Nota ai lettori
Dopo un breve periodo di pausa, il blog riprende la sua attività. Ringraziamo di cuore tutti gli amici e i lettori che continuano a seguirci con interesse e fedeltà. Con l'aiuto di Dio, riprendiamo la pubblicazione dei nostri articoli, nella speranza che possano contribuire, sia pure modestamente, alla conoscenza e alla difesa della dottrina cattolica.
Buona lettura.
MONS. LEFEBVRE, il CONCILIO E «LA CIVILTÀ CATTOLICA»
Il caso Lefebvre con la Nota informativa della Santa Sede è il titolo dell'editoriale de La Civiltà Cattolica, 2 luglio 1988.
Editoriale zeppo di imprecisioni, di significative omissioni, di palesi errori sia nel presentare il «caso Lefebvre» dal 1975 in poi, particolarmente per i rapporti con Paolo VI, e con la commissione dei tre Cardinali: Garrone, Tabera e Wright, sia nel valutare la posizione di sua ecc.za mons. Lefebvre riguardo al Concilio.
Per la vicenda Lefebvre basti pensare al card. Garrone, nominato dall'amico Paolo VI prefetto della Congregazione per i Seminari, dopo che nel Concilio si era scagliato contro i Seminari regionali in Italia e che da quella Congregazione presiederà nel post-concilio alla loro... generale chiusura e svendita, già accusatore di sua ecc.za mons. Lefebvre e posto a capo della commissione cardinalizia col compito di giudicarlo: nemico e giudice allo stesso tempo! Insieme con Tabera, eiusdem furfuris, e il card. Wright... pura presenza fisica, benché, Prefetto della Sacra Congregazione per il Clero, nel 1971 avesse inviato a sua ecc.za Lefebvre una lettera di congratulazione e di incoraggiamento per la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X col grande Seminario teologico di Ecône, approvata il 1° novembre 1970 dal Vescovo di Friburgo, mons. Francesco Charrière: l'opera «ha già valicato i confini svizzeri e numerosissimi Ordinari, dalle diverse parti del mondo, lodano la stessa Fraternità e l'approvano».
Il card. Garrone aspettava da tempo l'occasione per soddisfare la sua vecchia ruggine contro mons. Lefebvre, che durante il Concilio aveva preso netta posizione contro il neo-modernismo dell'Alleanza Europea (Cardinali e Vescovi francesi, belgi, tedeschi, austriaci, olandesi, canadesi; degli italiani soltanto i cardinali Montini, il futuro Paolo VI e Lercaro), della quale Garrone era membro rumoroso e fra i più accaniti.
In una conferenza a Parigi sua ecc.za Lefebvre accennava brevemente a questi tristi eventi conciliari e in difesa della verità si ergeva contro la moda artatamente creata di celebrare in tutti i toni il Concilio Vaticano II, assimilandolo ai Concili dogmatici, quali il Tridentino e il Vaticano I. Paolo VI, scrivendo a mons. Lefebvre (luglio 1975) arrivava a definirlo «sotto certi aspetti superiore, più importante del primo Concilio ecumenico di Nicea».
Il card. Garrone pigliò subito la palla al balzo; accusa: Lefebvre è contro il Concilio. Decisione: la fine della Fraternità e chiusura del Seminario di Ecône, che, così fiorente, era una spina per il distruttore dei Seminari. Tutto scontato. E Paolo VI trasmette la decisione: delenda Carthago! Ogni ricorso fu inutile. Paolo VI inflisse la sospensione a divinis.
La «longanimità» e la «pazienza» di Paolo VI
Un solo esempio della tendenziosa esposizione dei fatti, falsati per gli incauti lettori da La Civiltà Cattolica:
«Tuttavia i contatti con Roma non s'interruppero. Prima della comparizione dinanzi alla Congregazione per la Dottrina della Fede, l'11 e il 12 gennaio 1979, che non ebbe nessun risultato, mons. Lefebvre come era stato ricevuto da Paolo VI parecchio tempo prima della sua morte fu ricevuto da Giovanni Paolo II un mese dopo la sua elezione.
Nel 1979 egli dichiarò: "Sono pronto a sottoscrivere una dichiarazione che accetta il Concilio Vaticano interpretato secondo la Tradizione". Ma, egli aggiunse, "penso che in alcuni dei suoi testi ci sono cose contrarie alla Tradizione e al Magistero della Chiesa, quale si è espresso precedentemente: questo specialmente nella Dichiarazione sulla libertà religiosa" (Itinéraires, n. 233, p. 157). Era una dichiarazione equivoca, per il fatto che mons. Lefebvre non accettava il Concilio nella sua totalità, ma solo in quelle parti che erano conformi alla "Tradizione" (nel senso che egli dava a quella parola): tra le parti non conformi alla "Tradizione" c'era la Dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae), ma non essa soltanto, bensì anche molti punti della Lumen gentium, della Dei Verbum, il decreto sull'Ecumenismo, le costituzioni Sacrosanctum Concilium e Gaudium et spes, la dichiarazione Nostra aetate, vale a dire tutti i testi conciliari più significativi. Ad ogni modo, egli dichiarava alla Congregazione per la Dottrina della Fede, sempre a proposito della Dignitatis humanae: "Insomma la Chiesa del Vaticano II confonde Buddha, il Dio di Maometto e Nostro Signore Gesù Cristo in una sola 'Divinità suprema'».
Per la verità, com'è notorio, i fatti si svolsero alquanto diversamente.
Eletto papa Giovanni Paolo II, mons. Lefebvre chiese ed ottenne quella udienza invano domandata ripetutamente a Paolo VI, del quale La Civiltà Cattolica esalta la «longanimità» e la «pazienza». A Castel Gandolfo, dove Paolo VI aveva attirato mons. Lefebvre, mosso soltanto dalla critica di ricevere «oves et boves», soggetti di ogni tinta e religione, e di non voler ricevere invece un vescovo cattolico così meritevole, non ci fu «udienza né dialogo»; solo il «monologo» di un arrabbiato pontefice, che, battendo i pugni sul tavolo, rimproverò al malcapitato di «fargli perdere la faccia» e di «sollevare la gente contro di lui»!
Lo aveva sospeso perché aveva disatteso la sua ingiunzione di chiudere la sua opera. Ingiunzione ingiusta, illegittima perché priva di fondamento: le giuste, come vedremo, critiche di mons. Lefebvre al Concilione e ai suoi postumi e derivati. E in ogni caso dove erano le colpe della Fraternità e del grande Seminario, vivaio di ottime vocazioni sacerdotali? Altro che «longanimità» e «pazienza» di Paolo VI! I Gesuiti de La Civiltà Cattolica ignorano forse ciò che a Roma è risaputo anche dai sassi oppure pensano che basti affermare una cosa perché diventi realtà?
Sua Santità, Giovanni Paolo II, ricevendo sua ecc.za mons. Lefebvre, gli domandò il suo pensiero sul Concilio Vaticano II. «Sostengo che i testi del Vaticano II, vanno letti ed interpretati alla luce della Tradizione, in conformità con la dottrina cattolica di sempre» rispose candidamente l'interpellato. «Siamo pienamente d'accordo» fu la risposta. E Sua Santità chiamò il card. Seper, prefetto del Sant'Uffizio, perché chiudesse «il caso Lefebvre». Questo, però, non avvenne, perché il belga domenicano Hamer, uno dei «padri» nel Concilio della Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa (dove trovare giustizia nella Chiesa se i posti-chiave sono in mano agli artefici del Concilio?), allora assessore al Sant'Uffizio, imbancatosi a giudice, tormentò per due giorni l'imputato rendendo vano l'ordine del Pontefice. Quando poi la Sala Stampa Vaticana rese noti i nomi dei cardinali, che avrebbero giudicato mons. Lefebvre, cardinali che già lo avevano condannato, il Fondatore di Ecône, che si era spontaneamente offerto al giudizio del Sant'Uffizio, ricusò i suoi giudici appellandosi al Papa. Il «caso» Lefebvre si arenava così per circa dieci anni (v. sì sì no no, febbraio 1979). In quella circostanza avvicinandosi col mese di giugno la data delle ordinazioni sacerdotali ad Ecône sua ecc.za Lefebvre chiese al card. Seper come doveva comportarsi. Sua em.za Seper gli rispose di procedere pure alle ordinazioni sacerdotali, dimostrando con la sua risposta di ritenere anche lui inesistente la sospensione a divinis.
E bastino questi pochi cenni a dimostrare la... correttezza con cui La Civiltà Cattolica ha preso ad informare dal Concilio (anche in questo vero spartiacque) i suoi lettori. Per una più dettagliata conoscenza del «caso Lefebvre» rimandiamo a sì sì no no, a. VI, n. 9, pp. 1 ss.: Mons. Marcel Lefebvre inconscio Geremia.
A soffrire nel Concilio è proprio la dottrina cattolica!
Quanto ai testi conciliari, altro che dichiarazione «equivoca», quella di sua ecc.za mons. Lefebvre! La verità è che, se si vuole veramente pace ed unità nella Chiesa, bisogna avere il coraggio di sgonfiare lo zibaldone, uscito dalle vicende poco pulite delle sessioni conciliari. Si tratta di testi nei quali abbondano gli equivoci perfino nelle costituzioni dottrinali, quali la Dei Verbum e la Lumen gentium: in essi quello che soffre è appunto la dottrina cattolica! E proprio La Civiltà Cattolica con i suoi editoriali ne ha fornito e ne fornisce tuttora le prove. I nostri lettori ricorderanno e possono controllare quanto qui riprenderemo per sommi capi.
E «La Civiltà Cattolica» lo dimostra
La Civiltà Cattolica 16 novembre 1985, pp. 313-325: «Vocazione e missione dei laici nella Chiesa»: inno all'ecclesiologia orizzontale, «democratica», che sarebbe sortita dal Concilio (costituzione dottrinale sulla Chiesa Lumen gentium), in opposizione all'ecclesiologia verticale o piramidale in auge da... Nostro Signore Gesù Cristo al Vaticano II! (Cfr. sì sì no no 15 aprile 1986: «I Laici e la Civiltà cattolica» pp. 1 ss.).
La Civiltà Cattolica 4 gennaio 1986, pp. 3-14: il Concilio, nella costituzione dottrinale Dei Verbum, negherebbe l'inerranza assoluta della S. Scrittura (che è un dogma!): v. sì sì no no, 15 febbraio 1986: «La Bibbia contiene errori [secondo il Concilio, a detta de La Civiltà Cattolica]»: vi si afferma: che il Concilio Vaticano II contro la dottrina della Chiesa, implicite definita vero dogma anch'essa dai testi del Nuovo Testamento, da tutti i Padri della Chiesa, dagli scrittori ecclesiastici, principe San Tommaso ("è eretico affermare che la Sacra Scrittura contenga errori"), dalla Pontificia Commissione Biblica, che parla espressamente di "dogma" dell'inerranza, dal Magistero Ecclesiastico di tutti i Sommi Pontefici (cfr. in particolare la "Providentissimus Deus" di Leone XIII), il Concilio Vaticano II, diceavamo, sentenzierebbe tra le righe ed esplicitamente insegnerebbe che la Sacra Scrittura, ispirata da Dio, vera Parola di Dio contiene... errori.
La Civiltà Cattolica aprile 1985: «Il cristianesimo e le religioni non cristiane»: difende la «spiritosa invenzione» di K. Rahner e Schillebeeckx del «cristianesimo implicito», del «cristianesimo anonimo» e vi si afferma che col decreto conciliare Nostra aetate «nasce nel mondo cristiano dopo duemila anni un primo abbozzo di teologia [sic] delle religioni non cristiane [eufemismi del dialogo!]» ovvero delle religioni false, idolatriche, delle quali fino al Vaticano II la teologia, sul fondamento della S. Scrittura e dei Padri della Chiesa, insegnava una cosa sola: che esse sono oggettivamente peccati contro il 1° comandamento: «Non avrai altro Dio fuori che Me». Vedi confutazione in sì sì no no, 15 febbraio 1987, pp. 1-4: «Il preludio di Assisi: un editoriale della Civiltà Cattolica».
La Civiltà Cattolica 7 febbraio 1987, pp. 209-221: «La salvezza in Cristo e le religioni non cristiane...»: replica contro il dogma «Fuori della Chiesa non c'è salvezza» (vedi sì sì no no 31 marzo 1987, e lo studio di Francesco Spadafora, Fuori della Chiesa non c'è salvezza, edizioni Krinon, Caltanissetta 1988, pp. 128).
Non si tratta di Tradizione, sul cui concetto discetta sbagliando (come ci riserviamo di dimostrare) ed imbrogliando i suoi lettori, La Civiltà Cattolica: si tratta di dottrina rivelata, di dottrina cattolica, chiaramente formulata, sempre, dal Magistero della Chiesa.
Così, per la storicità dei nostri quattro Evangeli, già negata da La Civiltà Cattolica 120 (1969), pp. 447-453: «Come impostare oggi il problema del Gesù storico?» del gesuita Ignazio de La Potterie ed oggi negata dai suoi confratelli del Pontificio Istituto Biblico e della Pontificia Università Gregoriana: v. sì sì no no, a. XI, n. 6; 31 marzo 1985, pp. 1-3 e 15 giugno 1988, pp. 1-5; critica ai due grossi volumi Vaticano II: Bilancio e prospettive, venticinque anni dopo 1962-1987, opera «collettiva» realizzata dalle tre istituzioni universitarie romane della Compagnia di Gesù: Università Gregoriana, Istituto Biblico e Istituto Orientale (Cittadella editrice, Assisi 1987). Particolarmente, critica al fazioso contributo del padre Martina S. J., professore di storia ecclesiastica moderna alla Pontificia Università Gregoriana: «Il contesto storico in cui è nata l'idea di un nuovo concilio ecumenico»: incredibilmente storicista, neo-modernista, partigiano fino a presentare sotto falsa, cattiva luce i grandi pontefici precedenti, per esaltare Paolo VI e i periti Congar, Chenu, de Lubac nonché Teilhard de Chardin e simili; tutti incorsi, e meritatamente, nella ammonizioni del S. Uffizio: vedi sì sì no no, 15 maggio 1988, pp. 1-5: Confessioni non richieste sul Concilio del padre Martina S. J.
E ancora:
La Civiltà Cattolica contro il dogma del Primato Pontificio definito dal Vaticano I: editoriale del novembre 1985, pp. 209-221: «Il ministero del Papa dopo i due Concili Vaticani»: «La definizione del Vaticano I, nella formulazione teorica e nella sua ormai secolare attuazione, reca le tracce di una concezione dell'autorità che non si compone più fluidamente con la maturità teologica e il livello culturale della Chiesa nella società di oggi». Confutazione in sì sì no no, 15 marzo 1986: pp. 1-4: «La Civiltà Cattolica contro il dogma del Primato Pontificio!... Il Vaticano II: un'autentica truffa ai danni della Verità rivelata».
La Civiltà Cattolica 5 dicembre 1987: articolo del padre Mucci S. J.: «il "subsistit in" nella "Lumen Gentium"». Il Corpo mistico di Cristo è la Chiesa Cattolica retta dal Sommo Pontefice: è dottrina di fede, sempre professata dal Magistero: cf. la Mystici Corporis di Pio XII. Invece, per la costituzione conciliare Lumen Gentium, il Corpo Mistico di Cristo «sussiste nella Chiesa Cattolica: solo in parte». «... l'uso dell'est — confessa candidamente il gesuita Mucci — impediva di attribuire concetto e natura di vera Chiesa alle altre Chiese cristiane. Il passaggio dall'est al subsistit è avvenuto per prevalenti fini ecumenici». Confutazione in sì sì no no 31 marzo 1988 (a. XIV, n. 6), pp. 1-3: «Sotterfugi con la verità rivelata: il "subsistit in" e la "Lumen Gentium"».
Già in sì sì no no del 31 gennaio 1986, p. 1, sempre per il «subsistit in» della costituzione dottrinale sulla Chiesa Lumen Gentium è riportato l'intervento del Sant'Uffizio, costretto a riafferma l'autentica dottrina cattolica. Il che non ha impedito al gesuita Francis A. Sullivan S. J., professore di teologia dogmatica alla Gregoriana, all'inizio del II volume della succitata opera, Vaticano II - Bilancio e Prospettive di domandarsi: «Sussiste la Chiesa di Cristo nella Chiesa Cattolica Romana?» (contributo n. 31; pp. 811-824) e di difendere l'interpretazione limitativa — sussiste, sì, ma solo in parte — respingendo la dichiarazione del Sant'Uffizio!
Le «distrazioni» de «La Civiltà Cattolica»
«I testi conciliari — riportavamo in sì sì no no 31 gennaio 1986, p. 1 — si dividono in tre categorie:
· testi in continuità con la dottrina tradizionale;
. testi ambigui, equivoci;
.testi in disaccordo con la dottrina tradizionale.
Nella prima categoria rientra un gran numero di testi conciliari. La esistenza di testi dubbi è messa fuori discussione, ad es. dallo stesso cardinale Ratzinger in "Les principes de la théologie catholique", pp. 423 s. e dalla Notificazione sul libro "Chiesa, carisma e potere" del padre L. Boff o. f. m., nel quale la Congregazione per la Fede si è vista costretta a dissipare appunto una delle suddette ambiguità, e propriamente quella relativa alla formula: "Haec Ecclesia (sc. unica Christi Ecclesia)... subsistit in Ecclesia catholica" (1). Lo studio suddetto di Arnaud de Lassus porta come titolo: Vaticano II. Rottura o continuità?
«Si deve rifiutare — scrive La Civiltà Cattolica — l'immagine del Concilio che ne dà mons. Lefebvre come frutto di un "complotto" e di una "congiura" dei vescovi "della valle del Reno", decisa ad aprire la Chiesa al liberalismo, al modernismo, al protestantesimo e all'umanesimo naturalista e a rompere con la Tradizione della Chiesa. Nessuno storico serio può oggi condividere questa immagine del Concilio, che era propria di un ristrettissimo numero di Padri aderenti al Coetus Internationalis». Ed invece proprio in questa direzione vanno orientandosi gli storici seri del Concilio. Basta ricordare ai «distratti» Gesuiti de La Civiltà Cattolica la testimonianza del padre verbita Ralph M. Wiltgen: Le Rhin se jette dans le Tibre (Il Reno si getta nel Tevere) (tr. fr. Editions du Cèdre, Paris 1973, pp. 302) e quella, recente, dei loro confratelli Paolo Molinari e Peter Gumpel: Il cap. VI "De Religiosis" della Costituzione dogmatica sulla Chiesa. Genesi e contenuto dottrinale dei documenti ufficiali ed. Ancora Milano (v. sì sì no no: Gli illeciti del Concilio: a. XIII, n. 22: 31 dicembre 1987, pp. 1-5). E per ora può bastare.
Vincitore in partenza
«Quello, però, che a noi sembra più importante — scrive a p. 4 La Civiltà Cattolica — è una retta comprensione del "caso Lefebvre". Esso è di natura non solo disciplinare e liturgica, ma anche, e soprattutto, dottrinale, anzi dommatica». E mons. Lefebvre, naturalmente, secondo La Civiltà Cattolica, avrebbe torto. Domandiamo:
· Se così è, perché mons. Lefebvre in tanti anni non è mai stato condannato per la sua dottrina e solo oggi, dopo che è stato (a torto) condannato per motivi disciplinari, si scopre che il suo «caso» è, invece, di natura «dottrinale, anzi dommatica»?
· Strano «scisma» davvero quello di mons. Lefebvre! Normalmente sono gli scismatici che, dopo aver rigettato la funzione del Papato nella Chiesa, finiscono col diventare eretici per giustificare il proprio scisma. Nel «caso» di mons. Lefebvre, invece, fanno tutto gli altri: si sono affrettati a dichiararlo scismatico e poi, per avvalorare la propria affermazione, finiscono con lo scoprirlo anche... eretico!
Sì, è vero: la questione sollevata da mons. Lefebvre non è una stupida questione di latino, come si è avuto interesse a far credere in tutti questi anni, e neppure è un'ancor più stupida questione di «nostalgia» per un rito liturgico; è realmente una questione di dottrina, dalla quale, però, mons. Lefebvre esce vincitore in partenza: per dichiararlo eretico, infatti, è inevitabilmente necessario dichiarare eretica tutta la Chiesa cattolica fino al Vaticano II, alla cui dottrina e prassi egli si tiene, per riconoscimento dei suoi stessi avversari, fedelmente ancorato. Mentre ciò non può, troppo evidentemente, dirsi né dei testi conciliari che mons. Lefebvre mette sotto accusa né, ancor meno, delle interpretazioni che del Concilio va dando, come abbiamo visto, la stessa Civiltà Cattolica.
Barnaba
(1) La Notificatio della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stata pubblicata in AAS 71 (1985) 758-759, a riguardo del libro di Leonardo Boff, Chiesa, carisma e potere. Roma 2ª ed. 1984: l'originale è del 1981, Petropolis, Brazil. Dottrina già precisata nella Dichiarazione Mysterium Ecclesiae AAS 65 (1973) 396-398.