P. Andrea Oddone, S.I.
Parte I
La Civiltà Cattolica
Anno 95 - Vol.III
2 Settembre 1944
Quaderno 2261
Roma
La libertà della Chiesa, uscita vittoriosa nelle lotte dei primi secoli cristiani contro le sanguinose persecuzioni della forza bruta e in quelle più temibili ancora contro le eresie protette da Cesari ambiziosi [1] , si trova esposta a nuove insidie e a nuovi cimenti nell'epoca medioevale. Gravi mali travagliano la Chiesa in quest'epoca bardata di ferro e contrassegnata da barbarie e crudeltà ; ma sopratutto essa soffre per l'ingerenza dei poteri secolari nelle cose e faccende religiose, per la simonia e la scostumezza, che avviliscono una gran parte del clero.
Per l'abuso delle investiture i principi, specialmente in Germania, si arrogano il diritto di nominare, senza l'intervento dell'autorità ecclesiastica, a tutte le dignità sacerdotali che si trovano nel territorio dei loro vassalli, chiunque sia di maggior loro gradimento [2]. Di qui le più funeste conseguenze. Il più delle volte infatti i re e gli imperatori conferiscono vescovadi e altre dignità ecclesiastiche, non già ad uomini saggi ed esemplari, ma ai loro cortigiani, a quelle loro creature che sappiano adularne le passioni e seguirne i capricci, da cui non abbiano mai, dipoi, a temere rimproveri e condanne. E poichè i principi: hanno bisogno di denaro sia per far la guerra sia per alimentare il loro lusso, mettono quindi all'incanto le abbazie e i vescovadi e ne concedono il possesso al migliore offerente. I simoniaci e i falsi pastori a loro volta non pensano che a rifarsi dell'enorme prezzo che loro costa il vescovado o l'abbazia. Ne vanno perciò di mezzo i popoli loro affidati, che essi sfruttano con balzelli d'ogni maniera e di cui trascurano la salute.
Ma la provvidenza di Dio veglia e interviene con il suo aiuto straordinario. Sorgono anche allora uomini insigni per santità e scienza, che, quali fari luminosi, diradano le dense tenebre e purificano l'atmosfera della società cristiana ; appaiono allora difensori intrepidi dei diritti della Chiesa, che coraggiosamente affrontano dure battaglie per ridarle la sua indipendenza e dignità. Ricordiamone alcuni che maggiormente si distinsero per asprezza di lotte e per grandiosità di eroismo.
II.
A mezzo il secolo XI si drizza gigante la figura di Ildebrando. La mano di Dio dal monastero di Cluny conduce a Roma questo monaco temprato alla vita claustrale, dalla volontà energica, dall'animo ardente. Lo colloca dapprima a fianco di parecchi Pontefici, di cui diviene consigliere e guida, e lo innalza poi sulla cattedra di Pietro. Il monaco Ildebrando, divenuto Gregorio VII, dall'alto seggio papale, può misurare con uno sguardo più profondo tutta l'abiezione e l'avvilimento, in cui si trova la Chiesa per le angherie e le prepotenze dei principi, e concepisce l'idea di scioglierla da quelle obbrobriose catene. Questa idea s'incarna in qualche modo in lui, diventa lo scopo della sua attività politica, il motivo principale delle sue azioni, il punto centrale del programma del suo pontificato. Ce lo dichiara apertamente egli stesso nelle sue Lettere, dove spesso ripete con tristezza il lamento che la Chiesa è schiava dei principi laici e tradita da Pastori indegni, che è necessario redimerla dalla schiavitù dei laici e dell'impero, che quest'opera di liberazione appartiene innanzi tutto al Papa e che egli la compirà senza lasciarsi sgomentare nè da pericoli, nè da minacce, nè da ribellioni. Ma il Vicario di Cristo, che è come un pilota che dirige una nave in un mare agitato, domanda l'aiuto del suo clero e ne vuole la riforma della vita, perchè, compiuta questa riforma, la Chiesa sarà propriamente redenta e libera [5]. Scegliamo qualche saggio da questo importantissimo carteggio.
A Siccardo, arcivescovo di Aquileia, scrive : «I reggitori e i principi di questo secolo cercano il proprio interesse e non quello di Gesù Cristo, e senza alcun pudore opprimono la Chiesa come una vile schiava e non si peritano punto di coprirla di confusione, purchè possano soddisfare le loro cupidigie. I sacerdoti poi e coloro che sono preposti , al governo della Chiesa, quasi trascurando del tutto la legge divina e venendo meno ai loro doveri verso Dio e verso i fedeli a loro affidati, non pensano che a raggiungere la gloria mondana per mezzo delle dignità ecclesiastiche, e i beni che dovrebbero servire per utilità del popolo, li sperperano per appagare il loro orgoglio e il loro lusso superfluo... E' quindi necessario scegliere i mezzi per venire in aiuto della libertà della Chiesa e della religione» [6]. E il Pontefice indice a questo scopo un Concilio e invita l'arcivescovo ad intervenirvi con i suoi suffraganei.
Una paterna e forte raccomandazione rivolge al Re di Danimarca, affinchè si faccia difensore della Chiesa : «Ti avvertiamo, gli dice, e ti scongiuriamo di volere, anche a costo della tua vita, liberare la Chiesa, proteggerla, promuoverla e difenderla dalle fauci dei lupi rapaci. Tieni per certo che nessuna preghiera, nessun sacrificio più gradito potrai offrire agli occhi di Dio» [7] . Loda con affettuose parole l'imperatrice Agnese, perchè ad imitazione delle pie donne del Vangelo, che spinte da ardente amore verso Gesù Cristo, andarono prima dei discepoli a visitare il suo sepolcro, essa pure prima dei principi della terra, «mossa dall'affetto visita la Chiesa giacente nel sepolcro dell'afflizione e adopera tutte le sue forze per farla risorgere allo stato della sua libertà : ut ad statum libertatis suae resurgat» [8].
In una lettera enciclica, nella quale esorta i fedeli a sopportare pazientemente le persecuzioni, fissa con chiarezza lo scopo delle sue fatiche apostoliche : «Crediamo effusa la carità di Dio nei nostri cuori, perchè noi tutti vogliamo una sola cosa, una sola desideriamo e ci sforziamo ad un solo scopo. Una sola cosa noi vogliamo che cioè tutti gli empi si ravveggano e facciano ritorno al loro Creatore. Una sola cosa noi desideriamo ardentemente, che la santa Chiesa, in tutta la terra calpestata e scompigliata, divisa da varii partiti, riacquisti il suo primitivo splendore e la sua fermezza. Ad un solo scopo ci affatichiamo, cioè che Dio sia in noi glorificato e noi siamo giudicati degni, insieme con i nostri fratelli, anche con quelli che ci perseguivano, di entrare nella vita eterna» [9] . E altrove sempre nello stesso senso e con la stessa energia, dice : «I principi dei popoli e i principi dei sacerdoti si sono adunati in grande moltitudine contro Gesù Cristo, Figlio di Dio onnipotente e contro il suo apostolo Pietro per distruggere la religione cristiana e spargere la eretica malvagità. Ma nè con spaventi, nè con persuasioni, nè con promesse di onori terreni potranno mai trarre alla loro empietà coloro che confidano nel Signore. Per ciò solo si sono congiurati contro di noi, perchè non volemmo passare sotto silenzio il pericolo della santa Chiesa e facemmo opposizione a quelli che non si vergognavano di opprimere in servitù la sposa di Cristo» [10].
La vita infatti di Gregorio VII nei suoi dodici anni di pontificato fu una lotta senza quartiere per l'attuazione del suo programma di riforma. Lottò contro i grandi del secolo, contro imperatori e principi, contro Vescovi dimentichi del loro dovere. A mezzo di Concili, emanando decreti, inviando disposizioni o istruzioni ai Vescovi, ora ricorrendo alle minacce, ora lanciando scomuniche, restaurò la disciplina e la gerarchia, stabilì il regno della giustizia, liberò la Chiesa sopratutto dalla piaga delle investiture laicali, che erano la causa principale dei mali che affliggevano la cristianità [11] . Ben prevedeva quante persecuzioni e inimicizie gli avrebbe attirato il suo zelo per la giustizia e per i diritti della Chiesa, ma non si lasciò impaurire nè indietreggiò mai. «Se noi, scrive egli, consentissimo di tacere davanti alle iniquità dei principi della terra, potremmo certamente avere la loro amicizia, regali, sudditanza e grandi onorificenze... Ma preferiamo piuttosto morire che tradire il nostro dovere... Non siamo liberi di trascurare per riguardo a qualsiasi persona la legge di Dio e deviare dal retto sentiero in grazia del favore degli uomini, poichè l'Apostolo dice : Se io piacessi agli uomini, non sarei servo di Cristo» [12].
Il grande difensore della libertà della Chiesa moriva in esilio a Salerno, affranto di corpo, ma non di spirito, pronunziando le memorande parole : «Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità, e per questo muoio in esilio» . La sua morte sembrò una sconfitta. «Ma, osserva Cesare Balbo, passati pochi anni, si trovarono compiute tutte le imprese incominciate e ispirate da lui» (13). Il titolo di «propugnatore e di difensore strenuissimo della libertà ecclesiastica» è attribuito dal martirologio romano, come merito speciale, a Gregorio VII : la Liturgia della Chiesa dice di lui che «fu da Dio fortificato con la virtù della costanza per proteggere la libertà della Chiesa». Questo è pure il giudizio che pronunzia il protestante Giovanni Voigt a conclusione della sua classica Storia di Gregorio VII..«La grande idea, egli scrive, di questo Pontefice, il pensiero semplice, vogliamo dire, di tutte le sue azioni e dell'intera sua vita fu l'indipendenza della Chiesa cattolica. In questo unico e sublime concetto, siccome raggi di sole in un fuoco, si concentrarono tutti i voti, tutte le parole e tutte le azioni di papa Gregorio. Esso era lo scopo di quella sua attività prodigiosa, era il pensiero vivificatore delle grandi sue gesta, era l'anima dell'anima sua» [14].
III.
Tra le Lettere di Gregorio VII ne troviamo una indirizzata ad Anselmo d'Aosta abate del monastero del Bec in Normandia, nella quale il Pontefice con affetto e stima si congratula con lui per la bella fama acquistata nel campo degli studi teologici e filosofici e gli chiede preghiere per la liberazione e per il trionfo della Chiesa [15] . Anselmo accolse l'invito : non solo pregò, ma operò, e lo spirito di Gregorio si trasfuse in lui. Anselmo è rimasto celebre per la sua fermezza episcopale non meno che per la sua opera di restauratore della filosofia cristiana e di iniziatore della teologia scolastica. Un poeta contemporaneo lo chiama infatti «principale sostegno della fede e decoro della Chiesa, ariete che respinge con due corna il nemico, pietra che brilla nell'immagine del Re eterno, gloria dell'episcopato» [16].
Costretto a salire sulla cattedra arcivescovile di Canterbury, Anselmo si leva come diga infrangibile contro la violenza di Guglielmo il Rosso, sovrano d'Inghilterra, e contro le astuzie del successore Enrico I. Resiste alle imposizioni ingiuste del primo, alle sue tiranniche richieste di danaro per condurre la guerra oltre la Manica, alle sue pretensioni sulle abbazie, ai suoi tentativi di provocare una ribellione contro il Papa. «A titolo di servitù, dichiara egli al Sovrano, non ho mai amato nè la mia persona nè le mie cose. Le abbazie sono tue, perchè le custodisca e le difenda come patrono, non perchè le devasti come invasore. Preferisco allontanarmi dal tuo regno con l'esilio anzichè rinunziare anche per un'ora sola all'ubbidienza che devo a Pietro nel suo Vicario» [17] . E se ne va a Roma presso Urbano II esule per la causa di Dio e per la libertà della Chiesa. Ritornato in patria, dopo un triennio, il suo amore verso la libertà della Chiesa si manifesta davanti a nuove dure prove, alle insidie coperte, ai raggiri e alle mene di Enrico I, che si arroga il diritto di dare le investiture con il pallio e l'anello. Vi si oppone l'Arcivescovo e all'ingiunzione del Re di ubbidire o di uscire dal regno, egli prende per la seconda volta la via dell'esilio, donde scrive al Re: «Godrei di servire a voi più che a qualsiasi altro principe della terra, ma per nessun conto io voglio rinnegare la legge di Dio» [18].
Così questo insigne atleta del pensiero e dell'azione, per amore della Chiesa rinunzia alla vita di pace, alle amicizie dei potenti, ai favori dei grandi, alla concorde affezione, che prima godeva, dei suoi stessi fratelli di vita religiosa e di episcopato. Resiste vigorosamente contro re e principi usurpatori e tiranni della Chiesa e dei popoli, contro ministri fiacchi e indegni dell'ufficio sacro, sempre acerrimo vindice della disciplina e della libertà della Chiesa. Le persecuzioni, gli esilii, le spogliazioni, le fatiche non lo abbattono mai, ma radicano più profondo in lui l'amore alla Chiesa. In mezzo alle sue tribolazioni egli scrive al Papa Pasquale II: «Non temo l'esilio, non la povertà, non i tormenti, perchè confortandomi Dio, a tutte queste cose è preparato il mio cuore per l'ubbidienza della Sede Apostolica e per la libertà della Chiesa di Cristo, madre mia» [19] . E altrove esclama : «Vorrei piuttosto morire, e finchè avrò vita, andare piuttosto oppresso da ogni sorta di penuria nell'esilio, anzichè vedere offuscato in qualsiasi modo, per mia causa o per mio esempio, l'onoratezza della Chiesa di Dio» [20].
Questa onoratezza, libertà e purità della Chiesa non solo la promuove e la difende con l'azione, con gli scritti e con la voce, ma la raccomanda con forti e soavi parole ai monaci suoi fratelli e ai Vescovi e la trasmette come trepida eredità ai suoi successori sulla cattedra di Canterbury.
IV.
Uno spirito, a stento dissimulato, di indipendenza dalla S. Sede e una segreta tendenza a sottrarre la Chiesa d'Inghilterra dalla Chiesa di Roma, spinse Enrico II a sopprimere le immunità ecclesiastiche e a restringere i diritti dell'episcopato e del clero. Ma egli si trovò di fronte Tommaso Becket, che, successore di Anselmo, lo aveva scelto come modello e patrono del suo episcopato, e che dimostrò subito con il suo atteggiamento di essere uomo incapace di sacrificare i doveri di Vescovo. Ai Vescovi radunati in assemblea per esprimere il loro parere sui disegni del Re, Tommaso rivolse energiche parole per fortificarne l'animo incerto e pauroso. «Guardiamoci che con il nostro consenso non venga offesa e non perisca la libertà della Chiesa, per la quale, in forza del nostro ufficio, siamo tenuti a combattere sino alla morte... La Chiesa non deve mai essere salvata con l'avvilimento e il tradimento dei suoi Pastori. Poichè la Chiesa è scossa dalla tempesta tocca ai Vescovi affrontare intrepidamente i pericoli per salvarla. Gli Apostoli e i Vescovi dei primi secoli cristiani hanno fondato la Chiesa nel loro sangue ; noi dobbiamo, se è necessario, spargere il nostro sangue per la libertà della Chiesa» [22].
Ma i Vescovi, più baroni che prelati, cedettero ai voleri del re. Solo resistette l'arcivescovo, è perciò sopra di lui si rovesciarono le furie di un re, che non tollerava contraddizioni, che non ammetteva nello Stato altra autorità che la sua, salvo che emanasse da lui o si esercitasse sotto il suo sindacato. Si aggiunsero ad aggravare le condizioni dell'Arcivescovo, il tradimento dei fratelli, l'abbandono degli amici, i sarcasmi e le calunnie degli spiriti invidiosi e gelosi. Il conflitto tra il re e Tommaso fu lungo, violento e crudele : commosse e appassionò tutta l'Europa . Ma « la colonna non si spezzò, la quercia non si piegò » , dicono i biografi del Santo. Egli rimase tetragono a tutti i colpi, a tutte le minacce, davanti allo stesso pericolo di morte. A chi lo avverte di tale pericolo risponde tranquillamente : «Non sarebbe poi cosa nuova che un Vescovo morisse per la difesa dei diritti della Chiesa. Quanti santi Pontefici ci hanno dato questo esempio. Sarà quello che Dio vorrà». Al re che gli rimprovera la sua disubbidienza all'autorità costituita, dice : «Maestà, se nel conflitto che ci divide, fosse in giuoco soltanto la mia persona, io non avrei mai pensato di resistere un solo istante alla vostra volontà. Ma si tratta della Chiesa e di quello che le è più caro. Io dovrò rendere conto a Dio della mia condotta in un affare così grave, e Dio è un giudice inesorabile» [23].
L'intrepido Arcivescovo sconterà con il suo sangue questa sua inflessibile fermezza, che non si smentirà in faccia al martirio, anzi si farà più eroica e rifulgerà di più vivido splendore. La morte è per Tommaso Becket il degno coronamento della sua vita. Calmo e sereno accoglie i congiurati che, interpretando il desiderio del re, gli si presentano per assassinarlo e parla loro con amabilità e dolcezza. «Siete venuti per uccidermi? Vi assicuro che io sono più pronto a ricevere la morte per l'onore di Dio e per la libertà della Chiesa, che non lo siate voi nel colpirmi» . Viene trucidato davanti all'altare. Prima di dare l'ultimo respiro, è udito esclamare ancora una volta : «Muoio volentieri per il nome di Gesù, per la difesa e la libertà della Chiesa» [24].
Bella figura di eroe cristiano! A proposito della sua canonizzazione Alessandro III fece di lui l'elogio con le seguenti parole : «Pro iustitia Dei et Ecclesiae libertate decertavit usque ad mortem» .
Continua...
Note:
[2] Le investitute erano due : una temporale che consisteva nella consegna all'eletto del gonfalone e dello scettro ; l'altra spirituale, che consisteva nell'anello e nel pastorale. La prima concedeva ai Vescovi il potere temporale di conte o vassallo ; la seconda la gerarchia ecclesiastica. Spesso avveniva che i re se le attribuivano tutte e due.
[3] DAVIN, Gregoire VII, Paris, Castermann, 1861 ,
[4] DAVIN, 1. c.
[5] VOIGT, Storia di Papa Gregorio VII, cap. V. L'autore raccoglie magistralmente dalle Lettere i pensieri di Gregorio VII intorno a questo punto. Crediamo però opportuno avvertire che egli attinse questi pensieri piuttosto dallo spirito delle epistole pontificie che non dalle parole materiali.
[6] Epist. , I, 42. P. L. Vol. 148, col. 322-323.
[7] Epist. , V, 10. P. L. Vol. 148, col . 495 .
[8] Epist. , I, 85. P. L. 1. c . , col. 358.
[9] Epist. , IX, 21. P. L. 1. c. , col. 622 .
[10] Epistolae extra Registrum vagantes, 64. P. L. 1. c. , col. 708.
[11] Indirizza sulla questione delle investiture un severo ammonimento a Filippo I, re di Francia. ( Epist. , I, 35. P. L. Vol. 148 , col . 317) . Il duello di Gregorio VII con Enrico IV di Germania sarà sempre oggetto di ammirazione da parte di tutti quelli che amano la libertà. Lo ammirano, tra i protestanti gli storici più sereni ; non mancano gli
ammiratori tra gli stessi nemici del Papato, come il Mazzini e il Carducci.
[12] Epist. , II, 12. P. L. 1. c., col . 372. Epist., IV, 24, col . 480. Cfr. HERGENROETHER, La Chiesa e lo Stato cristiano, Vol. II, Dissertazione VIII .
[13] Sommario della Storia d'Ital. , lib. VI.
[14] Storia di Gregorio VII, Conclusione.
[15] Epistolae extra Registrum vagantes, 50. P. L. Vol . 148 , col . 696.
[16] Epist. , IV, 48. P. L. 1. c., col. 229. Cfr. Lettera Enciclica di Pio X nell'ottavo centenario di S. Anselmo d'Aosta.
[17] ROSA, 1. c. , p. 197.
[18] ROSA, S. Anselmo d'Aosta, pag. 9 , Firenze, Libreria Edit. Fiorentina, 1909 .
[19] Epist. , III, 95. P. L. 1. c., col. 133.
[20] Epist. , III , 73. P. L. Vol. 159, col. 109.
[21] DEMIMUID, St. Thomas Becket, Paris, Lecoffre, 1909, chap. IV, p. 60 .
[22] P. L. Vol. 190, col. 129. E' degno di essere letto il dibattito che avvenne tra Tommaso e i Vescovi imbelli.
[23] DEMIMUID, St. Thomas Becket, 1. c. , p. 103 .
[24] DEMIMUID, 1. c. , p. 189.