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martedì 19 maggio 2026

LETTERE DEI LETTORI:II DOVERE DI DISOBBEDIRE AGLI UOMINI PER OBBEDIRE A DIO (LEONE XIII)


ANNO XXIX - 15 GIUGNO 2003

Lettere dei lettori
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II DOVERE DI DISOBBEDIRE
AGLI UOMINI
PER OBBEDIRE A DIO 
(Leone XIII)

 

Un lettore ci scrive: 

Gentile Direttore,

mi riferisco al n.4 di sì sì no no del 28 febbraio 2003, e più precisamente all'argomento di apertura: "Autorità e Verità. La notte a... mezzogiorno?", per confidarLe il mio conforto e la mia soddisfazione. Infatti, in tema di autorità del Papa, che non è assoluta, bensì limitata dal diritto di-vino, e quindi dell'obbedienza che non sempre gli è dovuta, le argomentazioni che tanto efficacemente Lei ha sostenuto mi hanno dato conferma, ancora una volta, di quanto sia giusta e motivata la scelta di appartenere alla Chiesa di sempre, ovvero alla Chiesa della Tradizione Apostolica.

Le Sue dimostrazioni e le Sue prove, volte alla confutazione dei neomodernisti e conciliaristi, oggi imperversanti, appartengono a quella categoria della morale e della dottrina che a noi, teologicamente e dottrinalmente poveri e disarmati, dona certezza e speranza per l'avvenire della Chiesa e altresi per la salvezza delle nostre anime. 

Tuttavia, gentile Direttore, questa è la ragione del mio scritto, proprio in questi giorni mi sono imbattuto in un testo, che brevemente riporterò, che un poco mi ha "mandato in crisi"... 

Ho appena terminato di leggere, infatti, un libro che narra dei grandi Santi italiani... e mi sono imbattuto in Santa Caterina da Siena, la grande Santa del XIV secolo, Patrona d'Italia. Legga come si rivolgeva Caterina a Ser Bernabò Visconti, signore di Mi-lano, all'epoca (1373) uno dei più fieri nemici del papato: «Ресchiamo ogni giorno, e ogni giorno abbiamo bisogno di ricevere il perdono dei nostri peccati; ma soltanto la Chiesa amministra questo sacramento essendo l'unica depositaria del Sangue dell'Agnello. Dunque, quanto è stolto chi si allontana dal Vicario di Cristo, custode delle chiavi dei cieli! Anche se fosse il demonio incarnato, io non devo alzare il capo contro di lui, ma sempre umiliarmi, chiedere il sangue per misericordia: ché in altro modo non potrei averlo, né partecipare dei suoi frutti. Vi prego, per l'amore di Cristo crocifisso, che non facciate mai alcunché contro il Capo vostro... E rendetevi conto che soltanto il demonio può avervi tentato con il miraggio di far giustizia dei cattivi pastori della Chiesa. Non crediate al demonio: non vogliate fare giustizia di quello che non tocca a Voi. Il nostro Salvato re non vuole; non vuole che ne voi né alcuna creatura faccia questa giustizia, perché la vuole fare Lui»... 

Nel 1375, poi, [...] si verifica l'aperta ribellione della repubblica di Firenze all'autorità del Papa, Caterina tuona e lancia i suoi fulmini contro i reggitori del Comune di Siena: "Colui, che come membro infetto si ribella alla Santa Chiesa e al Padre nostro Cristo in terra, è caduto nel bando della morte, poiché quello che facciamo al Vicario di Cristo facciamo a Cristo stesso. Vedete bene che cosa avete ottenuto con la vostra disobbedienza e con le vostre persecuzioni: siete caduti nella morte, in odio e in dispiacere a Dio; e peggio non potreste avere, che essere privati della Sua grazia Conveniamo che sono molti coloro i quali non ritengono per questo di recare offesa a Dio, e perseguitando la Chiesa e i suoi pastori si di fendono affermando che essi sono cattivi e fanno ogni male. Ma io vi dico che Dio vuole e ha comandato cosi che, se pure i Suoi pastori e il Cristo in terra fossero dei diavoli incarnati, dobbiamo ugualmente essere sudditi e obbedienti a Lui e a loro, non per le loro persone, ma per l'obbedienza a Dio, come Vicario di Cristo".

Ecco, gentile Direttore, Le chiedo un commento, una spiegazione rispetto alle affermazioni di Santa Caterina in ordine alla figura del Papa, del Vicario di Cristo in terra, e della assoluta obbedienza che in ogni caso gli dovremmo, anche se fosse il demonio incarnato, poiché mi trovo, ora, tra l'incudine delle ottime motivazioni da Lei espresse nel giá citato articolo di apertura di sì sì no no, e il martello delle parole della Patrona d'italia che, di primo acchito, sembrano inconfutabili e inattaccabili.

Lettera Firmata

 ***

Per comprendere i testi di Santa Caterina bisogna avere ben presente ciò che la santa senese aveva ben chiaro: l'esatto concetto di obbedienza e di disubbidienza. Anche San Pietro (1ª Pt. 2,18) diceva agli schiavi di ubbidire ai loro padroni anche se cattivi, ma certo non voleva né la Chiesa ha mai inteso che egli volesse dire che dovessero ubbidire anche ai cattivi ordini dei cattivi padroni (altrimenti i martiri avrebbero dovuto sacrificare agli dei per obbedire all'imperatore). 

Lieti, perciò, dell'occasione che il nostro lettore ci offre, rispolveriamo ancora una volta la dottrina cattolica sull'ubbidienza, che in passato abbiamo avuto altre occasioni di richiamare. 

*** 

Cominciamo con l'escludere che Santa Caterina, come ha inteso il nostro lettore, esiga un'obbedienza "assoluta" al Papa. Infatti la Chiesa insegna che l'obbedienza assoluta si deve so-lo a Dio. San Tommaso, nella sua Somma Teologica si domanda se si deve ubbidire a Dio in tutto (S. Th. II II q. 104 a. 4). Si - egli risponde - perché, oltre ad essere il Padrone Supremo, Dio non può comandare nulla contro la verità e la virtù (ivi ad 2). Si domanda, poi, se i sudditi siano parimenti tenuti ad ubbidire in tutto ai loro superiori (S. Th. II II q. 104 a. 5). No egli risponde perché il superiore può comandare contro Dio e in tal caso si deve ubbidire a Dio senza far caso del comando dell'autorità inferiore, secondo il principio proclamato da San Pietro in Atti 5, 29: "Bisogna obbedire a Dio più che agli uomini (ivi).

Anche l'ubbidienza, a cui i religiosi si legano con voto, non è assoluta, ma sottostà a questa norma, onde San Tommaso distingue tre obbedienze: «la prima, sufficiente per salvarsi, si ferma a ubbidire nelle cose d'obbligo; la seconda, perfetta, ubbidisce in tutte le cose lecite; la terza, disordinata, (indiscreta), ubbidisce anche nelle cose illecite» (ivi ad 3). 

Eppure, è per la via di questa obbedienza, "indiscreta", disordinata e senza discernimento, che anche molti religiosi ed ecclesiastici si sono piegati al modernismo già condannato dalla Chiesa. 

*** 

Dunque, «l'obbedienza è illimitata quanto a Dio...; quanto agli uomini, è limitata dal diritto divino (naturale e positivo), da ogni autorità umana superiore, dalla materia sottratta al potere del superiore«» (Enciclopedia Cattolica).

Il Papa non ha autorità umana a lui superiore, ma il suo potere. non si sottrae agli altri due limiti: il diritto divino naturale e positivo e la materia che non è di sua pertinenza. 

L'allora autorevole, gloriosa e benemerita rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica, scriveva: 

«Ogni potere assoluto quaggiù ripugna. Neppure la Chiesa lo possiede, avendo nel Vangelo nella tradizione un codice immutabile, nel suo organismo una costituzione, da cui non può disco-starsi, nell'assistenza divina una guida che la rassicura. Possiamo per la verità; ma nulla possiamo contro di essa; ha scritto San Paolo: Non possumus aliquid adversus veritatem, sed pro veritate [...]. Solo Iddio, Signore supremo delle sue creature, non ha limiti di nessuna sorta, perché in niuna guisa ne abbisogna, siccome quegli che per essenza è retto e sapiente; onde egli solo è regola a se stesso [...] Ogni altro potere non può essere che ministeriale, e quindi circoscritto da limiti e bisognoso di direzione» (vol. II serie XV, 1892, p. 10). Ε, parlando particolarmente del Papa: Ma è poi vero che il Papa possiede nella Chiesa una soura-nità assoluta? In rigor di vocabolo siffatta espressione è falsa. Cer-to, la forma del governo della Chiesa cattolica si dice ed è real-mente monarchica: ma altro è porre nel Papa una sovranità mo narchica nella sua forma, altro è porvi una sovranità assoluta. La sovranità monarchica si riferisce al subbietto del potere, e dice go-verno di uno solo; la sovranità assoluta si rapporta al potere, dice un potere indipendente da chicchessia. Il Papa ha bensi la sovranità monarchica, in quanto che in lui solo si incentra tutto il reggimento della Chiesa; ma non ha la sovranità assoluta, in quanto che egli non è re e pa drone della Chiesa, ma Vica-Chiesa, che è Cristo. Laonde, come il Vicario non può ammini-strare a suo grado, ma è obbliga-to a tenersi alle prescrizioni impo stegli dalla persona, di cui è Vica-rio, e secondo esse amministrare prudentemente; cosi il Papa non può a suo grado reggere la Chiesa, ma egli dee dipendere dalla volontà di Cristo, del quale è Vicario, custodendo invio-late le leggi e le prescrizioni date all'uopo dal medesimo ed, atte-nendovisi, amministrare la Chie sa con prudenza (vol. VII serie IX, 1875, p.193). 

Perció Benedetto XIV scriveva al Vescovo di Breslava (12 set-tembre 1750): 

«Il fatto che Noi ciò conosciamo e tolleriamo deve essere sufficiente a rassicurare la vostra coscienza, poiché in questa questione non vi è opposizione con il diritto divino ed il diritto naturale [nel qual caso la coscienza del Vescovo non poteva rimanere rassicurata], ma soltanto con il diritto ecclesiastico». Ed anche per questa tolleranza non contraria al diritto divino il Papa si faceva il dovere di protestare: «Quanto facciamo, lo attestiamo davanti a Voi, ai piedi del Crocifisso, Noi lo facciamo unicamente perché siano evitati mali peggiori alla nostra religione». Pio VI a Napoleone, che chiedeva l' annullamento del matrimonio valido del fratello, rispondeva: «Se noi usurpassimo un'autorità che non abbiamo. Ci renderemmo colpevoli del più abominevole abuso del Nostro sacro ministero, davanti al tribunale di Dio e all'intera Chiesa» (Que Votre Majesté 26 giugno 1805). 

Premesso ció, quando Santa. Caterina parla di ubbidienza e di disubbidienza al Papa, chiaramente parla, come San Pietro, di "ubbidienza" e di "disubbidienza" a comandi che non usurpano un'autorità che il Papa non ha ricevuto da Cristo, parla di comandi che non contraddicono al diritto divino naturale e positivo, il che è possibile anche da parte di un Papa che, per avventura, sia un "demonio incarnato". Che se poi il Papa, oltre ad essere personalmente "un demonio incarnato", da anche comandi da "demonio incarnato", allora il fatto che egli sia Papa non è sufficiente a "rassicurare la coscienza di nessuno (v. Benedetto XIV cit.). 

***

 L'ubbidienza, infatti, esige non solo che l'Autorità sia legittima, ma che sia legittimo anche il suo comando (e qui appare l'inanità. del sedevacantismo: se mio padre mi dà un cattivo comando non è necessario che io mi dia da fare per stabilire che non è veramente mio padre, cosa che potrebbe essermi impossibile dimostrare: per negargli obbedienza, mi basta che il suo comando sia cattivo).
 

L'ubbidienza è virtù morale, non teologale. E tra le virtú teologali e morali esiste una differenza fondamentale: nelle virtù teologali (fede, speranza e carità) non è possibile peccare per eccesso perché, avendo esse per oggetto diretto Dio, quanto più si crede, più si spera, più si ama tanto meglio è; nelle virtù morali invece si può peccare per eccesso e per difetto. Nel caso dell'ubbidienza, «per difetto, si pecca contro l'obbedienza, non eseguendo un ordine che rimane nell'ambito della competenza del Superiore, ossia un ordine legittimo: in tal caso si ha la disobbedienza; «si pecca contro l' obbedienza per eccesso obbedendo in cose contrarie a una legge e a un precetto superiore; in questo caso si ha la servilità [o servilismo] (v. Roberti Dizionario di teologia morale, ed. Studium voce obbedienza). Perció San Francesco di Sales scrive: «Molti si sono grandemente ingannati [...] credendo che l'obbedienza consistesse nel fare a diritto e a torto ciò che ci potesse venir comandato, fosse pure contro i comandamenti di Dio e della Santa Chiesa; nel che errarono grandemente [...] perché in tutto ciò che riguarda i comandi di Dio, non avendo i Superiori potere alcuno di dar mai precetto contrario, gli inferiori non hanno mai obbligo di ubbidire in tal caso; anzi se ubbidissero peccherebbero» (Trattenimenti spirituali c. IX, pp. 170-171). 

Dunque, il dovere di ubbidire presuppone sempre che il co-mando del Superiore sia legittimo. Altrimenti, non vi è ubbidienza, ma peccato contro l'ubbidienza. Parlando dell'ubbidienza perfetta, detta anche "cieca", il padre Pesch precisa:

«Per avere un atto di obbedienza, è necessario che il suddito veda due cose: 1) chi comanda è un superiore competente; e 2") ciò che comanda non è peccato. Per assicurare questi due punti l' obbedienza deve vedere e non può essere cieca.... In che senso si parla di obbedienza cieca come atto perfetto d'obbedienza? Nel senso che, avendo la certezza della competenza del superiore della liceità del comando, escludiamo la prudenza carnale, che rende odioso all'uomo ciò che va contro la natura corrotta, e per questo la stimola a cercare ragioni per sottrarsi ai precetti sgraditi» (Praelectiones Dogmaticae t. 9, ed. 1923 nn. 261 s.).


*** 

C'è un caso, però, in cui al Papa è dovuta un'obbedienza veramente "cieca ed è quando egli parla ex cathedra (magistero straordinario infallibile) oppure ripropone ciò che la Chiesa ha sempre creduto ed insegnato (magistero ordinario infallibile). 

L'obbedienza "cieca", infatti, presuppone un'autorità infallibile (card. Billot De Ecclesia) e nel primo caso il Papa gode personalmente dell'infallibilità promessa a Pietro e ai suoi successori; nel secondo, il suo insegnamento gode dell'infallibilità promessa da Nostro Signore Gesú Cristo alla sua Chiesa in genere. Perciò l'obbedienza cieca, che «non discute l'intenzione né pesa le ragioni [...] è assolutamente necessaria nei riguardi di Dio e del magistero infallibile della Chiesa (Enciclopedia Cattolica voce obbedienza). 

Fuori del Magistero infallibile, vale per il Papa, anzi a maggior ragione per il Papa, date le sue gravissime responsabilità, ciò che vale per per ogni superiore e cioè che, non avendo egli in quel caso il dono dell'infallibilità, ha il dovere di usare molta prudenza e i sudditi, dal canto loro, non hanno l'obbligo dell'ubbidienza "cieca", ma dell'ubbidienza che può e "deve vedere" (per dirla con il padre Pesch) qualora il "sensus fidei" (che non è il "giudizio privato dei luterani) avverta un contrasto, non con le proprie opinioni o i propri gusti, ma con quanto la Chiesa ha costantemente creduto, insegnato ed attuato. 

Perció i Vescovi tedeschi, dopo la definizione dell'infallibilità pontificia, poterono con tutta verità rispondere al Bismark che «la Chiesa cattolica non è certamente una società nella quale si ammette l'immorale e dispotico principio che l'ordine del superiore liberi incondizionatamente i sudditi dalla responsabilità personale»; che neppure l'infallibilità fa del Papa "un sovrano assoluto", come pretendeva il cancelliere tedesco, perché «l'infallibilità è una proprietà che si riferisce unicamente al supremo magistero del Papa; e questo coincide precisamente con l'ambito del magistero infallibile della Chiesa in genere ed è legato a ciò che è contenuto nella sacra Scrittura nella Tradizione, come pure alle definizioni già emanate dal magistero ecclesiastico». 

Questa Dichiarazione collettiva dei Vescovi tedeschi fu lodata, approvata e fatta propria da Pio IX in nome della sua Suprema Autorità Apostolica onde figura nel Denzinger (v. DS 3115-3116).

Al Gladstone, che accusava i cattolici di non poter essere sudditi leali della Regina perché dovevano al Papa un'obbedienza "assoluta" che gli conferiva "il diritto di creare una coscienza falsa per i suoi fini e di fare dei cattolici altrettanti "schiavi intellettua li e morali, il Newman rispose che il Papa non rivendica né i cattolici gli prestano un' obbedienza assoluta, nelle cose lecite e nelle cose illecite. In sostegno della sua sentenza, egli citò, tra gli altri dottori della Chiesa, il Bellarmino: «Come è lecito resistere al Papa, se assalisse un uomo nella persona, cosi è lecito resistergli, se assalisse le anime, turbasse gli Stati, e molto più se cercasse di distruggere la Chiesa. E lecito, dico io, resistergli non facendo quanto egli comanda e impedendo che si faccia la sua volontà» (Newman Lettera al Duca di Norfolk, Bellarmino De Romano Pontifice II, 29).


***

Se noi dovessimo interpretare i testi di Santa Caterina nel senso in cui il nostro lettore li ha intesi, turbandosene (il demonio la sa davvero lunga per togliere la pace alle anime di buona volontà!), dovremmo dire che, a dispetto dell'insegnamento della Chiesa e dei dottori della Chiesa, la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo sarebbe davvero una società in cui vige l'immorale prin-cipio che l'ordine del Superiore libera incondizionatamente sudditi da ogni responsabilità. personale, il che è falso. Dobbiamo, perciò, supporre - e la storia del tempo lo conferma - che si trattava di principi o di governanti che resistevano a comandi del Papa legittimi o almeno che non uscivano dalla legitimità e ipocritamente se ne giustificavano, come appare dalla lettera ai Senesi, col pretesto della personale indegnità del Papa e degli altri Pastori della Chiesa; perció Santa Caterina sottolinea che si deve obbedienza «a Lui e a loro, non per le loro persone, ma per l'obbedienza a Dio, come Vicario di Cristo. Il che non avrebbe scritto se l'obbedienza richiesta dal Papa fosse stata contraria a Dio e all'ufficio di Vicario di Cristo. 

***

Quando gli ordini o le direttive del Papa contraddicono il diritto divino naturale e positivo si deve obbedienza ad un'autorità più alta del Papa, a Gesù Cristo Nostro Signore, del quale egli è il Vicario. Vale allora anche per il Papa ciò che vale per ogni autorità terrena: «Allorché... il comandamento è contrario alla ragione, alla Legge eterna, all'autorità di Dio, allora diventa un dovere disobbedire agli uomini per obbedire a Dio» (Leone XIII Libertas Praestantissimum n. 15). Per la situazione attuale ci limiteremo a pochi esempi: 1) Noi sappiamo che Dio vuole che il Vangelo sia predicato a tutti gli uomini perché non c'è salvezza fuori di Gesù Cristo e della sua Chiesa (Mc. 16, 15-16) e perció la Chiesa è stata da sempre missionaria. 

L'odierno ecumenismo, invece, vuole che noi abbracciamo l'idea che non è necessario più predicare Gesù Cristo né che le genti si facciano battezzare nella sua Chiesa, anzi taccia di "proselitismo" ogni azione missionaria svolta nel solco della tradizione, e questo perché ai musulmani basterebbe per salvarsi di essere buoni musulmani (il che vuol dire negare la Trinità di Dio, la divinità di Gesù Cristo, la realtà del suo sacrificio per gli uomini ecc.), agli indù basterebbe di essere buoni indu (il che vuol dire negare persino l'unità di Dio) e cosi via, anche per gli eretici e gli scismatici. 

A chi daremo noi l'ubbidienza del nostro intelletto: a Dio o ad uomini di Chiesa, che tradiscono Dio e la Sua Chiesa? (Con qual grado di responsabilità non giudichiamo, perché non tocca a noi di giudicare). 

2) Il diritto divino proibisce che i fedeli abbiano comunanza e rapporti con gli infedeli, salvo che nel campo materiale e per necessità (San Paolo: "Haereticum hominem devita", "Evita l'eretico" Tit. 3, 10 e San Giovanni: "Non salutatelo nemmeno".

2a Giov. v. 10 ecc.). E, infatti, un peccato contro la fede esporre al pericolo la propria fede (v. Enciclopedia Cattolica voce fede). 

L'odierno ecumenismo, invece, promuove contatti a tutti i livelli, e persino a livello di culto e di predicazione (scambio di pulpito) con infedeli di ogni genere (eretici, scismatici, idolatri). 

A chi dobbiamo noi ubbidienza: a Dio o ad uomini, che, pur essendo uomini di Chiesa, non agiscono da uomini di Chiesa? 

3) Nostro Signore Gesù Cristo ha fondato la Sua Chiesa sull' unità della Fede, radice e fondamento della vita cristiana e di ogni virtù, ivi inclusa la carità, perché è secondo la natura stes-sa dell'uomo che la concordia delle volontà nasca dalla concordia delle menti (v. Leone XIII Satis Cognitum, Pio XI Mortalium animos).

L'odierno ecumenismo ci dice, invece, che dobbiamo mettere a fondamento la "carità" e accantonare (quanto meno) la fede abbracciando l'idea dell'«unità nella diversità«» (diversità di fede, chiaramente, perché la diversità nell'unità della fede c'è sempre stata nella Chiesa). A chi ubbidiremo noi: a Dio o agli uomini? E potremmo continuare molto a lungo nelle nostre esemplificazioni. 

***

Noi sappiano - perché la поstra Santa Madre la Chiesa ce lo ha insegnato da sempre (e la retta ragione ce lo dice già da sola) - che si deve obbedire a Dio anziché agli uomini (Atti 5, 29), anche se uomini di Chiesa, ma che abusano della loro autorità. Perciò con tranquilla coscienza difendiamo la nostra fede e quella dei nostri fratelli dal "nuovo corso" promosso nella Chiesa in nome di un Concilio presentato come "pastorale" e poi imposto come "dogmatico", anzi come se fosse l'unico concilio dogmatico o almeno superiore a tutti gli altri, incluso quello di Nicea (Paolo VII), che pur difese contro Ario la divinità di Nostro Signore Gesú Cristo. 

Che direbbe oggi Santa Caterina? Ella richiamò alla vera ubbidienza i veri disubbidienti, ma nelle sue Lettere richiamò con estrema franchezza ai propri doveri anche i Papi: "Pregovi che facciate virilmente ciò che avete a fare, e con timore di Dio"; "Siatemi uomo virile, e non timoroso" (a Gregorio XI). Eppure le deficienze di quei Papi non erano minimamente paragonabili con gli attuali misfatti della gerarchia. E questo non è arrogarsi il diritto di "giudicare" il Papa (o gli altri Pastori). Scrive infatti il Vitoria, grande teologo domenicano, riprendendo il Gaetano ed altri teologi "probati della Chiesa: «Noi affermiamo tutto ciò [il diritto di resistere anche pubblicamente al Papa che pubblicamente demolisce la Chiesa] non perché qualcuno abbia il diritto di re il Papa o abbia autorită su di lui [eccetto Dio, si capisce], ma per ché è legittimo difendersi. Infatti chiunque ha il diritto [anche naturale] di resistere ad un atto ingiusto, di cercare d'impedirlo, di difendersi (Vitoria Obras p. 487). A maggior ragione quando si tratta della fede.

No, i principi e i governanti cui scrive Santa Caterina non dovevano scegliere come noi tra la Fede e un'indebita "ubbidienza" al Papa, tra la fedeltà a Cristo e un indebita "fedeltà" al Suo Vicario, che, abbagliato dalla chimera dell'ecumenismo, esce dai suoi limiti di Vicario ed espone la Fede, le anime e la Chiesa ad ogni danno. Altrimenti Santa Caterina, esortandoli ad una falsa, indebita e rovinosa obbedienza all'uomo, li avrebbe esortati a disobbedire a Dio per ubbidire agli uomini.


Georgius


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