ANNO I - GENNAIO 1975 - N. 01
Quindicinale Cattolico
Antimodernista
MODERNISMO IERI E OGGI!
Quindicinale Cattolico
Antimodernista
LA POLITICA ECCLESIALE
DEL «NON INTERVENTO»
Paolo VI beato?
Recentemente la Conferenza episcopale di un Paese dell'America Latina ha
avanzato la proposta di beatificare Paolo VI. Decisamente bisogna aver perduto
ogni amore alla Chiesa e alle anime e persino il comune buon senso per avanzare
una siffatta proposta. Paolo VI beato! Sarebbe come dire che un Papa può
santificare se stesso, venendo meno ai suoi doveri di Papa; il che è
chiaramente assurdo: un Papa, non meno di una madre, di un padre di famiglia o
di qualunque altro cristiano, si santifica attraverso il compimento dei doveri
del proprio stato.
Paolo VI e la reazione antimodernista
Il 20 aprile 1970, su Epoca Pietro Zullino, sotto il titolo Coraggio,
Papa Paolo!, scriveva: «Giovedi Santo, il Pontefice ha denunciato con
parole amarissime le lacerazioni interne della Chiesa». L'articolista affermava
che «la maggioranza del clero e dei cattolici rimane fedele al suo [di Paolo
VI] insegnamento, ma la questione del celibato ecclesiastico minaccia di aprire
una crisi dagli sviluppi imprevedibili». Elencava quindi alcuni esempi di
«lacerazione»: «preti sconosciuti [e di nessun valore] e lontanissime suore
anch'esse sconosciute e di nessun valore diventano celebri in un attimo»;
«Issata la bandiera rossa sopra un seminario di Parigi retto dai Domenicani»;
«Persino i gesuiti mettono in discussione l'autorità di Roma»; «l'ex-chirurgo
francese Marc Oraison... si batte per la declericalizzazione dei sacerdoti e
per l'abolizione del celibato. A Parigi, dove vive, egli capeggia un attivo
movimento di preti modernisti»; «In Cile e Perù ci sono state clamorose
defezioni di vescovi». Invece «Preti e laici italiani sembrano particolarmente
tranquilli».
A questo punto l'articolista parlava della «reazione alla tendenza
modernista»: «Pochi giorni fa, il Papa ha ricevuto dalla Germania una
"lettera di fedeltà" con le firme di 1.600 Sacerdoti. Un documento
analogo, con 240 firme, gli è giunto da Lione [il che è dir tutto!]. In
Francia, i tradizionalisti stanno organizzando un movimento che si chiama
"Rénovation de l'ordre chrétien" [e non era il solo: l'abbé Coache
dirigeva il movimento Combat de la Foi, e per questo era stato espulso
dalla sua parrocchia!]. In Italia sorge un'associazione similare che per
insegna si è data il motto: "Fortes in fide"». Ed ecco l'osservazione
conclusiva dello Zullino: «Ma non è sicuro che il Papa approvi le iniziative
tradizionaliste: in fondo, esse contribuiscono solo a radicalizzare il
conflitto». Purtroppo era vero: Paolo VI non gradiva la reazione antimodernista
e i fedeli cattolici (cioè la maggioranza contro la minoranza proterva e
aggressiva dei neomodernisti), che si rivolgevano a Papa Montini, come al
Vicario di Cristo, cui Gesù ha commesso la custodia del Suo gregge, la difesa
della dottrina rivelata e la conservazione della Chiesa, così come Gesù l'ha
voluta, rimanevano immancabilmente senza risposta e senza sostegno.
1 - P. Henri de Lubac
Se si torna indietro di una quarantina di anni, si vede negli scritti di alcuni teologi, un rinnovato interesse circa il rapporto tra quello che si chiamava, fino allora, ordine naturale e ordine soprannaturale. È indispensabile capire che questo non è un argomento astratto, una speculazione da «dilettante», da non poter avere conseguenze di lunga portata nel pensiero e nella vita della Chiesa. Sia in teologia che in filosofia e nella scienza sperimentale, pochi argomenti, pochi casi sono assolutamente neutri.
Il P. Henri de Lubac [1] aveva formulato in quel periodo considerazioni nuove, non assolutamente nuove, ma presentate con un linguaggio nuovo e con applicazioni particolari. Nel 1946 pubblicava il suo libro «Il Soprannaturale», ove è espresso tutto il suo pensiero di allora [2]. Affermava che l'ordine soprannaturale è necessariamente implicato in quello naturale. Come conseguenza di questo concetto veniva fatalmente che il dono dell'ordine soprannaturale non è gratuito perché è debito alla natura. Allora esclusa la gratuità dell'ordine soprannaturale, la natura per lo stesso fatto che esiste si identifica al soprannaturale. Qual'era la ragione addotta? Il ragionamento fondamentale può essere espresso così: l'atto intellettuale comporta la possibilità di riferirsi alla nozione dell'infinito e per questo il soprannaturale è implicato nella natura umana di per sé.
Questa visione della realtà intima ed essenziale dell'uomo era diffusa negli scritti anteriori del P. de Lubac. Ci sono brani, per esempio nel suo libro «Cattolicesimo» [3], di cui non si può veramente comprendere il tenore, né l'insistenza con la quale sono messe in rilievo alcune espressioni bibliche, se non nello spirito della dottrina più tardi espressa nel «Soprannaturale».
Si resta colpiti dall'insistenza con la quale l'autore vuole dare un significato particolare all'espressione di San Paolo «rivelare in me il Figlio suo», significato che sembra andare oltre alla spiegazione ammessa da tutti gli esegeti che hanno interpretato la parola «in me» [***], esattamente come il Padre M. J. Lagrange [4].