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venerdì 14 agosto 2026

LA QUESTIONE SOCIALE E L'EPISCOPATO CATTOLICO - MONS. GIUSEPPE BALLERINI

 


LA QUESTIONE SOCIALE E L'EPISCOPATO CATTOLICO

Mons. Giuseppe Ballerini

Rivista Internazionale di Scienze Sociali
 e Discipline Ausiliarie
 Vol. 14, Fasc. 53
Maggio 1897 

Più di un mezzo secolo fa un uomo d'eletto ingegno scriveva:

«Come volete voi che gente che non sa nè come, nè perchè sia a questo mondo, sappia ciò che deve far della vita? E come volete che, non sapendo ciò che debba far della vita, sappia poi come debbasi costituire, ordinare e dirigere la società? Chi ignora il destino dell'uomo, ignora quello della società; e chi ignora il destino della società, non è in grado di organizzarla. La soluzione del problema politico sta tutta in una fede morale e religiosa. Questa fede oggi manca; e fino a tanto che essa non sarà trovata, tutte le rivoluzioni materiali immaginabili non potranno giovare a nulla. Il segreto della condizione presente sta tutto in ciò.» [1]

Quello che il Jouffroy asseriva al suo tempo della questione politica, a maggior ragione dobbiamo noi oggi ripetere della questione sociale. «Il segreto della condizione presente è tutto nella mancanza di una fede e nella necessità di ritrovarla.» Ne sentons-nous pas tous vaguement, si chiedeva testé il De Pressensé nella Revue des Deux-Mondes del 15 febbraio, qu'il s'est passé quelque chose de tragique dans l'âme de ce peuple, qu'il a perdu la foi?

La società aveva già trovata da molti secoli questa fede in seno al Cristianesimo ed alla Chiesa cattolica, ed in questa fede aveva pur trovato il principio e la radice di ogni giustizia [2] non solamente spirituale ed interiore, ma pur anco sociale ed esteriore. Ma oggi non è più così. Tutto si è messo in opera e tutto si è fatto congiurare allo scopo di sradicare la fede dal cuore dei popoli; la scienza e le lettere, le arti e la storia, l'istruzione e l'educazione, la stampa e la scuola – e tutto ormai fu dissacrato e scristianeggiato nella società – le istituzioni e le amministrazioni, le leggi e i tribunali, il matrimonio e la famiglia, in una parola, tutte le funzioni della vita umana, dalla nascita alla morte. Non mai come nel nostro secolo si è verificato alla lettera Vastiterunt reges terrae et principes convenerunt in unum adversus Dominum et adversus Christum eius, perchè non mai come nel nostro secolo i pubblici poteri furono più docili strumenti dell'empia setta che ha giurato il nolumus hunc regnare super nos.

«Si vogliono cancellare venti secoli di storia e di civiltà, hanno detto i vescovi lombardi nella loro splendida pastorale contro la massoneria ed il socialismo, per ricacciarci al paganesimo, per disfare ciò che ha fatto il cristianesimo e ricostruire l'uomo in quella indipendenza di pensieri, d'affetti, d'azioni, che è la peggiore delle schiavitù, perchè è il dominio delle passioni sulla nostra parte migliore.» [3] E tutto questo nel gergo moderno vuol dire progresso, civiltà, libertà!

Ma intanto, che n'è avvenuto?

La società non è più che una vasta arena dove tutti lottano per l'esistenza. Governanti e sudditi, poveri e ricchi, borghesi e proletari, aristocrazia e democrazia ci danno oggi lo spettacolo del bellum omnium contra omnes, che Hobbes immaginava all'esordire dell'umanità ancora selvaggia e brutale, e che invece, dopo tanti secoli di civiltà e di progresso, gli uomini di governo oggi appunto ci additano sotto il nome di «guerra civile in permanenza, che l'odio di classe coltiva nei cuori dei nati di una stessa terra, nei figli di uno stesso riscatto.» «La nostra società, scrive l'Angiulli, è travagliata da una profonda anarchia, dove ogni uomo è in disaccordo con sè stesso, ogni individuo con gli altri individui, ogni classe con le altre classi, ogni generazione con la generazione che la precede.» [4]

È inutile illuderci: l'uomo in ogni dove è sempre lo stesso, e uno stesso ordine d'idee necessariamente riconduce uno stesso ordine di fatti. Sottratta l'autorità della Chiesa, si sottraggono i principi cristiani; e sottratti i principi cristiani, tornano novamente gli antichi in tutta la loro forza, ed il mondo presente ridiviene in tutto eguale al passato. I concetti di ragione, di giustizia, di virtù, di diritto, di dovere – tutti necessari all'esistenza della società come il sangue ed il nutrimento alla vita – non trovano più verun appoggio, e la società deve cadere sotto i colpi dell'anarchia. [5] Finché la fede era radicata nel cuore dei popoli e le teorie degl'increduli restavano solo nei libri, l'andamento comune non ne risentiva punto; ma ora che si è fatto di tutto per isradicarla dai loro cuori, essi vanno co' fatti là, dove li porta la logica dei principî. Invano, a contenere il torrente rivoluzionario, i principi si sono piegati a non essere più che rappresentanti del popolo; chè i popoli han cessato di rispettarli allora appunto che i governanti cessarono di essere i rappresentanti di Dio e del suo giusto e provvido governo.

Invano si fa appello alla «fede nelle istituzioni monarchiche rappresentative che sono la nostra gloria, ed al ritorno allo Statuto», dopo che al popolo si è strappata la fede nelle istituzioni e negli statuti divini, dopo che le nostre glorie gli fruttarono tante miserie e tanti dolori, dopo che il regime parlamentare ed il governo rappresentativo è disceso sino al fondo d'ogni immoralità e corruzione.

I tempi si maturarono, e dalla questione religiosa si è così venuti alla questione politica, dalla questione politica alla questione operaia, dalla questione operaia alla questione sociale, dalla questione sociale al socialismo. È tutto a fil di logica. Tolto l'indirizzo della vita presente alla futura, non hanno forse ragioni da vendere i socialisti? Non neghiamo che la questione operaio-sociale abbia la sua genesi prossima in quell'insieme di fatti che riflettono le mutate condizioni dell'industria, del commercio, delle finanze, di tutta l'economia politica; ma proclamare da un capo all'altro d'Italia che la questione sociale è principalmente una questione finanziaria ed economica, come ha detto l'on. Di Rudinì, è semplicemente un chiudere gli occhi per non vedere, peggio ancora, è dar vinta la causa ai socialisti, i quali fanno della questione sociale non altro che una questione di stomaco. Se le azioni sono figlie del pensiero, il più elementare buon senso insegna che il guasto e il disordine dell'esterno operare deve anche la sua causa ultima nel guasto e nel disordine delle stesse idee, da cui prende le mosse lo stesso operare. E ciò vuol dire che la questione sociale è anzitutto una questione morale; [6] vuol dire che se dalla società non si fossero banditi quei principi religioso-morali che formavano i criteri direttivi dell'operare umano, non saremmo ora giunti al punto che tutti deplorano, nè si avrebbe quella brutale economia del lasciar fare e del lasciar passare che ha legittimate tutte le ingiustizie e iniquità sociali.

Ormai ne convengono tutti gli spiriti onesti e riflessivi di ogni partito; e perfino fra le aule di Montecitorio ha risuonato il grido: «Bisogna tornare indietro a tutta corsa, perchè in fondo ci sta l'abisso. Abbiamo bisogno di aria sana, e conviene purificare l'ambiente, è necessario sollevarsi in più spirabile aere. Il socialismo non teme che il prete.» [7] Ed oggi stesso, mentre scriviamo, dopo l'attentato dell'Acciarito, i giornali riboccano di simili confessioni. Ecco, per esempio, quel che dice la Perseveranza di Milano: «Da che proviene questa agitazione continua, che si vuole frutto di un malessere sociale? Questa agitazione che non c'era affatto quando le classi meno abbienti stavano peggio, e assai male davvero? Questa agitazione che vuoisi iniziatrice di assassinio politico? L'economista tenti pure di trovarne la causa in questioni d'indole economico-finanziaria; la cerchi il sociologo in mancanza di ordinamenti legislativi a pro delle classi lavoratrici. In parte potranno avere l'uno e l'altro ragione. Ma la causa prima del fenomeno è ben altra; e la può additare il filosofo moralista.»

È vero che i liberali invocano Dio unicamente perchè faccia da guardiano ai loro capitali o da puntello al loro trono; è vero, anzi, che i nostri padri coscritti hanno persino dichiarato che la religione che essi invocano non è nè romana, nè cattolica, nè apostolica; ma è vero altresì che la politica del Machiavelli oggi ha fatto il suo tempo e che i liberali non sanno più difendersi. [8] La bancarotta del liberalismo è un fatto compiuto e proclamato da quei medesimi che avrebbero tutto l'interesse a dissimularlo. [9] E la sua impotenza a resistere al flotto minaccioso del socialismo e di tutti gli altri partiti sovversivi, è la prova più evidente che tutte le corruzioni sociali sono logiche conseguenze de' suoi principî. Non è certo nel campo dei cattolici che si debbono cercare i socialisti incoscienti, come pretende il senatore Boccardo, [10] ma tra le file de' suoi commilitoni. Nel tragico corso degli avvenimenti che s'incalzano, tutte le forze vanno ora raccogliendosi ai due punti estremi – nel cattolicismo e nel socialismo – pei liberali non c'è più posto. O avanti sino al fondo dell'abisso, o indietro ai principi della dottrina cattolica. Tal è la lotta finale che ora si dibatte. «In religione come in politica, scriveva la Gazzetta di Liegi in occasione del primo maggio, il successo sarà sempre per i credenti, non mai per gli scettici; e se oggi l'avvenire sembra appartenere ai socialisti, malgrado la inquietante assurdità dei loro dogmi, è perchè non vi sono altro che loro che siano realmente convinti. Le classi dirigenti moderne hanno perduta la fede in tutte le cose. Non credono più a niente, nemmeno alla possibilità di difendersi contro il flotto minacciante dei barbari che li circondano da tutte le parti.»

Ed ecco la conclusione a cui ci porta la logica dei fatti e delle idee: le sorti della società e della civiltà sono un'altra volta affidate alla Chiesa ed all'Episcopato cattolico, perchè un'altra volta il mondo ha bisogno di essere redento dal novello paganesimo in cui è caduto. [11] E l'ora della redenzione è suonata. Il Vicario di Gesù Cristo ha ripetuto nelle sue encicliche il misereor super turbam, ed ai timidi ed esitanti che stavano nascosti nel Cenacolo propter metum Judaeorum fe' risuonar alto ed imperioso il solenne invito: Andate al popolo! Fu allora che s'iniziò quel movimento sociale cristiano, che scosse in breve tempo tutte le nazioni d'Europa e forma ora il più grande baluardo contro lo irrompere del socialismo.

Non è più soltanto un Ketteler, un Manning, un Freppel, un Doutreloux, un Bonomelli che mettono a nudo le insidie ed i sofismi del socialismo: è tutto intiero l'Episcopato cattolico che sorge compatto alla difesa della Chiesa e della società; sono i condottieri delle grandi falangi cristiane che vanno ordinando e disciplinando le loro forze contro il comune nemico, è insomma l'azione cattolica ch'essi fanno penetrare di mezzo ai popoli quasi onda rigeneratrice di tutta la vita sociale. A questo mirano quasi tutte le loro pastorali; a questo le lettere collettive dei vescovi delle varie regioni d'Italia e fuori, lettere che segnaleranno un periodo glorioso negli annali della storia ecclesiastica e civile. [12] A questo intende l'indirizzo che riceve il giovane che si viene allevando nei seminari; a questo i frequenti convegni regionali, nazionali ed internazionali; a questo la fondazione dei Comitati, dei Circoli e delle Società operaie. Ed a quest'azione concorde dell'Episcopato, che non ha forse riscontro in tutta la storia, risponde del pari quella del clero e del laicato cattolico. N'è prova splendidissima il potente risveglio religioso di questi ultimi anni, [13] e, più che tutto, il terreno conquistato dai cattolici nella vita civile e sociale. Ci siamo appena desti, e già incutiamo timore a quelli che ieri non ci degnavano neppure di un guardo. Non contavamo più nulla, ed a paralizzare l'opera dei cattolici ci vuole ora la coalizione di tutti gli altri partiti, ed ancora non basta. Eravamo nel discredito universale, ed oggi i popoli rivolgono fiduciosi lo sguardo alla Chiesa cattolica come ad àncora di salvezza, ed un movimento di ritorno si va determinando in tutte le classi della società.

La loggia ed il ghetto naturalmente fremono, e cercano tradurre i cattolici quali rivoluzionari per sottoporli alle misure repressive del governo. Ma i fatti hanno già aperto gli occhi a molti degli stessi liberali, i quali sorgono alla difesa dei cattolici. Il Piccolo di Cuneo, per es., rispondendo agli attacchi della Sentinella delle Alpi e della Gazzetta del Popolo di Torino, così scriveva:

«Quando una classe benemerita di persone si organizza e trova il modo pratico di lenire, se non sanare completamente, i mali che il socialismo denuncia, noi non sappiamo non battere le mani, semplicemente perchè questa classe si compone di clericali, la bete noire del corrispondente della Gazzetta del Popolo. L'hanno forse trovato i liberali, in tanti anni di governo, il modo di sollevare la sorte dei meno abbienti ed allontanare lo spettro del socialismo? Ahimè, quando i liberali, con sconsigliati provvedimenti, non hanno posto l'aureola del martirio sul capo di mediocri tribuni del socialismo, si sono affrettati a stringere con essi le leghe offensive e difensive; e così mentre i demagoghi continuavano il loro falso apostolato, gli alleati liberali, in tutti i rami delle pubbliche amministrazioni, con immoralità e razzie, rendevamo sempre più grave lo sfacelo morale ed economico. Come si spiega che in moltissime città, gli elettori hanno fatto rimanere in fondo all'urna i nomi più belli del partito liberale, per rimandare ad amministrare la pubblica sostanza dai clericali, i quali non presentavano altra garanzia(?) oltre la illibatezza dei costumi e l'onestà degl'intendimenti? Ben venga quindi questo movimento cattolico, che, come nella provincia di Cuneo, cerca di riorganizzarsi, di fondare casse rurali e di opporre così una diga al socialismo. I liberali, che si sono insediati in tutte le pubbliche amministrazioni e che hanno montato una vasta macchina elettorale, mercanteggiando voti e coscienze col denaro pubblico, poco ci affidano; i clericali, che pur rispettando le leggi della patria e le sue istituzioni, anzi nell'orbita di queste, tentano migliorare le attuali tristissime condizioni economiche, meritano il plauso di tutti gli onesti.»

Non è però ancora tempo di abbandonarci ad inconsulti lirismi, come fanno taluni; sappiamo pur troppo che adhuc grandis restat via, e che è molto più quello che ci rimane a fare di quello che abbiamo fatto. «Per giungere là, dove arrivò la rivoluzione politica e religiosa, ha scritto un eminente pubblicista, non furono sufficienti alcuni mesi o pochi anni; ci volle tutta intiera una congiura letteraria, politica, artistica, storica, che mutò faccia prima alle idee, e poi discese nei fatti, con l'odio a tutto ciò che era cattolico e cristiano. La setta che mirava a distruggere nell'anima degl'italiani l'eredità cattolica di tanti secoli, dovette colpire a morte tutto l'edificio sociale e politico, che gli stessi secoli avevano fatto sorgere intorno al papato: i benefici della religione furono o misconosciuti o travisati o negati o volti in danno del papato che n'era autore. Tutto mentì: la filosofia, l'arte, la storia, la pedagogia, la scienza. Per riparare a tanti danni non sono sufficienti i palliativi o mezzi esterni: vi abbisogna una graduale e permanente immutazione dello spirito pubblico, illuminato dall'esperienza dolorosa, dall'inanità e fallacia delle promesse dei nostri avversari, dalle sciagure che i falsi amici d'Italia fecero piombare sulla nostra patria. Se questo non avvenga, se la resipiscenza di molti non sia piena, e l'azione di tutti non sia concorde, la mèta non si può raggiungere, o, raggiuntala, non è agevole mantenervisi in quella sicurezza e potenza, che si richiede per rendere alla nazione quell'assetto cristiano che le si conviene.»

Ancor più. Le condizioni morali e industriali, e le conseguenti ingiuste miserie della classe operaia, non sono cose di un sol popolo, ma di tutti o quasi tutti i popoli progrediti. Come si è organizzato internazionalmente il socialismo, che vuole la vendetta delle ingiustizie della classe operaia, così deve organizzarsi internazionalmente quel ragionevole moto sociale che ne vuole il rimedio. Se la causa remota della questione operaia è nell'abbandono dei principi cristiani, la causa prossima è nell'abbandono in cui fu lasciato l'operaio dopo che un malinteso amore di libertà ha fatto cadere tutte le antiche istituzioni di arti e mestieri, ed ha lasciato l'operaio solo e indifeso di fronte alla voracità del capitalista ed a tutte le ingiustizie e le usure del lasciar fare e del lasciar passare. Lavoriamo, dunque, non certo per ottenere il collettivismo, ma la collettività delle persone nelle varie unioni professionali, in modo che tutti possano far valere i loro diritti, e la società sarà salva. E il consiglio, anzi il comando di Leone XIII: «Si agita oggidì la questione operaia, la cui buona o cattiva soluzione interessa sommamente lo Stato. Gli operai cristiani la scioglieranno bene, se, uniti in associazioni, e saggiamente diretti, si metteranno per quella medesima strada, che con tanto pro di loro stessi e della società tennero i loro antenati.» [14]

Nel medio evo, quando il mondo romano cadeva per opera dei barbari invasori, il popolo trovò asilo all'ombra del santuario, il quale propugnò i suoi diritti contro i vincitori, lo salvò dallo abbrutimento e rimase anche al tempo delle repubbliche del secolo XIII e delle grandi monarchie del secolo XV il suo patrono virtuale. Questo patronato, interrotto dalla riforma luterana e dai suoi effetti, s'impone prepotente sulla fine del secolo XIX, come il solo che potrà salvare la società presente. L'età eroica del laicismo è finita, la bancarotta della scienza, della coscienza e del liberalismo lo dimostrano; i difensori del diritto divino tornano ad essere i veri rappresentanti dei diritti del popolo, e l'ambiente sociale va disponendosi in modo che tutto prelude a quella grande unità etnarchica che fu il sospiro di tutti i tempi.

Tale è il pensiero del grande Leone.

«Un moto unitivo occupa e governa le odierne generazioni; gl'incrementi della cultura vanno per ogni dove propagando omogeneità e consonanza di pensieri, costumi, aspirazioni. Fra popoli e popoli, diversi di stirpe e di eloquio, separati da oceani e continenti sterminati, corre tuttavia un senso di fratellanza che altri secoli non conobbero. Ora dunque Iddio benedetto, che è sapientissimo a dedurre il bene da ogni cosa, e perfino dal male, perchè non vorrebbe codeste inclinazioni umane convertire e trasformare a beneficio della vaticinata unità della fede?»

Mons. Giuseppe Ballerini.


NOTE

[1] Jouffroy, Du scepticisme actuel. Cours de droit, leçon dixième, pag. 296.

[2] Conc. Trid., Sess. VI, cap. VIII.

[3] Lettera dell'Episcopato lombardo contro la massoneria ed il socialismo. La Revue maçonnique di Parigi, del gennaio corr. anno, narra d'un suo emissario, certo Sebastiano Faure, che ad Angers tentò fare una conferenza sui Delitti di Dio!!! Di che cosa sia capace la massoneria ce ne dà prova, in questi giorni Leo Taxil... Osservatore romano, in una corrispondenza da Costantinopoli, faceva rilevare, giorni sono, l'opera della massoneria anche nelle fosche cose d'Oriente, ed aggiungeva: «Ora si comprende perchè questo infralito impero ottomano si regga tuttora in piedi (anzi venga protetto dalla così detta politica pacificatrice d'Europa). Se esso crollasse, il fanatismo musulmano non potrebbe più distruggere le chiese e le missioni cattoliche, sgozzare i cristiani, impoverire i popoli credenti nella vera fede e impedire che la benefica azione civilizzatrice del Vangelo e della Chiesa conquistasse al vero Dio molti di quelli che fino ad ora giacquero nell'ignoranza e nella barbarie del Corano.»

[4] Angiulli, La filosofia e la ricerca positiva. «Il secolo scorso, scriveva il Bonghi nel 1898, si chiuse con la rivoluzione che uccise i vecchi ordinamenti feudali; il secolo presente muore dilacerato da lotte e discordie senza fine. Il socialismo progredisce ogni giorno più, fiducioso nelle sue forze, sicuro del suo avvenire. Malgrado i suoi errori, esso appare come protesta contro i mali della libertà assoluta, creata dalla rivoluzione francese. La scienza, animata da un eccessivo spirito di critica, incapace di spiegare il mistero della vita, non appaga gli animi. L'arte, la letteratura, nutrite di verismo e di determinismo dissolventi, aumentano il turbamento e la fiacchezza degli animi. Intanto la religione se ne va, e cadono gli ideali... A tanto decadimento non può porre riparo se non la risurrezione degl'ideali religiosi.» La fine del secolo XIX.

[5] «Per l'abbandono di questi principi, scriveva il regnante Pontefice sin dal 1887, si è rotta tra popoli e sovrani quella pacifica armonia nella quale è riposta la tranquillità e il pubblico benessere; si è indebolito il sentimento religioso e il freno del dovere, per cui è sorto vigoroso e si è diffuso largamente lo spirito d'indipendenza e di rivolta, che va fino alla anarchia e alla distruzione della stessa sociale convivenza. Il male cresce a dismisura e dà a pensare seriamente a molti uomini di governo, i quali cercano ogni modo di arrestare la società sul fatale pendìo. E bene sta; chè con tutte le forze si deve fare argine ad un torrente così rovinoso. Ma la salvezza non verrà senza la Chiesa: senza la salutare influenza di lei, che sa indirizzare con sicurezza le menti alla verità e formare gli animi alla virtù e al sacrifizio, nè la severità delle leggi, nè i rigori della giustizia umana, nè la forza armata varranno a scongiurare il pericolo presente e molto meno a ristabilire la società sulle naturali ed inconcusse sue basi.» Lettera al cardinale Mariano Rampolla, segretario di Stato di S. S. Leone XIII.

[6] Questione morale non vuol dire questione di carità soltanto, come credono taluni. Oh non è forse morale anche la giustizia? Un giornale cattolico di Piemonte asseriva testé che la questione operaio-sociale non può avere altra soluzione all'infuori della carità. Vorremmo consigliare a quel giornale un'attenta lettura dell'Enciclica Rerum novarum, ed anche a riflettere un pochino se l'ambiente sociale nel quale viviamo sia tutto profumo di rose, ovvero vi siano ingiustizie, ed anche molte, da togliere.

[7] Nel gennaio del corrente anno la Rivista socialistica di Stuttgard (Die neue Zeit) pubblicava un prospetto statistico dimostrante l'azione esercitata dalle diverse confessioni sullo sviluppo del socialismo. Il risultamento di questo lavoro è, che dove la religione cattolica possiede un gran numero di fedeli, la proporzione dei socialisti è lieve; dove la popolazione cattolica eccede appena la metà della popolazione totale, la più forte percentuale dei socialisti dà il numero del 14.9, come nell'Alsazia-Lorena; ove i cattolici costituiscono una minoranza, i socialisti oltrepassano il 24 per cento. Al contrario, ove i protestanti sono in forte maggioranza, i socialisti raggiungono il 59 per cento. Nei paesi poi di assoluta maggioranza cattolica, il numero dei socialisti si abbassa sino al 2 per cento, e non è mai al di sopra dell'8. Dalla pubblicazione stessa dei socialisti tedeschi risulta dunque che la religione cattolica romana è l'unica forza di resistenza alla penetrazione ed allo sviluppo delle idee sovversive; forza che sarebbe al tutto invincibile se la religione cattolica fosse più praticata dal popolo e meno combattuta dai governi.

[8] L'Osservatore cattolico, che fra i giornali quotidiani d'Italia è quello che più ampiamente si occupa del movimento sociale, scrisse poderosi articoli sull'impotenza del liberalismo di fronte alla questione sociale.

[9] Ecco, per es., quanto scrive il De Pressensé nella Revue des Deux Mondes del 15 febbraio: «Noi abbiamo visto il trionfo del liberalismo, abbiamo assistito alla conquista di tutti i castelli forti della reazione caduti l'un dopo l'altro in potere di lui. Noi abbiamo potuto credere vinte le ultime resistenze, e che, senza lega, senza ritorno e senza fine, l'avvenire era conquistato al regime parlamentare, al governo rappresentativo, al principio elettivo, alle istituzioni democratiche. A quest'ora la reazione cominciò. Ancora un'altra volta, e la vittoria figlierà la sconfitta.»

[10] Socialismo sistematico e socialisti incoscienti, Roma, 1896.

[11] «In hoc posita est malorum sanatio, ut mutatis consiliis et privatim et publice remigretur ad Jesum Christum, christianamque vivendi formam.» Leone XIII nell'enciclica Exeunte anno.

[12] Quasi tutta la stampa della penisola s'interessò della Lettera dei vescovi lombardi contro la massoneria ed il socialismo.

[13] «Di questo risveglio, segno del tempo, scriveva mons. Bonomelli nella pastorale per la quaresima del corrente anno, non è prova sopra ogni altra splendidissima la potenza e influenza, che nella seconda metà di questo secolo ormai al tramonto ha conseguito il Capo della Chiesa? Toltine alcuni periodi del medio evo, e questi generalmente brevi, la Sede romana non ebbe mai tanta potenza morale, nè mai riscosse tanta ammirazione e riverenza, come nei due ultimi Pontefici. Cattolici e non cattolici e gli stessi nemici più fieri del Pontificato romano, loro malgrado, resero omaggio alla sua grandezza, ne conobbero la forza e perfino ne domandarono l'aiuto. Fatto segno di ire feroci, di calunnie e di odi profondi, ridotto in condizioni che da oltre mille anni non si erano viste, spogliato d'ogni umano presidio, il Pontefice mostra al mondo attonito una energia, una vitalità che è al tutto divina.» S'intende che la grandezza morale del Pontificato dinanzi al mondo non è però derivata dall'averlo spogliato del potere temporale, come vorrebbero far credere i liberali. Questa è la logica del post hoc, ergo ex hoc.

[14] Encicl. Rerum novarum.

 


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