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giovedì 7 maggio 2026

QUELLI CHE PENSANO DI AVER VINTO: 2. VERA E FALSA RESTAURAZIONE


ANNO XIX -  15 GENNAIO 1993

QUELLI CHE PENSANO DI AVER VINTO

2. Vera e falsa restaurazione

Quelli che pensano di «aver vinto» sono i neomodernisti fedeli alla linea (se cosi può chiamarsi) dei padri fondatori della «nouvelle théologie» o «nuоva teologia», e segnatamente alla linea (tortuosa ed oscura) tracciata dal gesuita Henri de Lubac e dall'ex gesuita Hans Urs von Balthasar (v. numero precedente di si si no no). «Si esaltano gli esponenti della nuova teologia quasi fossero essi la pietra angolare della Chiesa ha scritto con ragione il pensatore don Julio Meinvielle («Influsso dello gnosticismo ebraico in ambiente cristiano», ed. Sacra Fraternitas Aurigarum in Urhe, Via Capitan Bavastro n. 136, 1. 06/5755119).

Prima di presentare questi «santi padri» del mondo cattolico postconciliare, è, però, opportuno illustrare qui brevemente l'essenza della «nuova teologia».

Il principio semplice di un'eresia complessa

Il sacerdote e teologo tedesco Johannes Dörmann nel suo ottimo libro «La strana teologia di Giovanni Paolo II e lo spirito di Assisi» (esiste purtroppo per ora la sola traduzione in francese a cura delle edizioni Fideliter, 112 route du Waldeck, 57230 Eguelshardt, Francia), scrive:

«La nouvelle theologie si presenta sotto più aspetti, ma essa è semplice nel suo principio e perciò se ne possono raggruppare le molteplici forme sotto lo stesso nome. Le sue differenti forme hanno in comune il ripudio della teologia tradizionale» (p. 55).

Che cosa significhi poi il ripudio della «teologia tradizionale» l'Autore lo spiega concisamente ed efficacemente a proposito dell'ultimo Concilio, che ha ritenuto di dover rinunziare per motivi «pastorali» al linguaggio scolastico: «I teologi manovratori videro benissimo che in questa questione del linguaggio si trattava la questione, tutta la questione della teologia e della fede. Perché il linguaggio scolastico era indissolubilmente legato alla filosofia scolastica, la filosofia scolastica alla teologia scolastica e quest'ultima infine alla tradizione dommatica della Chiesa» (p. 52), E pertanto l'addio al linguaggio scolastico si sarebbe risolto in ultima analisi nell'addio alla Tradizione divino-apotolica custodita fedelmente dalla Chiesa.

«L'abbandono da parte dei padri del «linguaggio scolastico» - scrive ancora il Dörmann - era per essi [i teologi manovratori del Concilio] la condizione sine qua non della rottura con l'antica dommatica, per installare la "nuova teologia dopo aver cessato di utilizzare l'antica e averne preso congedo» (p. 53).

 L'utopia

E com'è stato ed è motivato questo «congedo» dalla teologia tradizionale ovvero dalla teologia cattolica tout court, indissolubilmente legata alla Tradizione dommatica della Chiesa? Con «questa semplice e seducente idea una "nuova teologia nella prospettiva del carattere scientifico moderno e dell'immagine moderna del mondo e della storia» (p. 55). In altri termini, con la vecchia e sempre risorgente utopia della Chiesa conciliata col «mondo moderno», ovvero col pensiero filosofico moderno, col quale Pio IX (cfr. Sillabo proposizione ottantesima) ha dichiarato che la Chiesa non può e non deve conciliarsi, dato il suo carattere essenzialmente anticristiano:


«Gli uomini [moderni] sono in generale alieni dalle verità e dai beni soprannaturali, e stimano di poter appagarsi solo nella ragione umana e nell'ordine naturale delle cose e di poter conseguire in esse la propria perfezione e felicità» (Vaticano I schema preparatorio de doctrina catholica).

«Per i membri della "nouvelle theologie - continua il Dörmann - il motto "aggiornamento significava la decisa apertura della Chiesa al pensiero moderno [alieno dalla verità e dai beni soprannaturali] per pervenire ad una teologia totalmente diversa dalla quale dovrebbe nascere una nuova Chiesa secolarizzata adattata alla sua ероca» (op. cit. p. 54). È l'identica utopia del modernismo. «Dove ta la nouvelle theologie? Ritorna al modernismo» scriveva il padre Garrigou-Lagrange O. P..

 «Per la via dello scetticismo, della fantasia e dell'eresia»

 Ed infatti, scavando più a fondo, sotto il principio semplice della nuova teologia (l'addio alla «vecchia», e per 'ciò invecchiata, teologia) troviamo la medesima perversione della nozione di verità che è a fondamento del modernismo:

 «La verità non è più immutabile dell'uomo stesso giacché essa si evolve in lui, con lui e per lui»(San Pio X decreto Lamentabili proposizione cinquattotesima). Onde il padre Garri gou-Lagrange O. P., non profetando, ma semplicemente traendo le logiche conclusioni, scriveva nel 1946:

«Dove andrà questa nuova teologia con i nuovi maestri cui si ispira? Dove se non per la via dello scetticismo, della fantasia e dell'eresia?» (La nouvelle théologie où va-t-elle? in Angelicum 23, 1946 pp. 136-154)

Un'utopia colpevole

Lo vedremo. A noi qui interessa sottolineare che il tentativo di conciliare la Chiesa col «mondo moderno» (ovvero con la filosofia moderna soggettivista ed immanentista e la «cultura» imbevuta di soggettivismo ed immanentismo che ne è promanata) non è un'utopia incolpevole. Ad un tale tentativo, infatti, ha ha ripetutamente sbarrato la strada il Magistero del Romani Pontefici, segnatamente Gregorio XVI con la Mirari Vos (1832), Pio IX col Sillabo (1864), San Pio X con la Pascendi (1907) e, alle soglie dell'ultimo Concilio, Pio XII con l'Humani Generis (1950). In quest'ultima Enciclica, disattesa e poi sconfessata e sepolta da quegli stessi ch'essa aveva condannato, Pio XII, illustrando il clima che precede il Concilio, addita «con ansieta» e chiarezza i pericoli della «nuova teologia», che, cercando il suo fondamento fuori della filosofia perenne, mette in pericolo tutto l'edificio del domma cattolico. Soprattutto Pio XII non manca di sottolineare il disprezzo del Magistero che si sottende ad un siffato atteggiamento:


«[...]la ragione sarà debitamente coltivata se [...] essa verrà nutrita di quella sana filosofia che è come un patrimonio ereditato dalle precedenti età cristiane e che possiede una più alto autorità, perché lo stesso Magistero della Chiesa ha messo a confronto con la verità rivelata i suoi principi e le sue principali asserzioni messe in luce e fissate lentamente attraverso tempi da uomini di grande ingegno. Questa stessa filosofia, confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa, difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principi della metafisica - cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità - ed infine sostiene che si può raggiungere in verità certa ed immutabile.

In questa filosofia vi sono certamente parecchie cose che non riguardano la fede e i costumi, né direttamente né indirettamente, e che perciò la Chiesa lascia alla libera discussione dei competenti in materia; ma non vi è la medesima libertà riguardo a parecchie altre, specialmente riguardo ai principi ed alle principali asserzioni di cui già parlammo [valore della conoscenza umana, incrollabili principi della metafisica ecc.] [...].

La veritá in ogni sua manifestazione filosofica non può essere soggetta a quotidiani mutamenti specialmente trattandosi dei principi per sé noti della ragione umana o di quelle asserzioni che poggiano tanto sulla sapienza dei secoli che sul consenso e sul fondamento anche della Rivelazione divina [...].

Perció è quanto mai da deplorarsi che oggi la filosofia confermata ed ammessa dalla Chiesa sia oggetto di disprezzo da parte di certuni talché essi con imprudenza la dichiarano antiquata per la forma e razionalistica per il processo di pensiero [...]

Però, mentre disprezzano questa filosofia, esaltano le altre, sia antiche che recenti, sia di popoli orientali che di quelli occidentali, in modo che sembrano voler insinuare che tutte le filosofie o opinioni, con l'aggiunta - se necessario - di qualche correzione o di qualche complemento, si possono conciliare con il il dogma do cattolico. Ma nessun cattolico può mettere in dubbio quanto tutto ciò sia falso, specialmente quando si tratti di sistemi come l'immanentismo, l'idealismo, il materialismo, sia storico che dialettico, o anche come l'esistenzialismo, quando esso professa l'ateismo o quando nega il valore del ragionamento nel campo della metafisica [...].

Sarebbe veramente inutile deplorare queste aberrazioni se tutti, anche nel campo filosofico, fossero ossequienti con la debita venerazione verso il Magistero della Chiesa, che per istituzione divina ha la missione non solo di custodire e interpretare il deposito della Rivelazione, ma anche di vigilare sulle stesse scienze filosofiche per ché i dogmi cattolici non abbiano a ricevere alcun danno da opinioni non rette».

Resta così confermato quanto da anni andiamo ripetendo e documentando: benché membri della gerarchia cattolica, i neomodernisti sono e restano dei disobbedienti al Magistero costante e perciò infallibile della Chiesa e l'«obbedienza» che di fatto essi impongono al nuovo corso ecclesiale si concretizza in un'imposizione di disobbedienza alla Chiesa.

 Vera e falsa «restaurazione»

Da quanto sopra consegue che l'autentica restaurazione ripercorrerà il cammino inverso a quello che ha portato alla rottura con la Tradizione dottrinale della Chiesa: ritorno alla filosofia perenne e dunque alla teologia scolastica e dunque alla tradizione dommatica della Chiesa, nell'obbedienza alle direttive costanti del Magistero Pontificio.

I neomodernisti fedeli alla «linea» del de Lubac e del von Balthasar si atteggiano oggi a «moderati» e persino a «restauratori», ma non intendono affatto ripudiare la «nuova teologia», della quale - lo vogliano o no - è figlia la crisi che paralizza ai giorni nostri la vita della Chiesa. “La nostra linea - diceva "sicuro" il padre Henrici S. J. a 30 Giorni (dicembre 1991) - é quella di estremo centro.  eccessiva attenzione [sic!] al Magistero né contestazione. Né destra, né sinistra. Attaccamento alla tradizione [che, nel linguaggio del de Lubac e dei «nuovi» teologi, non è - lo vedremo - Tradizione dommatica della Chiesa] nella linea della théologie nouvelle di Lione [sede del de Lubac e di altri «padri fondatori»], che sottolineava la non contrapposizione [leggi: identificazione] tra natura e soprannatura, tra fede e cultura, e che è diventata la teologia ufficiale del Vaticano II».

 «Théologie nouvelle», che Pio XII nell’Humani Generis aveva condannato come un cumulo di «false opinioni che minacciano di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica»! E, dunque, quanto mai necessario sapere che cosa c'è dietro la «moderazione» di questi neomodernisti di «estremo centro», si, ma sempre neomodernisti.

 (continua)
Hirpinus

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Il Magistero disprezzato
«... la Chiesa esige che i futuri sacerdoti siano istruiti nelle scienze filosofiche "secondo il metodo e i principi del Dottore Angelico" (Corp. Iur. Can., can. 1366, 2), giacché, come ben sappiamo dall'esperienza di parecchi secoli, il metodo dell'Aquinate si distingue per singolare superiorità tanto nell'ammaestrare gli alunni che nella ricerca della verità; la sua dottrina poi è in armonia con la Rivelazione divina ed è molto efficace per mettere al sicuro i fondamenti della fede come pure per cogliere con utilità e sicurezza i frutti di un sano progresso (A. A. S. vol. XXXVIII, 1946, р. 387» (Pio XII) Humani Generis
).
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