QUELLI CHE PENSANO DI AVER VINTO
4. Henri de Lubac S.J., un "maestro" che non fu mai discepolo
Parte I — 1. Il trionfo della setta modernista
Parte II — 2. Vera e falsa restaurazione
Parte III — 3. La "nuova" filosofia di M. Blondel
Parte II — 2. Vera e falsa restaurazione
Parte III — 3. La "nuova" filosofia di M. Blondel
Propensioni liberali e deformazione teologica
E veniamo al gesuita Henri de Lubac, padre della «nouvelle théologie».
Partiremo dalla sua formazione filosofico-teologica, perché essa dimostra il clima di disprezzo per l'autorità e le direttive della Roma cattolica nel quale è maturata l'attuale crisi nella Chiesa.
Contro l'aggressione dei modernisti San Pio X aveva chiesto che dai Seminari e dalle case di formazione dei religiosi fossero allontanati gli insegnanti sospetti e che fossero esclusi dalle ordinazioni quei giovani «che lascino il più piccolo dubbio di correre dietro a dottrine condannate o a dannose novità» (Motu Proprio 18 novembre 1907).
Stando a queste direttive il giovane de Lubac non avrebbe mai dovuto essere ordinato. È lui stesso ad attestarci nella Memoria intorno alle mie opere (Jaca Book, Milano) le sue simpatie per il liberalismo cattolico, ripetutamente condannato dai Romani Pontefici, simpatie che lo predisponevano a «correre dietro ai sistemi e alle tendenze irrequiete del pensiero moderno» (P. Parente La teologia ed. Studium).
Del card. Coullié, ad esempio, il de Lubac scrive: «per me aureolato fin dalla mia adolescenza a causa del ricordo di mons. Dupanloup, di cui era stato collaboratore». Mons. Dupanloup, l'«eroe», anzi il «santo» dell'adolescente de Lubac, era stato esponente di spicco della corrente liberale nel Vaticano I ed abbandonò quel Concilio prima della conclusione per non assistere alla proclamazione dell'infallibilità pontificia, da lui avversata. Al contrario di mons. Lavallée, rettore delle facoltà cattoliche di Lione, il de Lubac scrive: «ciò che mi disturbò sempre un tantino nei miei rapporti con lui fu... la sua reputazione di tradizionalista estremo», anche se «non era però "integrista"» (da notare la gradazione) (p. 5). Quest'orrore per l'"integrismo" e gli «integristi» non abbandonerà il de Lubac fino alla fine dei suoi giorni, come vedremo.