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domenica 16 agosto 2026

LA TRADIZIONE. IL CONCILIO E I «TRADIZIONALISTI» - SS NN - ANNO XV - FEBBRAIO 1989 - N.03

 



ANNO XV - FEBBRAIO 1989 - N.03
Quindicinale Cattolico
Antimodernista

LA TRADIZIONE, IL CONCILIO 

E I 

«TRADIZIONALISTI»

I

Il Concilio e la Tradizione

«Mons. Lefebvre non capisce la realtà della Tradizione. – Così nell'intervista concessa alla televisione italiana il card. Ratzinger – Il Santo Padre sia nella sua lettera scritta in occasione del tempo pasquale sia nel suo Motu Proprio ha indicato bene il concetto di tradizione e il fondamento del dissenso. C'è un'idea molto fissa di tradizione, una volta per tutte fissata in certe formule e tradizione che è un'idea vivente sempre ispirata ad una grande fedeltà, ma anche con il dinamismo dello Spirito Santo che sempre più ci induce nella verità» [1].

Ed ecco i testi cui fa riferimento il card. Ratzinger:

  1. «Mentre la prima tendenza [= i "progressisti"] sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l'altra [= i "conservatori" o "integristi"] invece vede il giusto soltanto in ciò che è "antico" ritenendolo sinonimo della Tradizione. Tuttavia non è l'"antico" in quanto tale, né il "nuovo" per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della Storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia "dal suo tesoro cose nuove e antiche" (cfr. Mt. 13,52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico (cfr. Lumen Gentium, 25)» [2].
  2. «La radice di questo atto scismatico è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione, "che – come ha insegnato chiaramente il Concilio Vaticano II – trae origine dagli Apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo: infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali la meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità.

Ma è soprattutto contraddittoria una nozione di Tradizione che si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi. Non si può rimanere fedeli alla Tradizione rompendo il legame ecclesiale con colui al quale Cristo stesso, nella persona dell'apostolo Pietro, ha affidato il ministero dell'unità nella sua Chiesa» [3].

Il monito coinvolge tutti coloro che, appellandosi alla Tradizione cattolica, resistono al nuovo corso ecclesiale. Esamineremo, perciò, alla luce della dottrina cattolica l'ortodossia della posizione dei cosiddetti «tradizionalisti». Tanto più che lo stesso Santo Padre, a conclusione, invita tutti i fedeli cattolici ad una «sincera riflessione circa la propria fedeltà alla Tradizione della Chiesa, autenticamente interpretata dal Magistero ecclesiastico, ordinario e straordinario, specialmente nei Concili ecumenici da Nicea al Vaticano II. Da questa riflessione, tutti devono trarre un rinnovato ed efficace convincimento della necessità di migliorare ancora tale fedeltà, rifiutando interpretazioni erronee ed applicazioni arbitrarie ed abusive, in materia dottrinale, liturgica e disciplinare» [4].

L'«antico» sinonimo di Tradizione in senso oggettivo

Lo Spirito Santo – dichiara il Vaticano I – «è stato promesso ai Successori di Pietro non perché rivelassero una nuova dottrina, ma perché sotto la sua assistenza, custodissero con purezza ed esponessero fedelmente la Rivelazione tramandata per mezzo degli Apostoli ovvero il deposito della Fede» [5].

Dunque:

  1. La Tradizione (dal latino tradere: trasmettere) è la trasmissione della divina Rivelazione.
  2. Il soggetto della trasmissione è il Magistero infallibile, divinamente assistito, e non il semplice «Magistero autentico» (mere authenticum) [6], di cui, invece, si parla nei testi pontifici citati dal card. Ratzinger.
  3. L'oggetto della Trasmissione è il «deposito della Fede» (Tradizione oggettiva o passiva), il quale deposito comprende:

a) la Rivelazione divino-apostolica (oggetto primario);

b) tutto ciò che dalla divina Rivelazione è presupposto o che comunque è con essa connesso, dovendosi logicamente supporre presente alla mente del Rivelatore all'atto della Rivelazione (oggetto secondario) [7].

In tal senso, oggettivo e passivo, la Tradizione è stata definita dal Concilio di Trento, che parla di «tradizioni» [al plurale, cioè di insegnamenti [8]], che, «ricevute dalla bocca stessa di Cristo dagli Apostoli, o dai medesimi Apostoli a cui lo Spirito Santo le aveva dettate (rivelate), trasmesse quasi di mano in mano, pervennero fino a noi» ovvero di «tradizioni» «sia spettanti alla fede sia spettanti alla morale, siccome dettate da Cristo a voce, e dallo Spirito Santo suggerite (agli Apostoli), e conservate per continua successione dalla Chiesa cattolica» [9]. Nello stesso senso, oggettivo e passivo, la Tradizione è stata definita anche dal Concilio Vaticano I, che riprende testualmente le parole del Concilio di Trento [10].

  1. L'assistenza dello Spirito di Verità al Magistero non è un prolungamento della Rivelazione: la Rivelazione, contrariamente a quanto ritengono i modernisti, si è chiusa con la morte degli Apostoli [11]. Ai loro Successori spetta il solo compito di trasmetterla e spiegarla, nel senso etimologico della parola (explicare: trar fuori dalle pieghe).

Ne consegue che:

– l'«antico» è realmente sinonimo della Tradizione in senso oggettivo ovvero dell'oggetto della Tradizione, del «deposito della Fede»;

– il Magistero, anche infallibile, è «organo vivo», ma «non è organo di nuove verità» [12]: ogni atto di Magistero è un atto di tradizione, cioè di trasmissione di un contenuto, dato una volta per sempre: «il Magistero è per sua natura tradizionale» [13]: «O Timoteo, custodisci il deposito...» «Il deposito è ciò che ti è stato affidato, non trovato da te; tu l'hai ricevuto, non escogitato con le tue forze. Esso non è frutto di ingegno personale, ma di dottrina; non riservato per uso privato, ma appartenente ad una tradizione pubblica. Non uscì da te, ma a te venne: nei suoi riguardi tu non puoi comportarti da autore, ma da semplice custode. Tu non ne sei l'iniziatore, ma il discepolo; non spetterà a te dirigerlo, ma è tuo dovere seguirlo» [14]. Il che non esclude, come vedremo, un legittimo sviluppo dottrinale, ma lo condiziona rigorosamente.

Perdere di vista l'«antico» e cioè la dimensione oggettiva della Tradizione significa cadere in quel soggettivismo dommatico, di stampo protestantico, tipico del modernismo, che riduce il cristianesimo «a un vago sentimento da adattarsi liberamente ai diversi bisogni o alle aspirazioni delle generazioni successive» [15]; significa cadere nell'evoluzionismo o storicismo dommatico, che fa della Verità, anche rivelata, una variabile dipendente della storia; significa soprattutto perdere ogni punto di riferimento per distinguere la verità cattolica dall'errore.

Lo sguardo all'«antico» condizione di fedeltà

L'assistenza dello Spirito di Verità, appunto perché tale (ad-sisto: = sto accanto), presuppone, non esclude, l'attività umana: il Magistero infallibile ha il dovere di usare tutti i mezzi per assicurare la fedeltà della trasmissione, primi tra tutti: a) lo studio e la ricerca nelle fonti della Rivelazione (Sacra Scrittura e Tradizione Apostolica); b) la nomina nella Chiesa di Vescovi insigni «amore et studio doctrinae ab Apostolis traditae ac pari detestatione omnis novitatis» [16]; c) la consultazione di teologi altrettanto distinti per il loro attaccamento alla Tradizione e «che conoscono bene le regole della Fede e vogliono seguirle» [17].

È, dunque, il costante riferimento all'«antico», in uno con l'assistenza dello Spirito Santo, che assicura quella «fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio attraverso le mutevoli vicende della storia» di cui parla il Santo Padre [2]. Al punto che, quando l'amore e la fedeltà all'«antico» vengono meno, lo Spirito di Verità impedisce, con un'assistenza puramente negativa, che si compia la definizione erronea da parte del Magistero infallibile [18].

Al Magistero autentico, invece, cioè al Magistero che si pronunzia al grado in cui non è infallibile, non è assicurata per i singoli atti nessuna assistenza, né positiva né negativa: la sicurezza della dottrina resta legata unicamente alla cura umana di ricollegarsi alla Tradizione. Questa cura, perciò, è per il Magistero autentico un gravissimo dovere di prudenza. Ed infatti il Magistero, che per lo più si esprime al grado in cui non è infallibile, propone ed inculca «per lo più... quanto è già, per altre ragioni patrimonio della dottrina cattolica» [19].

La prudenza del Magistero autentico condiziona l'assenso dei fedeli: «l'assenso prudente e che esclude abitualmente ogni dubbio», che si deve infatti a questo Magistero, «è legittimato dall'alta prudenza con la quale l'autorità ecclesiastica agisce abitualmente in queste circostanze» [20].

La «Tradizione vivente»: Magistero infallibile e non Magistero autentico

Premesso ciò, appare chiaro che i teologi posteriori al secolo XVIII, nello spostare l'accento sul soggetto della Tradizione, e quindi sul Magistero quale «Tradizione vivente», parlano del Magistero infallibile [21], nel quale non c'è dubbio che l'oggetto dell'insegnamento, in virtù della divina assistenza s'identifichi, come di fatto s'identifica, con il «deposito della Fede» ovvero con la Tradizione in senso oggettivo.

Nondimeno, nello stesso Magistero infallibile, soggetto ed oggetto della Tradizione restano ben distinguibili: il Magistero infallibile non è fonte in sé della Rivelazione; lo è soltanto per noi; a sua volta, ha la sua fonte nella Sacra Scrittura e nella Tradizione; noi attingiamo, come a fonte prossima, al Magistero infallibile della Chiesa e il Magistero infallibile, a sua volta, attinge alle fonti remote ed ultime della Rivelazione [22].

Il titolo di «Tradizione vivente» in nessun modo può, invece, attribuirsi al Magistero autentico, non infallibile, nel quale l'esame dell'oggetto proposto alla nostra credenza non solo è lecito, ma può rendersi persino doveroso. La Chiesa, infatti, mentre esige per il Magistero infallibile un assenso fermo, irrevocabile, incondizionato, per il Magistero autentico chiede un assenso relativo e condizionato; condizionato, anzitutto, dalla fedeltà dell'insegnamento proposto al deposito della fede [23]. Ed è logico:

«L'ordine di credere fermamente senza esaminare l'oggetto [...] può obbligare veramente solo se l'autorità è infallibile» [24], e la Chiesa non ha mai attribuito al fallibile i diritti dell'infallibile [25].

Vaticano II: lecito e doveroso l'esame dell'oggetto

Il Vaticano II si pone come atto di Magistero autentico non infallibile e per di più caratterizzato da somma imprudenza.

Non infallibile

Lo attestano: il discorso di apertura di Giovanni XXIII, la notificazione del Segretario del Concilio (16 novembre 1964), gli atti stessi del Concilio, le ripetute affermazioni di Paolo VI a Concilio concluso [26], Sua Santità Giovanni Paolo II, che anche nei testi in esame parla soltanto di «Magistero autentico» ed infine lo stesso card. Ratzinger, che nel discorso alla Conferenza episcopale cilena ha ammesso:

«La verità è che lo stesso Concilio non ha definito nessun dogma ed ha voluto in modo cosciente esprimersi ad un livello più modesto, meramente come Concilio pastorale» [27].

Il modo «straordinario» con cui quest'atto di Magistero autentico si è esercitato, e cioè in Concilio ecumenico, non ne accresce la autorevolezza, poiché questa dipende dal grado: infallibile o «mere» autentico, e non dal modo di esercizio del Magistero: ordinario, e cioè legato al semplice esercizio della propria funzione papale od episcopale, o straordinario. Perciò si dà nella Chiesa un Magistero ordinario infallibile e può darsi, come si è dato col Vaticano II, un Magistero straordinario semplicemente autentico, non infallibile [28].

Da quanto sopra consegue che l'esame dell'oggetto proposto alla nostra accettazione dal Vaticano II è lecito.

Caratterizzato da somma imprudenza

Il Vaticano II si pone come atto di Magistero autentico, non infallibile, pilotato per di più da Vescovi non insigni «amore et studio doctrinae ab Apostolis traditae ac pari detestatione omnis novitatis» [29], e cioè non per attaccamento alla Tradizione e per l'orrore di ogni novità, bensì insigni «amore et studio omnis novitatis ac detestatione doctrinae ab Apostolis traditae» e cioè per «prurito di novità» ed odio alla Tradizione nonché da «teologi» – i veri autori del Concilio – già condannati dal Sant'Uffizio, perché usi a disprezzare le regole della Fede, come il postconcilio ha irrefutabilmente dimostrato. Questa caratteristica del Vaticano II è autorevolmente attestata dal card. Ratzinger: al «vero» Concilio «già durante le sedute e poi via via sempre di più nel periodo successivo si contrappose un sedicente "spirito del Concilio", che in realtà ne è un vero "anti-spirito"»; secondo questo «spirito del Concilio» «tutto ciò che è "nuovo" sarebbe sempre e comunque migliore di ciò che c'è stato o c'è» e «la storia della Chiesa sarebbe da far cominciare dal Vaticano II, visto come una specie di punto zero» [30].

Da quanto sopra consegue che l'esame dell'oggetto proposto dal Vaticano II è doveroso.

L'impostura

Esigere per il Vaticano II, Magistero autentico, non infallibile, l'assenso cieco che si deve al solo Magistero infallibile è – bisogna dirlo – un'impostura: significa attribuire all'ultimo Concilio un'autorità che la Chiesa non gli riconosce e che neppure gli uomini di Chiesa si sono mai spinti a riconoscergli apertis verbis. In polemica con i protestanti S. Harent scriveva: «Anche nel campo ecclesiastico e religioso si concepisce un tribunale fallibile, purché si limiti a richiamare le verità già definite o professate da tutti i cristiani, ad esigerne il rispetto mediante misure disciplinari e scomuniche, ma che un tale tribunale pretenda troncare definitivamente e senza possibilità di appello una controversia di fede, cioè una questione nuova e liberamente discussa, e voglia con la sua decisione obbligare la fede cristiana, la fede ferma ed irrevocabile, ad andare in un senso piuttosto che in un altro, è il fallibile che usurpa i diritti dell'infallibile, è una tirannia delle coscienze» [31]. Tale e peggiore è la pretesa a cui si trovano a dover resistere oggi i cattolici. Peggiore, perché l'oggetto dell'inaccettabile imposizione non concerne materia nuova e liberamente discussa, bensì materia già regolata, come vedremo, dal Magistero della Chiesa.

Mai niente di assolutamente nuovo

Il Vaticano I dichiara:

«La dottrina di fede, che Dio ha rivelato non è stata proposta agli ingegni umani come un'invenzione filosofica da perfezionare, ma è stata affidata come deposito divino alla Sposa di Cristo, perché la custodisse fedelmente e la annunciasse con Magistero infallibile. Quindi si ha da ritenere sempre quel senso dei sacri dogmi, che una volta dichiarò la santa Madre Chiesa, né mai da quel senso si ha da recedere col pretesto e con le apparenze di una più alta intelligenza». Con relativo anatema: «Se qualcuno dirà che ai dogmi proposti dalla Chiesa può attribuirsi, in virtù del progresso della scienza, un significato diverso da quello che ha sempre inteso ed intende [intellexit et intellegit] la Chiesa, sia scomunicato» [32].

Sinonimo di Tradizione è che nella dottrina della Chiesa non si dà mai nulla di sostanzialmente ed assolutamente nuovo. Il «nuovo» che vi compare, in virtù dello sviluppo o esplicazione dottrinale, è un nuovo accidentale e relativo:

– o è il passaggio da una formulazione meno esatta e completa ad una più esatta e completa;

– o è il passaggio da una fede soggettiva (fides qua creditur) ed un insegnamento meno esplicito ad una fede soggettiva ed un insegnamento più espliciti [33].

La Chiesa infatti può esercitare il suo Magistero:

□ in modo esplicito (documenti del Magistero, teologi «probati», catechesi, predicazione ecc.)

□ in modo implicito (prassi, particolarmente liturgica, e leggi disciplinari)

□ in modo tacito, infine, perché la Chiesa propone sempre tacitamente ad ogni generazione tutto il depositum fidei: «tutto ciò che è stato creduto dal tempo degli Apostoli... tutto ciò che è racchiuso nella Sacra Scrittura e nei monumenti della Tradizione» [34] o documenti, che dir si voglia, cioè in tutte le opere nelle quali il Magistero della Chiesa ha preso, per così dire, corpo nel corso dei secoli e si è fatto sensibile sotto gli occhi dei fedeli: libri liturgici, norme disciplinari, istituzioni, ordini religiosi, chiese e monumenti, devozioni, pratiche di carità, di zelo o di pietà, vite dei Santi canonizzati, vita dei fedeli docili alla voce della loro Madre la Chiesa, civilizzazione, costumi, lingua ed arti dei popoli cristiani ecc. [35].

Può accader per varie circostanze – eresie, offuscamento di una verità insegnata solo implicitamente o tacitamente ecc. – che si occasioni il passaggio dal Magistero implicito all'esplicito o si renda necessario il ritorno all'insegnamento espresso di quanto per un periodo la Chiesa si era limitata a proporre tacitamente [36]. Così, ad esempio, quando la Chiesa faceva pregare per i fedeli defunti implicitamente insegnava il dogma dell'esistenza del purgatorio e quando da questa prassi liturgica fu esplicitato il dogma del purgatorio ci fu passaggio da un insegnamento implicito all'esplicito ma non ci fu nessuna «novità» in senso proprio. Così dicasi del Primato, implicito nella prassi del ricorso a Roma, o del dogma dell'Immacolata Concezione, implicito nella Divina Maternità di Maria ecc.

Un esempio di ritorno dal Magistero tacito al Magistero esplicito si ebbe proprio a riguardo della Tradizione, allorché la Chiesa nel Concilio di Trento ne definì, contro i protestanti, la nozione esatta, che si era limitata a proporre tacitamente nel periodo della Scolastica a motivo della perfetta coincidenza della dottrina cattolica con la Tradizione. Insomma, se è vero che la Chiesa «non è uno strumento automatico che ripete attraverso i secoli le formule impiegate dal Salvatore e dai suoi Apostoli», ma «è come un maestro vivo che sa quel che dice» e accomoda all'intelligenza e ai bisogni delle varie generazioni l'insegnamento divino, variandone la forma, proponendone successivamente i molteplici aspetti, «chiarendo e proponendo espressamente a credere punti prima rimasti nell'ombra, nascosti in qualche modo in mezzo ad altri punti dai quali non si pensava a distinguerli» è altresì vero che «questa proposizione esplicita è solo una maniera di affermare con più chiarezza, con più precisione, con più certezza, con più insistenza le verità rivelate, che sono sempre state credute almeno implicitamente» e che la Chiesa ad ogni generazione trasmette la divina Rivelazione «senza nulla aggiungervi e senza nulla togliervi» [37]. Onde, nonostante lo sviluppo dottrinale di 20 secoli, Pio XII poteva scrivere che la Chiesa «adempie il suo mandato di conservare perennemente pure ed integre le verità rivelate e le trasmette senza contaminazioni, senza aggiunte, senza diminuzioni» [38].

Conclusione: se la Chiesa può paragonarsi al padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose antiche e cose nuove, resta altresì vero che le trae dall'unico tesoro della divina Rivelazione, nella quale erano entrambe contenute: esplicitamente le cose che a noi appaiono «antiche», implicitamente le cose che a noi appaiono «nuove». Ogni altro «nuovo», ogni «nuovo» irriducibile all'«antico» non è sviluppo, ma corruzione della dottrina cattolica.

Vaticano II: l'irruzione del «nuovo»

Col Vaticano II c'è stata un'irruzione di «nuovo» nella Chiesa. E questo di per sé già è una novità senza riscontro nella storia del progresso dottrinale, sempre lento, graduale, ponderato. È un «nuovo» che, a partire dal Concilio ed in nome del Concilio, è venuto manifestandosi in tutti quei modi nei quali si esprime il Magistero ordinario:

□ modo esplicito: «nuove» dottrine, «nuove» catechesi, «nuove» teologie, «nuove» interpretazioni o «riletture» dei Padri della Chiesa e perfino della Sacra Scrittura;

□ modo implicito: «nuova», o meglio «nuove» liturgie, «nuova» disciplina (se così può ancora chiamarsi), «nuove» prassi;

□ modo tacito: tutti i documenti o «monumenti» del Magistero precedente vengono svalutati, distrutti o sepolti nell'oblio, mentre una dottrina affatto nuova va prendendo corpo e facendosi sensibile sotto i nostri occhi in «monumenti» affatto nuovi.

In tanta irruzione di «nuovo», poiché il Magistero infallibile tace, poiché il «prurito di novità», da cui manifestamente appaiono affetti i testi del Vaticano II, l'episcopato in genere e i loro «teologi» di fiducia, impone prudenti riserve sul «Magistero autentico», i cattolici hanno il dovere dinanzi a Dio e quindi il diritto irrinunciabile dinanzi agli uomini di domandarsi se queste «novità» sono sviluppi o corruzioni dottrinali, «se la Chiesa di oggi – per dirla col card. Ratzinger – è realmente quella di ieri o se l'hanno cambiata con un'altra senza avvisarli» [39].

Il contrasto con l'«antico» indice di corruzione dottrinale

In circostanze siffatte i cattolici non sono affatto sprovveduti di un criterio oggettivo che permetta loro di discernere lo sviluppo legittimo dalle corruzioni dottrinali.

Il criterio, accessibile a tutti, è insegnato a) dai Padri della Chiesa; b) dall'unanimità dei teologi realmente cattolici, che conoscono le «regole della Fede»; c) dalla prassi e dallo stesso Magistero infallibile della Chiesa.

a) Tra i Padri della Chiesa è sufficiente segnalare San Vincenzo di Lerino (V secolo). Nel suo Commonitorio, inteso appunto a cercare «una regola certa» che consenta ai cattolici di distinguere la verità dall'errore in tempi in cui «l'astuzia dei nuovi eretici richiede una vigilanza ed una attenzione sempre maggiori», San Vincenzo di Lerino scrive:

«Forse qualcuno dirà: nessun progresso della religione è allora possibile nella Chiesa di Cristo?

Certo che il progresso ci deve essere e grandissimo! Chi sarebbe tanto ostile agli uomini e avverso a Dio da tentare di impedirlo? A condizione, però, che si tratti veramente di progresso per la fede, non di modificazione.

Caratteristica del progresso è che una cosa si accresca, rimanendo sempre identica a se stessa; della modificazione, invece, che una cosa si trasformi in un'altra.

Cresca dunque, e molto e fortemente progredisca col susseguirsi delle età e dei secoli, l'intelligenza, la scienza, la sapienza, tanto dei singoli, quanto di tutti, tanto di ciascun uomo quanto di tutta la Chiesa; ma nei limiti dello stesso identico dogma, nello stesso significato, nella stessa dottrina».

Commentando, poi, l'esortazione di San Paolo a Timoteo: «Custodisci il deposito, evitando le profane novità di parole» (1 Tm. 6, 20), San Vincenzo di Lerino spiega:

«Le profane novità di parole sono le novità concernenti dogmi, cose e opinioni in contrasto con la Tradizione e l'antichità» [40].

E qui sta il valore indiscusso della regola o canone leriniano: nell'indicare nell'armonia o nel contrasto con l'antico il criterio per discernere con sicurezza ciò che è progresso da ciò che è corruzione dottrinale: se nel campo della Chiesa spunta un «nuovo» in contrasto con l'antico, non è una verità tratta fuori dal suo tesoro, ma è la zizzania dell'errore seminata dall'inimicus homo (Mt. 13, 24-30) [41].

In tal caso non ci sono dubbi: «È all'antico che bisogna attenersi: se la novità è profana, l'antichità è sacra»; «è la novità che deve cessare di lanciare sospetti e accuse contro l'antichità»; «è la novità che deve smettere di molestare e perseguitare l'antichità»; «non è la fede antica che deve cessare di opporsi con tutte le sue forze alla novità» [42].

b) Tra i teologi realmente cattolici ci piace qui citare il card. Newman, perché a torto è stato travisato dai modernisti.

Tra i criteri elencati per distinguere uno sviluppo legittimo dalla corruzione dottrinale, il card. Newman pone:

– «il possesso iniziale di legittimi indizi dei futuri sviluppi»;

– «la tendenza degli sviluppi posteriori a conservare la dottrina precedentemente posseduta»: qualora il «nuovo» tenda ad escludere l'«antico» siamo sicuramente dinanzi ad una corruzione dottrinale [43]. È sostanzialmente il canone leriniano.

c) Dall'identico criterio appare ispirata la prassi della Chiesa in tutti i Concili dommatici intesi a distinguere la Verità cattolica dall'eresia.

Finalmente – e questo taglia la testa al toro – il Magistero infallibile della Chiesa nel Vaticano I ha fatto propria la regola leriniana, riprendendola testualmente nella Constitutio de fide catholica Sess. III:

«Cresca dunque, e molto fortemente progredisca col susseguirsi dell'età e dei secoli l'intelligenza, la sapienza, tanto dei singoli quanto di tutti, tanto di ciascun uomo quanto di tutta la Chiesa, ma nei limiti dello stesso identico dogma, nello stesso significato, nella identica dottrina: in eodem sensu, in eadem sententia». Con relativo anatema [44].

Insomma se nei limiti sopra precisati, può dirsi che la Chiesa estrae dal suo tesoro «cose nuove» e «cose antiche», è certo che non ne può trarre e non ne trarrà mai, al grado in cui il suo Magistero è infallibile, cose nuove in contrasto con le antiche. Nella storia della Chiesa cattolica – scriveva il futuro card. Newman, ancora pastore anglicano, e questo fu il motivo della sua conversione – è dato di trovare Vescovi in contraddizione con altri Vescovi, Padri della Chiesa in contraddizione con altri Padri ed anche con se stessi, ma non si trova mai che la Chiesa, al grado in cui si esprime «quale oracolo del Cielo» (Magistero infallibile), contraddica se stessa [45].

Per il Magistero semplicemente autentico, poi, è affidato alla fede e alla prudenza degli uomini di Chiesa il non sostenere «l'esatto contrario di ciò che sta scritto in chiari documenti del Magistero» [46] e resta alla fede e alla prudenza dei fedeli il diritto al confronto tra il Magistero di oggi e il Magistero di ieri [47].

Il «nuovo» del Vaticano II: corruzione dottrinale non progresso

Quando si è aperto il Vaticano II la Chiesa godeva del possesso secolare ininterrotto ed indiscusso di dottrine esplicite relative:

□ all'ecumenismo ed in particolare alla posizione delle sette eretiche e/o scismatiche, dell'ebraismo e delle false religioni;

□ ai rapporti Chiesa-Stato ed in particolare alla esatta nozione di «libertà religiosa» e alla tolleranza dei falsi culti [48]. Non si trattava – si badi – di questioni opinabili, lasciate alla libera discussione dei teologi. Alcune erano dottrine esplicitamente o implicitamente rivelate, contenute nella Sacra Scrittura: ad esempio, l'inattualità dell'ebraismo dopo Nostro Signore e San Paolo [49], onde, per legittimare il nuovo corso, il card. Willebrands si è visto costretto a negare il valore storico degli Evangeli [50]; la condanna delle false religioni: Vecchio e Nuovo Testamento [51] ecc.

Altre erano conclusioni teologiche, cioè verità connesse con la divina Rivelazione e quindi appartenenti indirettamente al depositum fidei e per le quali alla Chiesa è promessa l'infallibilità non meno che per le verità appartenenti direttamente al deposito della fede [52], per l'evidente ragione che è impossibile negare o toccare in qualche modo queste verità senza negare o toccare di logica conseguenza anche le verità rivelate cui esse si riconnettono. Perciò anche questi insegnamenti non rivelati sono garantiti da Dio stesso come certamente veri per il fatto stesso della istituzione del Magistero infallibile della Chiesa» e «i negatori ostinati d'un insegnamento non rivelato, proclamato dalla Chiesa come vero, potrebbero essere facilmente presunti ribelli all'autorità stessa della Chiesa e in chiara opposizione formale alla stessa Rivelazione» [53].

Inoltre, all'apertura del Vaticano II, la Chiesa godeva:

□ di una liturgia espressione integra ed inequivocabile di fede cattolica.

La prassi liturgica – abbiamo visto – è il campo nel quale principalmente si esprime il Magistero tacito della Chiesa. Onde già nel V secolo Gennade de Marseille (+493) aveva formulato il «principio costantemente ed universalmente riconosciuto dalla tradizione cristiana: ut legem credendi lex statuat supplicandi» [54]: «la legge della preghiera stabilisca la legge della fede»: i testi liturgici (Novus Ordo escluso, s'intende) sono tra i principali documenti o «monumenti» della Tradizione [55].

In questi tre campi: liturgia, ecumenismo, rapporti Chiesa-Stato si è riversato il «nuovo» del Concilio. Disgraziatamente è un «nuovo» in contrasto, anzi in lotta con l'antico. Infatti se la Chiesa insegna, come gli uomini della Chiesa hanno sempre insegnato fino al Vaticano II, che la Chiesa di Cristo è una sola e che fuori di essa non vi è salvezza e che pertanto le altre sedicenti «Chiese» non sono Chiese, ma sette, «chiese illegittime» (Sant'Ireneo), «tralci secchi» (Sant'Agostino) e i singoli individui, affetti da ignoranza invincibile, possono salvarsi solo in virtù dell'appartenenza in voto alla vera Chiesa, in nessun modo da questa dottrina può venir fuori, col Vaticano II, che «le stesse Chiese e Comunità separate... nel mistero della salute non sono affatto spoglie di significato e di peso» e che «lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza [spiritosa invenzione di Karl Rahner S. J.]» [56] perché la «nuova» dottrina chiaramente esclude l'antica e tocca le verità rivelate che a questa si sottendono: le «Chiese illegittime» si scoprono legittime, nei «tralci secchi» scorre la linfa della Grazia, e, di conseguenza, la Chiesa di Cristo non è più unica né è l'unica «arca di salvezza» [57]. Nel postconcilio, poi – l'appetito vien mangiando – in nome del decreto conciliare Nostra Aetate, anche le religioni non cristiane si sono viste promosse a vie almeno «straordinarie» di salvezza [58].

Ancora: se la Chiesa insegna, come gli uomini della Chiesa hanno sempre insegnato fino al Vaticano II, che Nostro Signore Gesù Cristo, essendo Dio, ha il diritto di regnare non solo sugli individui, ma anche sulle società e che pertanto la sola Chiesa cattolica ha il diritto naturale e divino al concorso negativo e positivo dello Stato, nel quale concorso rientra anche il dovere di impedire il culto pubblico delle false religioni salvo che motivi di prudenza politica ne consiglino la tolleranza, in nessun modo da questa dottrina si può dedurre, col Vaticano II, che esista un «diritto» della persona umana a non essere impedita nella professione pubblica ed associata della propria credenza falsa ed anche irreligiosa [59] e che identico «diritto» [è la tesi erronea del Lamennais, del Maritain e di tutti i liberal-modernisti] spetti alle sette e alle false religioni [60], perché la «nuova» dottrina chiaramente esclude l'antica e tocca la verità rivelata, che ad essa si sottende: cessa il diritto della sola Chiesa cattolica al concorso dello Stato, cessa il dovere dello Stato di impedire il culto pubblico delle false religioni e vi subentra il dovere di favorirle senza discriminazioni; di «tolleranza» non è neppure il caso di parlare. Nostro Signore Gesù Cristo, insomma, non ha più il diritto di regnare sulle società non meno che sugli individui, benché Pio XI, istituendo la festa di Cristo Re, abbia esaurientemente dimostrato che questa verità si fonda nella Sacra Scrittura e nella Tradizione cattolica e quindi è verità di fede divina rivelata, anche se non definita [61].

Può bastare così: le «novità» del Concilio non sono progressi, ma corruzioni dottrinali e tutto ciò che si va facendo nel postconcilio dalla gerarchia in nome del Concilio, ma in contrasto con la Tradizione cattolica, lo conferma irrefutabilmente: il «convegno di preghiera» di Assisi con le altre iniziative ecumeniche, sempre vietate dalla Chiesa, la liquidazione dei residui Stati cattolici, coi «nuovi» Concordati, la soppressione delle due strofe relative alla regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo nell'inno dei primi e secondi Vespri della Festa di Cristo Re ecc. ecc. A che continuare? Basta pensare che il card. Ratzinger è giunto a dichiarare «périmée» [62], sorpassata, defunta la dottrina cattolica sui rapporti Chiesa-Stato; quasi che una dottrina, che risale alle origini della Chiesa [48], possa rigettarsi senza rigettare anche l'infallibilità della Chiesa.

Quanto alla nuova liturgia, in nessun modo può ritenersi legittimo un Novus Ordo, dal quale i posteri, applicando il predetto principio: «la legge della fede», dedurranno che verso la fine del XX secolo la Chiesa professò una fede più protestantica che cattolica nel Santo Sacrificio della Messa [63].

Nessun «discernimento» sull'«antico»

Né vale in materia invocare il potere di «discernimento» proprio del Magistero. Detto potere, infatti, si esercita sul «nuovo» per stabilirne l'omogeneità o l'eterogeneità rispetto all'«antico», ma si esercita sull'«antico» solo per confermarlo e riproporlo, perché l'«antico» è quel «tesoro di famiglia» che non va dissipato, ma custodito e trasmesso con cura gelosa [64].

Nessun «discernimento», dunque, spetta al Magistero circa le dottrine già definite dal Magistero straordinario infallibile (Papa ex cathedra o Concilio dommatico) o anche esplicitamente, costantemente ed unanimemente insegnate e ritenute nella Chiesa, perché dette dottrine, alle suddette condizioni, impegnano, non meno dei Concili dommatici e delle definizioni ex cathedra, l'infallibilità della Chiesa in docendo (Magistero ordinario infallibile) e in credendo (infallibilità passiva dei credenti). Rimetterle in questione, infatti, «porterebbe necessariamente a dire che tutti i fedeli di tutti i tempi, tutti i santi, i casti, i continenti, le vergini, tutti i chierici, i leviti, i vescovi, le migliaia di confessori, gli eserciti dei martiri, un così gran numero di città e di popoli, di isole e di province, di re, di genti, di regni e di nazioni, in una parola il mondo tutto incorporato a Cristo capo mediante la fede cattolica, per un così gran numero di secoli abbia ignorato, errato, bestemmiato, senza sapere quello che doveva credere» [65]. Mentre è certo che nessun errore può sorgere nella Chiesa senza suscitare la reazione di un numero sia pure limitato di credenti, che ne avvertano il contrasto col precedente Magistero (infallibilità passiva della Chiesa), e senza che, in un tempo relativamente breve, il Magistero stesso lo rigetti come corpo estraneo al deposito della fede (infallibilità attiva) [66].

È perciò che, in materia già definita o data per certa dal Magistero o anche soltanto insegnata e creduta costantemente nella Chiesa, gli stessi Concili dommatici, nei quali i Vescovi cum Petro et sub Petro siedono quali iudices fidei, e cioè definitori della Fede, possono esercitare un giudizio solo «confermativo» e giammai «dubitativo» [67]. Ancor meno un atto di Magistero «autentico», non infallibile, qual è il Vaticano II, ha il potere di negare, mettere in dubbio o anche soltanto ritornare sulle decisioni o su una dottrina esplicita, certa, costante della Chiesa.

Ne consegue che, sui punti, nei quali l'ultimo Concilio contraddice quanto nella Santa Chiesa è stato costantemente insegnato e ritenuto, particolarmente in materia di ecumenismo, ebraismo, false religioni, libertà religiosa e rapporti Chiesa-Stato, i cattolici, nella certezza morale dell'errore, non devono al Vaticano II nessun ossequio religioso interno e neppure un rispettoso silenzio [68], perché al contrario, essendo in pericolo la Fede cattolica ed essendosi ogni ricorso alle autorità rivelato vano, hanno il preciso dovere di manifestare pubblicamente il proprio dissenso [69]. Comportarsi od esigere che ci si comporti diversamente significa attribuire al Vaticano II un'autorità che non gli spetterebbe neppure se fosse Magistero infallibile, e che certissimamente non si sarebbe arrogato, se effettivamente fosse stato Magistero infallibile.

L'«antico» criterio di discernimento tra dissenso ereticale e dissenso cattolico

Dunque, anche a voler prescindere dagli «abusi» [70] senza numero, ai quali ha spalancato la porta il Concilio con il suo «prurito di novità», il «nuovo» che ha fatto irruzione nella Chiesa con i soli testi conciliari non è sviluppo legittimo, ma autentica corruzione dottrinale.

Quattro fatti lo confermerebbero, se conferma fosse necessaria.

  1. Il «nuovo» del Vaticano II è tanto nuovo che se ne può indicare con esattezza, come tutti fanno, compreso il card. Ratzinger, l'atto di nascita: il Concilio Vaticano II: «prima del Concilio», «dopo il Concilio» [71]. Ora, è proprio degli errori dottrinali essere datati, non della Fede cattolica, che, come diceva ironicamente Sant'Atanasio ai Vescovi ariani, non è un «documento imperiale» [72].
  2. Il «nuovo» del Vaticano II è tanto nuovo che ha destato in tutto il mondo cattolico, come ha ammesso lo stesso card. Ratzinger, la reazione del «sensus fidei», con conseguente rottura del consenso unanime in materia di fede, di cui godeva la Chiesa prima del Vaticano II [73]. E la reazione del «sensus fidei» nei cattolici sufficientemente informati sull'argomento (ché nei poco o niente informati attendersi reazione equivale, secondo la felice espressione di Melchior Cano [74], a domandare il colore di un oggetto ad un cieco), essendo l'eco del Magistero infallibile della Chiesa, è uno dei criteri della divina Tradizione [75]: è il «murmur populi» di cui parla Sant'Agostino che si leva quando la «quaestio» è tale da non poter sfuggire neppure alla cognizione popolare [76] [è questo il caso della «riforma» liturgica]; sono le «aures populi sanctiores quam corda sacerdotum», di cui parla Sant'Ilario [77]: le orecchie del popolo più sante dei cuori sacerdotali, allorché i Sacerdoti, avendo receduto dalla purezza ed integrità della Fede cattolica, insegnano cose in contrasto con quanto quelle orecchie erano avvezze ad ascoltare; e, insomma, l'espressione dell'infallibilità passiva per cui «quando si tocca qualcosa che riguarda la fede, gli spiriti ne sono necessariamente turbati: in quel momento si tocca la Chiesa nella sua parte più viva e più sensibile e lo Spirito di verità che la anima non permette che novità di tal genere sorgano senza contrasto» [78].

Significato totalmente opposto ha il dissenso progressista

a) perché non rende testimonianza del Magistero costante della Chiesa, ma, al contrario, spinge a contraddirlo ulteriormente, mentre il consenso e il dissenso nella Chiesa non hanno valore di per sé (altrimenti avrebbe avuto valore anche il dissenso di un Lutero), ma solo in quanto attestano l'armonia o il contrasto del Magistero attuale col Magistero precedente della Chiesa, non essendo la Chiesa una democrazia ed essendo l'infallibilità dei credenti un'infallibilità passiva, effetto cioè del Magistero infallibile.

Anche qui è l'«antico» a determinare il valore ereticale o cattolico del dissenso nella Chiesa: in nessun modo possono mettersi sullo stesso piano la «tendenza» che «sembra [sic!] riconoscere come giusto [solo] ciò che è nuovo» e la tendenza che «vede il giusto soltanto in ciò che è antico» [2], ma semplicemente rigetta il «nuovo» perché in contrasto con l'«antico».

  1. Il «nuovo» del Vaticano II è tanto nuovo che lungi dal «conservare la dottrina precedentemente posseduta» [79] lotta per escluderla e non cessa dal «molestare e perseguitare l'antichità» nella pretesa che sia, in vece, «la fede antica» a cessare «di opporsi con tutte le forze alla novità» [80].
  2. Il «nuovo» del Vaticano II è tanto nuovo che già la Chiesa lo aveva rigettato, come corpo estraneo al suo «tesoro» ovvero alla divina Rivelazione. I testi del Vaticano II, infatti, ripropongono, spesso letteralmente, errori in materia di ecumenismo, di rapporti Chiesa-Stato, di «libertà religiosa» e delle altre cosiddette «libertà moderne». Ora è impossibile, chiaramente anzi assurdo, che errori, già combattuti e rigettati dalla Chiesa, siano, in un secondo tempo, riconosciuti dalla medesima come progressi dottrinali [81]: o la Chiesa avrebbe sbagliato ieri o sbaglierebbe oggi.

L'assistenza dello Spirito Santo alla Chiesa in tempi di «novità»

Se il dilemma tra il Magistero «di ieri» e il Magistero «di oggi» si ponesse a livello di due Magisteri entrambi infallibili, la fede dei cattolici sarebbe messa ad una prova davvero insuperabile: avremmo avuto per la prima volta ciò che al Newman, ancora anglicano, non fu dato di trovare nella storia della Chiesa cattolica e cioè che la Chiesa, esprimendosi «quale oracolo del cielo», ha contraddetto se stessa. Ma, per la divina assistenza, neppure ora venuta meno alla Chiesa, il dilemma, nonostante un Concilio ecumenico, non si pone a livello di Magistero infallibile. Noi sappiamo, con la Chiesa, che l'infallibilità è garantita per i singoli atti di Magistero infallibile, ma non di Magistero autentico, nel quale la sicurezza della dottrina resta direttamente proporzionale all'amore e all'attaccamento all'antico nel soggetto del Magistero (Papa e Vescovi con relativi «teologi» di fiducia) e quindi all'impegno umano di non insegnare nulla che non sia conforme alla Tradizione, ed è inversamente proporzionale all'amore per le «novità» e al fastidio per la Tradizione [16]. Il che non significa che, prevalendo negli uomini di Chiesa l'amore alle «novità» e il fastidio per la Tradizione, venga meno alla Chiesa l'assistenza dello Spirito di Verità. Significa che in tal caso quest'assistenza garantisce la Chiesa da pronunciamenti infallibili erronei e assicura che l'errore eventualmente sorto non si attererò in essa senza dissenso e, soprattutto, definitivamente. È, insomma, un'assistenza non particolare, garantita hic et nunc per quel determinato atto, in quella determinata circostanza, ma un'assistenza generale, per tutta la Chiesa e non per i singoli atti di Magistero, e che perciò si misura a lungo termine, nella conservazione inalterata del «deposito della Fede», nonostante le eventuali vicissitudini contrarie. È per ciò che, mentre un solo atto di Magistero autentico non può rivendicare per sé la nota di infallibilità, questa nota spetta, invece, sicuramente al Magistero autentico «di ieri» nella sua continuità: la sua costanza, la sua universalità, la sua consonanza con la Tradizione, confermata dal consenso unanime goduto, chiamano infatti in causa l'infallibilità attiva e passiva, in docendo e in credendo, della Chiesa. Onde i Padri della Chiesa e i teologi «probati» affermano che una credenza costante ed unanime in materia dottrinale equivale in pratica ad una definizione emessa da un Concilio ecumenico dommatico, e la loro convinzione è stata fatta propria dal Magistero anche infallibile della Chiesa, dovendosi ritenere implicitamente definita dal Vaticano I nella sua menzione del «Magistero ordinario e universale» [83], che ha dato il via all'approfondimento teologico sul Magistero ordinario infallibile.

Ne consegue la superiorità del Magistero «di ieri», infallibile, anche se ordinario, sul Magistero straordinario, ma solo autentico del Vaticano II e quindi il dovere per il cattolico, nel contrasto tra il Vaticano II e il Magistero «di ieri», di attenersi al Magistero «di ieri».

Lo Spirito di Verità e il Vaticano II

Alla luce di quanto sopra esposto, possiamo con soprannaturale ragionevolezza supporre che lo Spirito di Verità si è servito dell'avversione alle definizioni dommatiche, tipica del liberal-modernismo, per impedire che il Magistero infallibile della Chiesa fosse impegnato in un Concilio, nel quale da parte umana esistevano tutte le premesse per pronunciamenti erronei. Ed è questa l'unica assistenza, puramente negativa, che può rivendicare da parte dello Spirito di Verità il Vaticano II o, più esattamente, la Chiesa in occasione del Vaticano II. E questo vale a spiegare anche l'anormalità dell'unico Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, al quale spetta la qualifica di Magistero straordinario, sì, ma autentico ovvero non infallibile.

(continua)

NOTE

[1] Il Sabato 16/22 luglio 1988.

[2] Lettera di Giovanni Paolo II al card. Ratzinger, L'Osservatore Romano 9 aprile 1988.

[3] Motu Proprio Ecclesia Dei, L'Osservatore Romano 3 luglio 1988.

[4] Ibidem.

[5] Vaticano I, Costituzione dommatica De Ecclesia Christi, Dz. 1836.

[6] I. Salaverri S. J., De Ecclesia Christi in Sacrae Theologiae Summa B. A. C., Madrid, L. II, p. 658 (per il Magistero «mere authenticum» v. art. III tesi 15); cfr. L. Billot, De Ecclesia, Q. 13, tesi 26.

[7] Cfr. Dictionnaire de Théologie catholique, voci Foi t. VI, Dépôt de la Foi t. IV, Tradition t. XV.

[8] B. Bartmann, Teologia Dogmatica, ed. Paoline, I edizione, p. 47.

[9] Dz. 783.

[10] Dz. 1787.

[11] Dz. 1637 sq., 1656, 1705, 1800; per la tesi modernista vedi Lamentabili n. 21 (Dz. 2021).

[12] R. Spiazzi O. P., «Rivelazione compiuta con la morte degli Apostoli», in Gregorianum 33 (1952) 25.

[13] I. Salaverri, op. cit.

[14] San Vincenzo di Lerino, Commonitorio n. 21; San Paolo 1 Tm. 6, 20-21; cfr. Mt. XXVIII, 20; 1 Tm. 6, 20; 2 Tm. 1, 14; Tit. 1, 9-14; Gal. 1, 8-9; 1 Gv. 2, 20; 2 Gv. 9, 12 ecc.; Dict. de Th. cath. v. Foi t. VI e Dépôt de la foi t. IV col. 526 ss.; Enciclopedia cattolica voce Tradizione.

[15] Dictionnaire de Théologie catholique t. IV v. dogme col. 1579 ss.; per la tesi modernistica cfr. Pascendi.

[16] Cfr. Franzelin, De Divina Traditione, tesi IX; J. M. A. Vacant, Le magistère de l'Église et ses organes, cap. V.

[17] J. M. A. Vacant, op. cit., cap. IV. G. B. Guzzetti, Trattato di teologia dommatica, ed. Marietti, vol. I, pp. 160 ss.

[18] Dict. de théol. cath. voce Foi t. VI col. 162.

[19] Pio XII, Humani Generis; cf. Dom Paul Nau, Une source doctrinale: les encycliques, éd. du Cèdre, Paris.

[20] Dict. de Théol. cath. voce Église t. IV col. 2209; cfr. Dom Paul Nau, op. cit.; I. Salaverri S. J., op. cit.

[21] Dict. de Théol. cath. voce Tradition t. XV; cfr. Joseph Ratzinger, Chiesa, ecumenismo e politica, ed. Paoline, p. 80.

[22] Dict. de Théol. cath. voce Foi t. VI col. 161; G. B. Guzzetti, Trattato di teologia dommatica, ed. Marietti, t. I, p. 208.

[23] I. Salaverri S. J., op. cit.

[24] Billot, De Ecclesia, t. XVII; cfr. Dict. de théol. cath. voce Foi t. VI col. 153 ss.; J. Salaverri S. J., op. cit.

[25] Dict. de Théol. cath. voce Foi t. VI col. 155.

[26] Per Giovanni XXIII v. L'Osservatore Romano 12 ott. 1962 e per Paolo VI 7 dicembre 1965, A.A.S. ann. 1966, 57; udienza 12 gennaio 1966, L'Osservatore Romano 21 gennaio 1966.

[27] Card. Ratzinger, Discorso alla conferenza episcopale cilena, Il Sabato 30 luglio-5 agosto 1988.

[28] Cfr. I. Salaverri S. J., op. cit.

[29] Franzelin, sopra cit.

[30] J. Ratzinger, Rapporto sulla Fede, ed. Paoline, particolarmente p. 33; R. Wiltgen, Le Rhin se jette dans le Tibre, Paris 1975.

[31] Dict. de Théol. cath. voce Foi t. VI col. 155; cfr. R. Amerio, Iota Unum, Ricciardi ed., I ed., § 320, p. 597.

[32] Dz. 1800, 1818.

[33] Bartmann, op. cit., p. 95; Dict. de Théol. cath. voce dogme t. IV col. 1641 ss. e dépôt de la foi t. IV col. 527.

[34] Dict. de th. cath. voce Église t. IV col. 2194; J. M. A. Vacant, op. cit., cap. III.

[35] J. M. A. Vacant, sopra cit.

[36] Franzelin, op. cit., tesi XXIII; J. M. A. Vacant, op. cit.; Dict. de Théol. cath. voce dogme t. IV.

[37] J. M. A. Vacant, op. cit., cap. I.

[38] Bolla Munificentissimus Deus. Cfr. Marin-Sola O. P., L'évolution homogène du dogme catholique; L. Billot S. J., De Immutabilitate Traditionis contra modernam haeresim evolutionismi.

[39] Il Sabato 30 luglio-5 agosto 1988 cit.; per il diritto dei fedeli cfr. Iota Unum sopra cit.

[40] Commonitorio nn. 1, 2, 23, 24.

[41] Franzelin, De Divina Traditione, tesi XXIV: De vero sensu canonis Vincentiani; Dictionnaire de Théol. cath. voce dogme col. 1606 ss.

[42] San Vincenzo di Lerino, Commonitorio n. 32.

[43] Newman, Essay on the development of Christian doctrine; cf. Dict. de Théol. cath. v. dogme t. IV col. 1634.

[44] Dz. 1800, 1818; cfr. Giuramento anti-modernista.

[45] Newman, op. cit.

[46] J. Ratzinger, Rapporto sulla Fede, pp. 22 s.

[47] R. Amerio, Iota Unum, sopra cit.

[48] Si veda nel Dict. de Théol. cath. t. IV voce Église col. 2212 ss. l'ultimo excursus storico della dottrina cattolica sui rapporti Chiesa-Stato fin dalle origini. Cfr. anche v. tolérance e liberté specie col. 701 ss.

[49] Cfr. Francesco Spadafora, Cristianesimo e Giudaismo, ed. Krinon, Via della Libertà 186, 93100 Caltanissetta.

[50] «Sussidi per una corretta presentazione degli Ebrei e dell'Ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica», L'Osservatore Romano 24-25 giugno 1985.

[51] Cfr. Francesco Spadafora, Fuori della Chiesa non c'è salvezza, ed. Krinon, Via della Libertà 186, 93100 Caltanissetta; per la condanna del falso ecumenismo si veda particolarmente Pio XI, Mortalium animos.

[52] Cfr. Quanta Cura Dz. 1699; Vaticano I Dz. 1820; Immortale Dei Dz. 1880; Lamentabili 7ª proposizione condannata. Cfr. Dict. de Théol. cath. t. IV voce dogme col. 1577 s. ed Église col. 2196.

[53] Dict. de Théol. cath. voce dogme t. IV col. 1577.

[54] Ibidem t. IV voce Église col. 2180.

[55] Cfr. Pio XII, Mediator Dei.

[56] Unitatis Redintegratio n. 3.

[57] Dz. 1647; cfr. IV Concilio Lateranense Dz. 430 e Concilio di Firenze Dz. 714.

[58] J. Ratzinger, Rapporto sulla Fede, ed. Paoline, p. 211.

[59] Dignitatis Humanae n. 2.

[60] Ivi n. 4.

[61] Pio XI, Quas Primas.

[62] J. Ratzinger, Les principes de la théologie catholique, éd. Téqui, Parigi, p. 427 e, di contro, L. Billot, De Ecclesia Christi t. II De habitudine Ecclesiae ad civilem societatem nonché Dict. de Théol. cath. t. IV voce Église col. 2212 ss.

[63] Per ulteriori esemplificazioni rimandiamo, oltre a quanto da noi pubblicato in 15 anni, allo studio Iota Unum di Romano Amerio sulle mutazioni sostanziali nella Chiesa del XX secolo.

[64] J. M. A. Vacant, op. cit., cap. IV.

[65] San Vincenzo di Lerino, op. cit., n. 24.

[66] Cfr. Franzelin, De Divina Traditione, tesi XII e XXIII; L. Billot, De Ecclesia, q. 13, t. 26.

[67] Dict. de Théol. cath. voce Conciles t. II col. 665; cfr. San Leone Magno, Lettera a Teodoreto, P.L. t. IV col. 1048.

[68] I. Salaverri S. J., op. cit.; Straub, De Ecclesia n. 968; Schultes, De Ecclesia a. 67, § 5, 4 C.

[69] San Tommaso, S. Th. II-II q. 33 a. 4 ad 2; R. Amerio, Iota Unum, sopra cit.

[70] Cfr. Discorso alla Conferenza episcopale cilena, Il Sabato 30 luglio-5 agosto 1988.

[71] Ibidem.

[72] De Synodis 3-5: MG 26, 68-88.

[73] Il Sabato sopra cit.; R. Amerio, Iota Unum, Ricciardi ed., 1ª pp. 596-97.

[74] De locis theologicis.

[75] Franzelin, De Divina Traditione, tesi XII; cfr. Dict. de Théol. cath. voce Église.

[76] Contra Iulianum.

[77] Contra Auxentium.

[78] Bossuet, Œuvres complètes, éd. Vivès 1867, t. XII, p. 346.

[79] Newman, op. cit.

[80] San Vincenzo di Lerino, op. cit., n. 32.

[81] Dict. de Théol. cath. voce dépôt de la foi t. IV col. 526 ss.

[82] Cfr. Franzelin, op. cit.; Billot, De Ecclesia; Bossuet, cit.; Dict. de Théol. cath. voce Église t. IV.

[83] San Vincenzo di Lerino, op. cit., nn. 28 e 29; Sant'Agostino, Contra Iulianum lib. I, 7, 30-35 e II, 10, 37; J. M. A. Vacant, op. cit., cap. I; Salaverri S. J., op. cit.; Dict. de Théol. cath. voce Église t. IV col. 2193 s. e Infaillibilité du Pape t. VII; Vaticano I, Dei Filius c. 3 (Dz. 1792); cfr. Lettera di Pio IX all'arcivescovo di Monaco 21 dic. 1863 (Dz. 1683); cfr. Dz. 1536 (tuta ac probata Ecclesiae praxis); Immortale Dei (iudicio stabili).


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