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giovedì 14 maggio 2026

LETTERA DEI LETTORI: L''ESTREMO CENTRO" O L'ILUSIONE DELLA COMMUNIO

 


L’“estremo centro” o l’illusione della Communio

Recentemente ho letto qui, nel blog Amici e Lettori di SìSì NoNo, l’articolo Quelli che pensano di aver vinto: 2. Vera e falsa restaurazione, dove, alla fine, si può leggere quanto scritto da Hirpinus:

I neomodernisti fedeli alla «linea» del de Lubac e del von Balthasar si atteggiano oggi a «moderati» e persino a «restauratori», ma non intendono affatto ripudiare la «nuova teologia», della quale — lo vogliano o no — è figlia la crisi che paralizza ai giorni nostri la vita della Chiesa. “La nostra linea — diceva "sicuro" il padre Henrici S. J. a 30 Giorni (dicembre 1991) — è quella di estremo centro. Né eccessiva attenzione [sic!] al Magistero né contestazione. Né destra, né sinistra. Attaccamento alla tradizione […] nella linea della théologie nouvelle di Lione […]”.

Il passo non è semplicemente descrittivo; è programmatico. Il cosiddetto “estremo centro” non pretende di equilibrare le posizioni, ma di sostituirle. In termini classici, ciò significa, in altre parole, né ortodossia né eresia, ma eterodossia come principio.

Questo principio non resta confinato a un gruppo. Si manifesta anche in figure centrali, soprattutto in Joseph Ratzinger, che fu Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi eletto Papa Benedetto XVI.

Questo orientamento appare chiaramente nella sua tesi di dottorato, La teologia della storia in San Bonaventura, dove sostiene che il Dottore Serafico non avrebbe respinto tutti gli errori di Gioacchino da Fiore; al contrario, avrebbe compiuto una lettura ecclesiale dell’opera dell’abate di Fiore, offrendo un’alternativa ai gioachimiti moderati all’interno della Chiesa.

Qui sta il punto: Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino assunsero elementi della filosofia greca, ma lo fecero subordinandoli integralmente alla verità. In questo caso, invece, non si tratta di un rigetto pieno dell’errore, ma della sua reinterpretazione. In questo senso si può dire che Ratzinger trasformi il Dottore Serafico in un teologo di centro. Ed è significativo che lo stesso Henri de Lubac abbia respinto la tesi secondo cui San Bonaventura non avrebbe confutato completamente gli errori di Gioacchino da Fiore.

L’applicazione concreta di questa posizione emerge chiaramente nell’azione di Ratzinger come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi come Papa. Nel campo del tradizionalismo, ciò si manifesta sia nella creazione degli istituti Ecclesia Dei sia nella liberalizzazione della Messa tradizionale — mai giuridicamente abolita. In entrambi i casi, il movimento è lo stesso: non restaurare pienamente, ma integrare.

Lo stesso vale per la teologia della liberazione. Ratzinger ne condannò alcuni aspetti — Libertatis Nuntius e Libertatis Conscientia — ma non la teologia della liberazione in quanto tale. All’interno della logica dell’“estremo centro”, ciò è coerente: una teologia di destra (ortodossa) non è possibile, così come non lo è una teologia di sinistra (eretica). Ciò che resta possibile è soltanto una teologia di centro.

Di conseguenza, la lotta di Ratzinger non si svolse propriamente contro la teologia della liberazione, ma a favore di una teologia di centro. Tra i suoi rappresentanti si possono citare il cardinale Gerhard Ludwig Müller, Jorge Mario Bergoglio e Robert Prevost.

Vi è qui un dato rivelatore: mentre gli aderenti a questa teologia di centro sono giunti ai più alti gradi della gerarchia, l’episcopato è rimasto precluso perfino al semitradizionalismo degli istituti Ecclesia Dei. La ragione, in questa prospettiva, è semplice: essi prestano “troppa attenzione” al Magistero. In altre parole, danno assenso a decisioni magisteriali quando, secondo questa logica, ci si attenderebbe piuttosto un’adesione funzionale a una determinata teologia — preferibilmente quella di centro.

Il risultato è evidente: la funzione del Papa e del Magistero cessa di essere normativa per diventare moderatrice. Non si tratta più di definire, ma di equilibrare.

Il problema è che questo centro non è fisso. È personalistico e soggettivo, dipendente da chi lo occupa. Per questo la sua instabilità è inevitabile.

Ed è precisamente ciò che si è verificato con l’elezione di Jorge Mario Bergoglio. Ciò che prima si presentava come centro si sposta. D’altra parte, fino ad ora, Robert Prevost sembra mantenere una posizione intermedia, il che conferma che non si tratta di un principio stabile, ma di una posizione contingente.

Fino al pontificato di Benedetto XVI, il problema non si poneva più tanto tra ortodossi ed eretici manifesti, quanto tra diverse forme di estremismo, interne ed esterne. In questo contesto si comprende il caso di Hans Küng: inizialmente condannato, poi ricevuto da Benedetto XVI, al quale propose la revisione del dogma dell’infallibilità, ricevendo come risposta che la questione sarebbe stata oggetto di riflessione.

Vi è infine un punto decisivo: le categorie di destra, centro e sinistra non sono fisse. Durante il Concilio e nel periodo immediatamente successivo (fino alla fine del pontificato di Paolo VI), la destra era rappresentata dal clero neotomista preconciliare, la sinistra dalla nuova teologia di Henri de Lubac, e il centro si configurava come mediazione, con Paolo VI quale suo principale rappresentante.

Con Giovanni Paolo II, questa configurazione cambia: i nuovi teologi passano a occupare la destra, mentre i più radicali — legati, ad esempio, alla rivista Concilium — si collocano a sinistra. Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI garantiscono un posizionamento di centro-destra.

In questo contesto, l’affermazione dell’“estremo centro”, formulata da Henri de Lubac nel 1991, risultava già anacronistica. Essa sopravviveva nel Papa, ma non più nell’insieme delle posizioni.

L’elezione di Jorge Mario Bergoglio rende il processo ancora più evidente. Come Giovanni Paolo II aveva promosso, nel suo tempo, la sostituzione di una corrente con un’altra, così ora si assiste alla sostituzione del clero legato a Communio con quello legato a Concilium. Destra, centro e sinistra non sono più ciò che erano dieci o quindici anni fa.

Se al Concilio trionfò l’ala moderata della nuova teologia — rappresentata da Communio —, oggi è al potere la sua ala più radicale, legata a Concilium. La domanda resta: chi trionferà domani?

La cosiddetta “autodemolizione”, evocata da Paolo VI a proposito della Chiesa conciliare, può essere compresa, in questa prospettiva, come espressione di un principio più profondo — un dinamismo rivoluzionario già presente fin dalla Rivoluzione francese, nel quale le posizioni non rimangono, ma si trasformano continuamente.


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