babilonia], 17,9).
Così il demonio si introduce nella città politica al fine di combattere con più efficacia la Chiesa e i santi. Ha incominciato servendosi di Roma, e da allora non ha mai smesso. Dopo la caduta dell'impero, quando si instaurò poco alla volta una cristianità, ossia una città relativamente sana, onesta, retta e sottomessa alla Chiesa, il demonio non fu più in grado, come prima, di servirsi delle istituzioni per porre in atto i suoi disegni; le istituzioni, bene o male, erano conformi alla giustizia e permeate di spirito cristiano. Che cosa faceva allora il demonio? Tentava di distogliere i re e gli uomini dall'ideale di giustizia cristiana che era quello della città. Tuttavia, finché la città, nell'insieme, rimaneva cristiana, non diveniva in quanto tale uno strumento dal demonio; non si identificava con la Bestia del mare. Ma da due o tre secoli a questa parte la città politica ha assunto nuovamente le caratteristiche della Bestia rifiutandosi di riconoscere Cristo e la sua Chiesa, è nuovamente persecutrice, sia apertamente che con sistemi camuffati. Tuttavia, diversa in ciò dalla Roma pagana, la città moderna non è al servizio dell'idolatria ma piuttosto dell'apostasia: un genere di apostasia che all'occasione possiede la capacità di nascondersi sotto definizioni cristiane. Di modo che la Bestia è più pericolosa ora che all'epoca di san Giovanni.
Ma la Bestia del mare non è sola; un'altra l'aiuta, ed è la Bestia della terra (13,11-18). Imperversa ai giorni nostri più che nei primi secoli, al tempo in cui san Giovanni scriveva la sua opera. Nonostante le tregue momentanee, non sarà sconfitta che alla fine del mondo. Questa Bestia della terra, secondo i più autorevoli commentatori, simboleggia i falsi dottori e le false dottrine, le gerarchie con il loro Vangelo deformato, i portavoce dell'apostasia (sia che neghino il contenuto della rivelazione, sia che, con una erudita alchimia, sapiente e ipocrita, lo alterino e lo corrompano pur mantenendo intatte talune apparenze); da due secoli sono venuti a confondere il Vangelo sia con la predicazione di una libertà utopistica e sfrenata, come nel diciannovesimo secolo, sia, come nella nostra epoca, con la predicazione di un incessante progresso e di un'evoluzione indefinita, in direzione di un ultra-umano che sempre si allontana.
È così che si presenta, secondo il dodicesimo capitolo dell'Apocalisse, l'antagonismo fra il Drago e la Donna. Quindi il demonio conduce la lotta non solo in persona, ma anche per mezzo di due ausiliari formidabili: in primo luogo le istituzioni politiche e poi i falsi profeti; da una parte le forze dell'autorità, la legge, il potere politico, dall'altra il prestigio e la seduzione dell'intelligenza, il sistema, i falsi dogmi o l'arte corrotta.
Evidentemente, tutte queste precisazioni non sono contenute nel testo, ma si basano su di esso, gli sono conformi, come potremo facilmente convincerci con una paziente e attenta lettura dei commentatori cristiani più autorevoli.[3]
Note:
[1] Questa dottrina viene illustrata da san Giovanni, nel capo 5 dell'Apocalisse, quando ci descrive in un grandioso affresco come i destini del genere umano siano rimessi a Gesù Cristo, immolato e glorificato; come lui solo sia in grado di aprire il libro dei sette sigilli.
[2] L'indicazione della durata del suo ritiro: un tempo, due tempi, un mezzo-tempo e un codice simbolico che indica il corso dell'intera storia.
[3] In particolare P. ALLO O.P., L'Apocalypse (Gabalda, Parigi) o il riassunto che ci da padre Lavergne O.P. (stesso titolo, stesso editore).