Quindicinale Cattolico
Antimodernista
LA POLITICA ECCLESIALE
DEL «NON INTERVENTO»
Paolo VI beato?
Recentemente la Conferenza episcopale di un Paese dell'America Latina ha
avanzato la proposta di beatificare Paolo VI. Decisamente bisogna aver perduto
ogni amore alla Chiesa e alle anime e persino il comune buon senso per avanzare
una siffatta proposta. Paolo VI beato! Sarebbe come dire che un Papa può
santificare se stesso, venendo meno ai suoi doveri di Papa; il che è
chiaramente assurdo: un Papa, non meno di una madre, di un padre di famiglia o
di qualunque altro cristiano, si santifica attraverso il compimento dei doveri
del proprio stato.
Paolo VI e la reazione antimodernista
Il 20 aprile 1970, su Epoca Pietro Zullino, sotto il titolo Coraggio,
Papa Paolo!, scriveva: «Giovedi Santo, il Pontefice ha denunciato con
parole amarissime le lacerazioni interne della Chiesa». L'articolista affermava
che «la maggioranza del clero e dei cattolici rimane fedele al suo [di Paolo
VI] insegnamento, ma la questione del celibato ecclesiastico minaccia di aprire
una crisi dagli sviluppi imprevedibili». Elencava quindi alcuni esempi di
«lacerazione»: «preti sconosciuti [e di nessun valore] e lontanissime suore
anch'esse sconosciute e di nessun valore diventano celebri in un attimo»;
«Issata la bandiera rossa sopra un seminario di Parigi retto dai Domenicani»;
«Persino i gesuiti mettono in discussione l'autorità di Roma»; «l'ex-chirurgo
francese Marc Oraison... si batte per la declericalizzazione dei sacerdoti e
per l'abolizione del celibato. A Parigi, dove vive, egli capeggia un attivo
movimento di preti modernisti»; «In Cile e Perù ci sono state clamorose
defezioni di vescovi». Invece «Preti e laici italiani sembrano particolarmente
tranquilli».
A questo punto l'articolista parlava della «reazione alla tendenza
modernista»: «Pochi giorni fa, il Papa ha ricevuto dalla Germania una
"lettera di fedeltà" con le firme di 1.600 Sacerdoti. Un documento
analogo, con 240 firme, gli è giunto da Lione [il che è dir tutto!]. In
Francia, i tradizionalisti stanno organizzando un movimento che si chiama
"Rénovation de l'ordre chrétien" [e non era il solo: l'abbé Coache
dirigeva il movimento Combat de la Foi, e per questo era stato espulso
dalla sua parrocchia!]. In Italia sorge un'associazione similare che per
insegna si è data il motto: "Fortes in fide"». Ed ecco l'osservazione
conclusiva dello Zullino: «Ma non è sicuro che il Papa approvi le iniziative
tradizionaliste: in fondo, esse contribuiscono solo a radicalizzare il
conflitto». Purtroppo era vero: Paolo VI non gradiva la reazione antimodernista
e i fedeli cattolici (cioè la maggioranza contro la minoranza proterva e
aggressiva dei neomodernisti), che si rivolgevano a Papa Montini, come al
Vicario di Cristo, cui Gesù ha commesso la custodia del Suo gregge, la difesa
della dottrina rivelata e la conservazione della Chiesa, così come Gesù l'ha
voluta, rimanevano immancabilmente senza risposta e senza sostegno.
Il principio del non-intervento
In qualche occasione Paolo VI giunse a giustificare questo suo
comportamento come principio del suo pontificato: il non-intervento. Così, ad
esempio, il 7 dicembre 1968.
Il giornale della Democrazia Cristiana se ne fece eco contenta (Il
Popolo, 9 dicembre 1968): discorso del Pontefice ai Seminaristi lombardi,
nella solennità di Sant'Ambrogio: «La Chiesa – ha proseguito il Papa, quasi in
confidenza – si trova in un'ora di inquietudine, di autocritica, si direbbe
perfino di autodemolizione. È come un rivolgimento acuto e complesso... La
Chiesa quasi quasi viene a colpire se stessa...». A questo punto, dopo una tale
diagnosi o ammissione (autodemolizione), Paolo VI concludeva: «Tanti si
aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi. Il Papa non
ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in
Gesù Cristo, cui preme la sua Chiesa più che a qualunque altro. Sarà lui a
sedare la tempesta».
Era enorme! Dio si serve sempre degli uomini; e nel nostro caso si vuol
servire di colui (San Pietro e i suoi Successori) che ha lasciato come Vicario
in terra, al quale ha affidato il suo gregge, con l'ordine di governarlo. Detto
con la debita riverenza, ma anche con tutta l'energia: era una vera farsa:
colui che aveva il dovere di provvedere, diceva a chi soffriva ingiustizia: –
Ci penserà Dio a farti giustizia. Era semplicemente enorme. Nessun Santo,
nessun credente ha mai ragionato né può ragionare così.
«Il Papa – continuò in quell'occasione Paolo VI – sarà il primo ad eseguire
il comando di Cristo, a confidare in Dio e credere in lui, e ad abbandonarsi,
senza ambascia o inopportuna ansietà, al gioco misterioso della invisibile, ma
certissima assistenza di Gesù alla Chiesa. Non sarà un'attesa sterile o inerme:
sarà un'attesa vigile nella preghiera».
Ci sarebbe mancato altro che fosse stata messa in discussione la fede in
Dio, la fiducia nell'assistenza di Gesù alla Sua Chiesa! Ma qui si trattava di
ben altro: del capo visibile della Chiesa che si rifiutava di intervenire, di
compiere il proprio dovere, attribuendosi una vocazione di... contemplativo,
pur avendo sotto gli occhi l'autodemolizione della Chiesa!
I peccati dei Pastori
Leggo nell'introduzione a La Regola Pastorale di San Gregorio Magno
(sesto secolo; e che secolo di tempesta per la Chiesa!): «Ultimo tratto, che
corona di bellezza sovrana la figura del Pontefice immortale, è l'altra
qualità, che egli tanto raccomanda come uno dei requisiti essenziali del
pastore di anime (Regola Pastorale, parte II, cap. VI): la fortezza e la
fermezza apostolica nel difendere contro i malvagi chiunque essi siano... i
diritti della Chiesa e degli oppressi. Che si offenda lui, è pronto e disposto
a sopportarlo e a tacere, ma che non si ledano minimamente i diritti della Sede
di Pietro e di Santa Madre Chiesa, che sono i diritti di Dio [altro che...
trionfalismo!]». Significative a questo proposito le parole con cui accompagna
le istruzioni al suo apocrisario Sabiniano verso la corte bizantina che aveva
approvato l'ordinazione di un ambizioso, in contrasto alla nomina legittima di
Onorato a vescovo di Ravenna: «Tu conosci – dice al Nunzio – il mio carattere.
So tollerare, sopportare a lungo; ma quando ho deciso di resistere, affronto
con gioia qualunque rischio. Sono prontissimo a morire prima di permettere che
sotto di me abbia a tralignare la Chiesa di San Pietro. Considera bene quel che
ti dico e pensa con quanto dolore».
Ora la politica del non-intervento formulata e seguita da Paolo VI è in
netta antitesi con quanto San Gregorio scrive nella Regola Pastorale
(II, c. VI): «È pur necessario che i Superiori siano temuti dai sudditi quando
si accorgono che questi non temono Iddio». E adduce l'esempio di San Pietro, il
primo Papa: «quando scoprì la colpa di Anania e di Zaffira, diede subito a
conoscere quanto era grande sopra gli altri il suo potere [At 5,5]. Infatti con
una sola parola trasse a morte quelli...; trattandosi di punire i peccati, si
ricordò del sommo potere che teneva nella Chiesa... e manifestò la forza della
sua autorità nello zelo di una giusta punizione. Così pure San Paolo... quando
scoprì una colpa che era in dovere di correggere, subito si ricordò di essere
il superiore dicendo: "E che cosa volete? Verrò a voi con la verga"
[1Cor 4,21]».
E ancora: «Si stia bene attenti che, per praticare eccessivamente l'umiltà,
non si indebolisca la forza dell'autorità, e che il prelato abbassandosi più di
quanto convenga, non sia poi più capace di tenere a freno i sudditi nella loro
condotta. I superiori, pertanto, nel loro operare esterno tengano ben salda
quell'autorità che hanno ricevuto per il bene degli altri; ma nell'interno del
loro cuore abbiano sempre paura di insuperbirsi».
E notare: «Talvolta però si pecca più gravemente dal prelato se egli tratta
i perversi più da compagno che da superiore. Infatti perché Eli, vinto da falsa
pietà, non ebbe il coraggio di castigare i figli colpevoli, per questo si trovò
colpito insieme con i suoi stessi figli dalla condanna terribile del giudice
severo [1Sam 4,17]».
La realtà dei fatti
E può bastare così. Lo stesso buon senso condanna la politica del
non-intervento in chi, per l'ufficio cui è preposto, ha il dovere d'intervenire
a castigare, a punire, e non lo fa. La Chiesa ha canonizzato Pio X, ma il senso
cristiano di tutti i fedeli, ancor prima della canonizzazione, lo proclamava
santo. Con quanta energia, infatti, egli seppe disperdere i nemici interni
della Chiesa, i modernisti di allora. Esattamente all'opposto di Paolo VI, che
alla rinascita del modernismo ha opposto la politica del non-intervento.
«In privato – concludeva lo Zullino nell'articolo citato – i collaboratori
del Papa espongono le loro ragioni [contro i neo-modernisti] con una chiarezza
che in pubblico non sarebbe loro consentita [e perché mai?]. Il senso dei loro
discorsi è questo: solo gente che non crede più in nulla può avanzare proposte
come quella dell'abolizione del celibato. Gli anticelibatari sono anche coloro
che contestano l'organizzazione ecclesiastica, l'autorità, i seminari e così
via. I modernisti hanno perduto, oltre che la fede, anche il senso della Chiesa
e della realtà...
Unita ed organizzata, la Chiesa cattolica ha ancora un avvenire. Se si
dissolvesse nel mondo, come aspirano i progressisti, i trecentocinquantamila
preti che ancora le restano cadrebbero come una goccia nell'oceano».
Ma veniamo ai particolari. Non è facile comprendere come un Papa abbia
potuto permettere che un Cardinale preposto alla Congregazione dei Seminari,
quale l'ex Arcivescovo di Tolosa, Garrone, mandasse in rovina, l'uno dopo
l'altro, i Seminari e sfasciasse il dicastero affidatogli. In fatti del genere
un Pontefice è direttamente chiamato in causa. La politica del non-intervento
non è sufficiente a spiegare un tale comportamento che è vera e propria
connivenza. E così si dica per il disordine creato in campo liturgico; così per
l'indisciplina nel clero; così per la dottrina. E chi permetteva certi
articoli, contro la dottrina cattolica sul peccato originale, financo su L'Osservatore
Romano, organo della Santa Sede? E non c'è bisogno di ricordare il card.
Alfrink e il Nuovo Catechismo Olandese. Se i pochi (una decina) pazzi di
Nimega e il domenicano Schillebeeckx, ricevuto da Paolo VI (con foto e tanta
pubblicità), e gli altri gesuiti, autori del Catechismo Olandese,
fossero stati trattati come meritavano, sia per la loro ostinata superbia, sia
per i loro errori dottrinali, non si sarebbero moltiplicati i casi consimili in
altre nazioni. Il caso del Nuovo Catechismo Olandese fu un vero
tradimento della Chiesa e delle anime. I cattolici olandesi, veri fedeli, si
rivolsero subito al Papa, denunziando con chiarezza e precisione i gravi errori
contro le verità rivelate di quel Catechismo imposto loro dall'episcopato.
Ebbene, invece di affidare all'ex Sant'Offizio, con serietà, l'esame del Catechismo,
Paolo VI diede il via a tutta una serie di tatticismi, di cedimenti, di
inammissibili concessioni; al Papa potè sempre far capo il cardinale Alfrink,
demolitore della Chiesa cattolica in Olanda.
All'esame dei fatti il non-intervento si manifesta un eufemismo: i normali
strumenti del governo della Chiesa furono da Paolo VI bloccati, paralizzati,
perché non agissero; l'intervento ci fu, ma sempre per lasciare impunita ogni
ribellione, per fare proseguire nella pazza corsa ogni genere di «esperimento»,
ogni «novità» contro la veneranda liturgia, contro il latino (benché dichiarato
lingua liturgica per la Chiesa latina, dallo stesso Vaticano II), contro la
dottrina cattolica.
E poi le elezioni, a direzione obbligata: sempre a sinistra! La scelta
cadeva immancabilmente nella lista dei contestatori: il card. Suenens (eletto
Cardinale da Giovanni XXIII, ma per suggerimento dell'allora cardinale
Montini), il card. Pellegrino, e così via: fino ai Vescovi progressisti che si
esigeva «aperti al mondo», come ha ammesso lo stesso card. Ratzinger nel suo Rapporto
sulla Fede. No, parlare di politica di non-intervento per il pontificato di
Paolo VI è decisamente troppo poco. Bisogna parlare di complicità
nell'autodemolizione della Chiesa.
Eccezione o conferma?
Unica eccezione all'enunciata politica di non-intervento fu la condanna di
sua ecc.za mons. Lefebvre sospeso a divinis direttamente da Paolo VI. In
realtà fu l'eccezione che conferma la regola ovvero l'abituale connivenza di
papa Montini con i neomodernisti.
In sua ecc.za mons. Lefebvre, infatti, Paolo VI venne a colpire l'esponente
di punta di quelle «iniziative tradizionaliste» che egli, come scriveva lo
Zullino, non era sicuro che approvasse.
Con la sospensione a divinis di sua ecc.za mons. Lefebvre Paolo VI
manifestò chiaramente la sua ostilità alla reazione antimodernista e di fatto
intimidì e paralizzò quanti disapprovavano il nuovo corso ecclesiale.
Affascinato fin dalla lontana giovinezza dall'illusione liberal-modernista,
papa Montini, al contrario, non vedeva male gli «esperimenti» e le «novità» dei
progressisti e, pur evitando di compromettersi troppo scopertamente, favorì con
la sua politica del non-intervento la rinascita modernista.
«Paolo VI parla a destra, ma agisce a sinistra, e sono i fatti quelli che
contano» ebbe a dire il domenicano progressista Congar e noi non vediamo come
gli si potrebbe dar torto, considerando che Paolo VI ha applicato il suo
principio di non-intervento solo a vantaggio dei demolitori interni della
Chiesa.
E non è finita!
Oggi i disastri della politica ecclesiale del non-intervento sono più
tangibili di ieri: Seminari, Conventi, chiese chiusi o svenduti o abbattuti per
mancanza di clero, di religiosi, di fedeli. Certo, la colpa non è dei
«tradizionalisti» che, invece, non cessano dal costruire nuovi Seminari, nuovi
conventi, nuove chiese. Eppure – incredibile – proprio questo preoccupa il
card. Ratzinger, quasi che in quei Seminari i Sacerdoti non ricevessero una
sicura formazione cattolica, in quei Conventi i Religiosi non osservassero
Regole venerande, approvate dalla Chiesa cattolica, in quelle chiese non si
celebrasse una liturgia che è stata per secoli propria della Chiesa cattolica e
in tutti quei luoghi – Seminari, Conventi e chiese – non si pregasse
quotidianamente e fervorosamente per la Santa Chiesa cattolica e per il
Successore di Pietro.
All'indomani della scomunica inflitta a mons. Lefebvre, il card. Ratzinger
ha tenuto sul «caso» un discorso alla Conferenza episcopale cilena. Tra l'altro
ha detto:
«Il mito della durezza vaticana di fronte alle deviazioni progressiste si è
palesato come una vacua elucubrazione. Fino ad oggi si sono emesse
fondamentalmente soltanto ammonizioni e in nessun caso pene canoniche in senso
proprio» (Il Sabato 30 luglio – 5 agosto 1988).
La politica ecclesiale del non-intervento in favore dei nemici interni
della Chiesa, purtroppo, non è morta con Paolo VI.
Paulus