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lunedì 10 agosto 2026

QUELLI CHE PENSANO DI AVER VINTO: 4. HENRI DE LUBAC, S.J., UN "MAESTRO" CHE NON FU MAI DISCEPOLO - ANNO XIX - 15 FEBBRAIO 1993

 


QUELLI CHE PENSANO DI AVER VINTO

4. Henri de Lubac S.J., un "maestro" che non fu mai discepolo  

 

Propensioni liberali e deformazione teologica

E veniamo al gesuita Henri de Lubac, padre della «nouvelle théologie».
Partiremo dalla sua formazione filosofico-teologica, perché essa dimostra il clima di disprezzo per l'autorità e le direttive della Roma cattolica nel quale è maturata l'attuale crisi nella Chiesa.
Contro l'aggressione dei modernisti San Pio X aveva chiesto che dai Seminari e dalle case di formazione dei religiosi fossero allontanati gli insegnanti sospetti e che fossero esclusi dalle ordinazioni quei giovani «che lascino il più piccolo dubbio di correre dietro a dottrine condannate o a dannose novità» (Motu Proprio 18 novembre 1907).
Stando a queste direttive il giovane de Lubac non avrebbe mai dovuto essere ordinato. È lui stesso ad attestarci nella Memoria intorno alle mie opere (Jaca Book, Milano) le sue simpatie per il liberalismo cattolico, ripetutamente condannato dai Romani Pontefici, simpatie che lo predisponevano a «correre dietro ai sistemi e alle tendenze irrequiete del pensiero moderno» (P. Parente La teologia ed. Studium).
Del card. Coullié, ad esempio, il de Lubac scrive: «per me aureolato fin dalla mia adolescenza a causa del ricordo di mons. Dupanloup, di cui era stato collaboratore». Mons. Dupanloup, l'«eroe», anzi il «santo» dell'adolescente de Lubac, era stato esponente di spicco della corrente liberale nel Vaticano I ed abbandonò quel Concilio prima della conclusione per non assistere alla proclamazione dell'infallibilità pontificia, da lui avversata. Al contrario di mons. Lavallée, rettore delle facoltà cattoliche di Lione, il de Lubac scrive: «ciò che mi disturbò sempre un tantino nei miei rapporti con lui fu... la sua reputazione di tradizionalista estremo», anche se «non era però "integrista"» (da notare la gradazione) (p. 5). Quest'orrore per l'"integrismo" e gli «integristi» non abbandonerà il de Lubac fino alla fine dei suoi giorni, come vedremo.
Contro l'aggressione del modernismo San Pio X e tutti i suoi successori fino a Pio XII avevano ribadito l'obbligo di «seguire religiosamente [sancte] la dottrina, il metodo, i principi di San Tommaso» (San Pio X, Motu Proprio cit.; Pio XII, Humani Generis; v. C.I.C. canone 1366 n. 2). Anche di questa direttiva romana, però, nelle case di formazione dei Gesuiti frequentate dal de Lubac si faceva poco o nessun conto. Così, durante gli studi di filosofia a Jersey (1920-23), il giovane de Lubac poté leggere «con passione l'Action, la Lettre (sull'apologetica) e diversi altri studi di Maurice Blondel. Per una lodevole eccezione alcuni nostri maestri di allora, i cui divieti erano severi, permettevano, senza però incoraggiarci, che seguissimo il pensiero del filosofo di Aix» (Memoria p. 10).
Ed ancora a p. 192: «Tra gli autori di minor levatura, andavamo pazzi per Lachelier [che si muove, come il Blondel, nell'ambito del kantismo], raccomandato da padre Auguste Valensin per il suo stile più ancora che per le sue idee [quand'anche fosse vero, con lo stile penetravano anche le idee. Bisogna ricordare che a quel tempo, allo scolasticato di filosofia, simili letture erano per la maggior parte un frutto semiproibito. Grazie a maestri e a consiglieri indulgenti non furono però mai letture clandestine». E così il giovane de Lubac, invece di ricevere una seria e sana formazione filosofica, base indispensabile per una seria e sana formazione teologica, si deformò «grazie a maestri e consiglieri indulgenti» con la lettura appassionata di filosofi viziati di immanentismo e di soggettivismo.

«Maestri» che non furono mai discepoli

Il danno di una «formazione» siffatta è enorme ed irreparabile: «Poiché la dottrina tradizionale di San Tommaso è la più forte, la più luminosa e la più sicura nei suoi principi – si deve credere su questo alla Chiesa – il dovere è di munirsi di questa forza e di questa luce per scartare le teorie rischiose o false. Non si fa spesso il contrario? Si studia, valga quel che valga, una filosofia o una teologia sbiadita e senza coesione; poi si prende contatto con San Tommaso e con la Tradizione episodicamente. Questo contatto non è una formazione; peggio ancora: falsa la messa in opera dell'idea scolastica e tradizionale. Se realmente San Tommaso è una guida sicura e feconda, un incomparabile guida, è a lui che bisogna ricorrere anzitutto e soprattutto; è la sua dottrina purissima che bisogna dare nella formazione teologica; la sua lettura, per essere veramente formatrice, non deve sopraggiungere come uno studio secondario e accessorio» (Lavaud in La Vie Spirituelle 1923 pp. 174 ss. citato da J. B. Aubry: L'étude de la Tradition p. 100).
Questa carenza di una solida formazione filosofica e teologica è il «difetto d'origine» riscontrabile in tutti i «nuovi teologi».
Henri Bouillard, veterano della «banda» del de Lubac, in occasione dell'inaugurazione del Centre d'Archives Maurice Blondel (Lovanio 30-31 marzo 1973) ne ha offerto la seguente «testimonianza»:
«Ho fatto parte di quei giovani studenti di teologia che, intorno al 1930, si procuravano un esemplare policopiato de l'Action [l'opera principale del Blondel, libro allora introuvable nelle librerie]. L'opera era sospetta; e la sua lettura, senza una guida competente, era difficile. Ma, profondamente delusi dalla filosofia scolastica e dall'apologetica allora insegnata nei Seminari male o senza convinzione da professori anche loro affascinati dalla "filosofia moderna" cercavamo un'iniziazione tra le altre al pensiero moderno e, ancor più, il mezzo, che non trovavamo altrove, di comprendere e giustificare la nostra fede».
Anche da professore, continua Bouillard, «l'insieme delle mie lezioni si ispirava largamente al pensiero blondelliano. Altri teologi [tra cui l'amico de Lubac] si erano da tempo impegnati su questa via ed altri vi si immettevano a loro volta. Debbo perciò attestare non solo ciò che Blondel mi ha insegnato, ma anche l'influenza che egli ha esercitato su numerosi teologi e, tramite loro, sulla teologia in generale» (Centre d'Archives Maurice Blondel – Journées d'inauguration 30-31 mars 1973 – Textes des interventions p. 41). A ragione, dunque, il padre Garrigou-Lagrange scriverà del de Lubac, del Bouillard e dei loro compagni: «noi non pensiamo che... abbandonino la dottrina di San Tommaso; essi non vi hanno mai aderito perché non l'hanno mai ben compresa. E questo è doloroso ed inquietante» (La nouvelle théologie où va-t-elle? in Angelicum 23, 1946). Come sempre, i «novatori», per dirla con Sant'Alfonso, «voglion essere tenuti per maestri quando non furono mai discepoli» (A. M. Tannoia Vita L. II c. LV).

Disprezzo di Roma e falsa obbedienza

Con le «novità», il giovane de Lubac assorbì inevitabilmente il disprezzo delle direttive romane. «Tra i contemporanei – egli scrive – seguiti all'epoca della mia formazione ho un debito particolare verso Blondel, Maréchal, Rousselot» (op. cit.). Eppure nessuno dei tre era propriamente in odore di ortodossia, né presso il Sant'Offizio né presso la sede romana della Compagnia di Gesù (ivi pp. 13 ss.). E del gesuita Pierre Charles il de Lubac scrive: «il suo prestigio era cresciuto – sic! – ai nostri occhi a causa della semi-disgrazia in cui era caduto [presso le autorità romane], come il padre Huby, in seguito al caso di Les yeux de la Foi, opera del Rousselot, che i suddetti gesuiti Charles e Huby tentarono ripetutamente di pubblicare contro l'opposizione di "Roma"» (op. cit. p. 14).
Più tardi, il de Lubac apprese come si possa praticare una reale disobbedienza sotto la più formale obbedienza. Il padre Podechard, «il più sottomesso dei figli della Chiesa», narra il de Lubac, aveva appena concluso un corso sul servo di Jahvé nella facoltà lionese di teologia: «gli dissi che avrebbe dovuto proprio farne un libro e pubblicarlo. È impossibile, mi replicò. E perché? – Ci sono alla base posizioni critiche che oggi non sono ammesse. Vede, Padre, su queste questioni bibliche, la Chiesa ed io non ci intendiamo proprio: bisogna dunque che uno dei due taccia, ed è normale che sia io» (p. 17). Il che, però, non impediva al «più sottomesso» dei figli della Chiesa di parlare senza riguardi di sorta nei suoi corsi, proponendo ai giovani ecclesiastici tesi che egli ben sapeva disapprovate dalla Chiesa.
Il de Lubac ne riterrà la lezione e, a suo tempo, saprà nascondere anche lui la sua reale disobbedienza sotto una formale sottomissione. Con cognizione di causa Pio XII nell'Humani Generis scriverà che i «nuovi teologi» insegnavano l'errore «in modo prudente e coperto»: «se si parla con prudenza nei libri stampati, ci si esprime più liberamente negli scritti trasmessi privatamente, nelle lezioni e nelle conferenze». Lo vedremo anche per il von Balthasar. E questo spiega come il mondo cattolico, col Vaticano II, abbia potuto «risvegliarsi» modernista senza gemerne affatto (cfr. S. Girolamo: «il mondo si risvegliò ariano e ne gemette»).

La «simbiosi intellettuale» del Blondel

Il primo passo della «nouvelle théologie» per congedarsi dalla Tradizione dommatica della Chiesa è l'abbandono della filosofia scolastica e questo passo, lo abbiamo visto nel numero precedente, è compiuto da Maurice Blondel. Il secondo passo è l'abbandono della teologia cattolica tradizionale e a compiere questo secondo passo è Henri de Lubac S.J.
Il «modernista teologo» – aveva scritto San Pio X – critica «la Chiesa, perché con somma ostinatezza rifiuta di sottoporre ed accomodare i suoi dogmi alle opinioni della filosofia [moderna]»; da parte sua, «messa tra il ciarpame la vecchia teologia», si adopera «di porne in toga una nuova, tutta ligia ai deliramenti dei filosofi» (Pascendi). Ogni teologia, infatti, presuppone una filosofia e la «nuova teologia» del de Lubac presuppone la «nuova filosofia» del Blondel.
L'8 aprile 1932 Henri de Lubac S.J. scriveva al Blondel che era ormai possibile «l'elaborazione di una (nuova) teologia del soprannaturale» «dal momento che la sua [del Blondel] opera filosofica le aveva preparato le strade» (op. cit. p. 26). Piuttosto recentemente, nel marzo 1991, L'Osservatore Romano dedicò un'intera pagina alla presentazione (elogiativa naturalmente) del volume Henri de Lubac: teologia e dogma nella storia / L'influsso di Blondel ed. Studium, Roma. L'autore, A. Russo, allievo italiano del teutonico Walter Kasper (anche lui di quelli che «pensano di aver vinto»), scrive che il carteggio de Lubac-Blondel «ci offre l'esempio di una simbiosi intellettuale di cui raramente si ha riscontro nella storia del pensiero» (p. 307). È, in realtà, una storia vecchia: «ogni simile al suo simile s'appiglia». Più cose univano il Blondel e il de Lubac: la stessa sfiducia nel valore conoscitivo della ragione (antintellettualismo ovvero agnosticismo o scetticismo), la stessa mancanza di vigore intellettuale (già rilevata dal padre de Tonquédec nel Blondel e che non è difficile rilevare negli scritti del de Lubac), lo stesso complesso d'inferiorità di fronte all'«uomo moderno» (identificato col filosofo moderno, malato di scetticismo e di soggettivismo), lo stesso timore da intellettuali, nascosto sotto l'ansia apologetica di un «pacificante apostolato» (Blondel), di «rimanere o essere messi alla porta» (A. Russo op. cit.) da una cultura che rifiuta Cristo e la sua Chiesa, ed il correlativo miraggio di conciliare la pseudofilosofia moderna con la fede, così come San Tommaso aveva conciliato con la fede la filosofia dei suoi tempi. Sfuggiva al Blondel e al de Lubac che San Tommaso aveva risanato una filosofia risanabile, perché fondamentalmente sana, ma che neppure un pensatore della tempra di San Tommaso (rispetto al quale il Blondel sta come il topo alla montagna) potrebbe risanare i sofismi dei filosofi moderni. Non c'è conflitto tra fede e retta ragione (Dz. 1799), ma c'è conflitto tra fede e filosofia moderna perché questa vaga ben lontana dalla sana ragione. Voler rileggere la Fede con le categorie della filosofia moderna è dissolvere la Fede negli errori della filosofia moderna, senza liberare per questo il pensiero cristiano (e se stessi) dall'ostracismo, a cui la cultura moderna lo ha votato.
Questo quanto all'errore, che non è suscettibile di conversione. Quanto agli erranti, c'è da ricordare che ben difficilmente si riconduce alla verità chi, come i filosofi moderni, sbaglia nei principi (S. Th. II-II q. 156 a. 3 ad 2) ed in ogni caso chi sbaglia nei principi va corretto nei principi. Assumere, invece, questi principi erronei (agnosticismo, soggettivismo ecc.) quale punto di partenza per una «nuova filosofia cristiana» e, quindi, per una «nuova teologia», conduce inevitabilmente a conclusioni erronee, dato che è impossibile trarre conclusioni vere da principi falsi.
Perciò la «simbiosi intellettuale» tra il de Lubac e il Blondel, che ci fu (anche se non sappiamo se senza riscontro nella «storia del pensiero», come vuole il Russo), non poteva che condurre ad esiti infelicissimi, e non solo per i due diretti interessati.

Il disprezzo del Magistero infallibile

Il de Lubac e il Blondel convenivano soprattutto nel medesimo disprezzo del Magistero infallibile. E questo disprezzo appare evidente quando si riflette che essi dovettero sostenere (o più esattamente insinuare e diffondere più o meno clandestinamente, perché non le sostennero mai a viso aperto) le loro «novità» non contro una diversa scuola teologica, in materia opinabile, ma contro il Magistero della Chiesa, in materia nella quale esistevano un insegnamento costante e ripetute condanne dei Romani Pontefici.
Quando il Blondel, e sulla scia della sua «filosofia», il de Lubac consideravano il soprannaturale un'esigenza, un necessario perfezionamento della natura, che senza di esso verrebbe a trovarsi frustrata nelle sue aspirazioni essenziali, e quindi in uno stato anormale, e di conseguenza negavano che si possa ammettere, sia pure per ipotesi, uno «stato di natura pura», venivano a scontrarsi con la dottrina universale e costante della Chiesa sulla gratuità del soprannaturale: se il soprannaturale è necessario alla natura, non è più gratuito, ma dovuto e, se è dovuto alla natura, non è più soprannaturale, ma... naturale, ed infatti il naturalismo è il fondo reale del modernismo, così come della «nuova teologia».
La gratuità del soprannaturale è stata costantemente insegnata dalla Chiesa e da essa difesa contro gli errori di Baio e di Lutero, che a torto si appellavano anche loro, come il Blondel e il de Lubac, a Sant'Agostino. Contro il modernismo San Pio X aveva così ribadito la dottrina perenne della Chiesa:
«... siamo costretti a lamentarci gravemente che non mancano cattolici [e qui il padre de Tonquédec non poteva far a meno di pensare al Blondel], i quali benché rigettino la dottrina dell'immanenza come dottrina, pure se ne giovano per l'apologetica; e ciò fanno con sì poca cautela, da sembrare ammettere nella natura umana non pure una capacità od una contenienza per l'ordine soprannaturale, ciò che gli apologisti cattolici, colle debite restrizioni, dimostrarono sempre, ma una stretta e vera esigenza» (Pascendi).
Nella natura umana, dunque, il filosofo, l'apologista, il teologo cattolico non possono ammettere più di «una capacità od una contenienza» (potenza obbedienziale) a ricevere il soprannaturale. Oltrepassare questi limiti è smuovere, volenti o nolenti, una pietra fondamentale della teologia cattolica con conseguente rovina di tutto il resto, come noi oggi vediamo, ché dal «soprannaturale» non più tale del Blondel e del de Lubac alla «svolta antropologica» e ai «cristiani anonimi» di Karl Rahner, all'indifferentismo religioso o «ecumenismo», all'irrilevanza della Chiesa ai fini della salvezza, il passo è davvero breve (v. sì sì no no 15 ottobre 1991 pp. 1 ss.).
La Pascendi è del 1907. Nel 1932 il Blondel, con evidente disprezzo del Magistero infallibile della Chiesa, sta ancora covando o, come lui dice, «maturando» la sua concezione eterodossa del soprannaturale. A sua volta, il de Lubac, esaltato quale modello di «ubbidienza» e di «fedeltà» alla Chiesa in occasione della sua morte (v. sì sì no no 15 ottobre 1991 pp. 1 ss.), con altrettanto evidente disprezzo del Magistero, lo incoraggia e fa del soprannaturale naturalizzato del Blondel il fondamento della sua «nuova teologia».
Allo stesso modo, quando il Blondel e il de Lubac affacciano e diffondono una «nuova» nozione di «verità», vitalista ed evoluzionista, sanno che questa nozione è stata condannata da San Pio X nella Pascendi (Dz. 2058 e 2080) e poi dal Sant'Offizio il 1° dicembre 1924 (v. sì sì no no 30 gennaio u.s.), ma proseguono imperturbabili nel loro erroneo cammino.

I «riformatori»

In realtà quel che colpisce nel Blondel e nel de Lubac è appunto il loro porsi come criterio indiscutibile di verità contro il secolare Magistero della Chiesa: la loro causa è la causa del «cristianesimo autentico» (Blondel al de Lubac 15 aprile 1945 e 16 marzo 1946 in A. Russo op. cit. pp. 307 e 309); essi sono gli artefici del ritorno alla «tradizione più autentica» (de Lubac in A. Russo op. cit. p. 373), coloro che hanno ridato vita all'«antica dottrina» (ivi), dalla quale, per loro, il «pensiero cristiano» – e necessariamente il Magistero della Chiesa – avrebbero deviato per secoli, il che è «assurda cosa e alla Chiesa stessa al sommo oltraggiosa» (Gregorio XVI, Mirari vos).
San Pio X nella Pascendi ha ben descritto la coscienza falsata dei modernisti, che gli toglieva ogni speranza sul loro ravvedimento:
«Ciò che loro si ascrive a colpa, essi sì, l'hanno per sacrosanto dovere... Li biasimi pure l'autorità, la coscienza del dovere li sostiene [...]. E così continuano il loro cammino, continuano benché ripresi e condannati, nascondendo un'incredibile audacia col velo di un'apparente umiltà. Piegano fintamente il capo; ma la mano e la mente proseguono con più ardimento il loro lavoro. E così essi operano scientemente e volenterosamente: sì perché è loro regola che l'autorità deve essere spinta, non rovesciata; sì, perché hanno bisogno di non uscire dalla cerchia della Chiesa, per poter cambiare a poco a poco la coscienza collettiva» (Pascendi). E ancora:
«Fanno meraviglie costoro, perché Noi li annoveriamo fra i nemici della Chiesa; ma non potrà stupirsene chiunque, poste da parte le intenzioni di cui solo Dio è giudice, si faccia ad esaminare le loro dottrine [e il criterio oggettivo per giudicare] e la loro maniera di parlare e di operare. Per verità non si allontana dal vero chi li ritenga per nemici della Chiesa i più dannosi» (ivi).

L'arma del disprezzo e della denigrazione

Il de Lubac, come il Blondel (v. sì sì no no 31 gennaio u.s.), usò sistemi da modernista per non scoprirsi eccessivamente al fine di «non uscire dalla cerchia della Chiesa per poter cambiare a poco a poco la coscienza collettiva» (San Pio X, Pascendi). Ciononostante, i grandi teologi tomisti videro subito dove andavano a parare le «novità» da lui cautamente e copertamente affacciate. Immediatamente il futuro card. Journet, forte della sua formazione tomista, segnala che «il padre de Lubac non arriva più a distinguere la filosofia dalla teologia» (Memoria cit. p. 7) ovvero il naturale dal soprannaturale, e successivamente avverte in lui un «fideista» (ivi, p. 20).
Al de Lubac non fu difficile raggirare l'«eccellente» Charles Journet (ivi pp. 7 e 20), ma non fu così con gli altri. Alle loro argomentazioni opporrà allora l'arma del disprezzo e della denigrazione.
Nel 1946 il padre Garrigou-Lagrange lancia il suo grave avvertimento: «Dove va la nouvelle théologie? Ritorna al modernismo», perché per il Blondel e per i «nuovi teologi» «il vero non è più ciò che è, ma ciò che diviene e cambia continuamente» e questo «conduce al relativismo più completo» (La nouvelle théologie... cit.). Inoltre con una lettera personale il grande teologo domenicano richiama il Blondel, ormai avanti negli anni, alla sua responsabilità dinanzi a Dio. Invano. Il de Lubac «utilizza» le lettere per «screditare l'autore» (A. Russo op. cit.; v. sì sì no no cit.) ed interviene prontamente a rassicurare l'inquieto Blondel:
«La lettera che [il padre Garrigou-Lagrange] vi ha inviato si spiega con il dispetto [ognun dal suo cuor l'altrui misura!] per essersi visto rifiutare un articolo dalla stessa Revue thomiste! Egli non è solo lo spirito angusto che noi sapevamo: egli sta divenendo un vero maniaco; da alcuni mesi sta fabbricandosi uno spettro di eresia, per darsi la soddisfazione di salvare l'ortodossia. Egli fa appello al senso comune, ma è proprio lui che non ha più buon senso. Ciò che gli si potrebbe rispondere è che il fatto di appartenere ad un Ordine che ha per motto "Veritas" non gli conferisce nessun carisma d'infallibilità [...]. Voi non siete responsabile di nessuna delle deviazioni teologiche che egli immagina.
In questo momento c'è un forte attacco integrista, denunce e pettegolezzi di ogni genere confluiscono nella camera del padre Garrigou-Lagrange...» (cit. da A. Russo op. cit. pp. 354 s.; traduzione della n. r.).
E il 28 luglio 1948 giungerà a parlare di «vedute semplicistiche sull'assoluto della verità» nel padre Garrigou-Lagrange («ses vues simplicistes sur l'absolu de la vérité», ivi p. 356).
Senonché il 17/9/1946 Pio XII, intervenendo personalmente nella questione, aveva esposto identiche «vedute semplicistiche», che sono state sempre della Chiesa, sull'assoluto della verità. Ai Padri della Compagnia di Gesù, in un'allocuzione che fece scalpore, aveva espresso il suo parere su una ventilata «nuova teologia, che si evolve insieme con l'evolversi continuo di tutte le cose, semper itura, numquam perventura, sempre in cammino verso la verità senza mai raggiungere la meta». «Se una tale opinione – aveva ammonito il Santo Padre – dovesse essere abbracciata, che ne sarebbe mai dell'immutabilità dei dogmi, che ne sarebbe dell'unità e stabilità della fede?» (Acta Apostolicae Sedis, 38, 1946 p. 385).
L'ammonimento era caduto nel vuoto. E nel vuoto cadrà per il de Lubac (il Blondel intanto era morto) anche l'Humani Generis (1950), che ribadisce l'immutabilità del vero e condanna la «nuova teologia del soprannaturale» del de Lubac: «Mi sembra – scrive questi della grande Enciclica – come molti altri documenti ecclesiastici, molto unilaterale; ciò non mi ha meravigliato: è un po' la legge di questo genere. Ma io non vi ho letto niente che mi colpisse» (Memoria... cit. p. 240). E alle critiche stringenti e luminose dei suoi grandi oppositori (Garrigou-Lagrange, Labourdette, Cordovani, de Tonquédec, Boyer ecc.) continuerà a rispondere con il disprezzo e la denigrazione:
«Sono stato attaccato, è vero – scrive al suo provinciale il 1° luglio 1950 – da alcuni teologi (in genere abbastanza poco stimati [sic!], a causa della loro notoria ignoranza [sic!] della tradizione cattolica o per qualche altro motivo)» (Memoria... cit. p. 210) e più avanti parla di «critiche ostinate» di un «gruppetto accanito». (È il sistema tuttora usato da «quelli che pensano di aver vinto»: si veda la tanto ingiuriosa quanto ingiusta caricatura che del padre Garrigou-Lagrange offre in Vaticano II – Bilancio e Prospettive il padre Martina S.J., che riserva un trattamento analogo anche a Pio IX).
Identico sistema «trasversale» usa il de Lubac per i suoi compagni dei quali si fa difensore: Teilhard de Chardin S.J., il quale fa teologia attraverso la scienza così come il de Lubac fa teologia attraverso la storia, è criticato per i suoi errori teologici? Il de Lubac avverte che la colpa è dell'«ignoranza dei suoi critici sullo stato attuale della scienza [sic!] e dei problemi che ne derivano»! (pro-memoria ai superiori del 6 marzo 1947 in Memoria... cit. p. 178).

La crisi postconciliare e l'«esame di coscienza» del de Lubac

Né i moniti e le condanne dei Romani Pontefici né le argomentazioni dei suoi grandi avversari scalfiscono in de Lubac la sua sicurezza di «riformatore».
Per incrinare tanta sicurezza ci vorrà lo spaventoso disastro del post-concilio.
Dello stato d'animo del de Lubac (e del von Balthasar) si farà eco fedele – ne riparleremo – Paolo VI nel celebre discorso del 30 giugno 1972 sul «fumo di satana nel tempio di Dio», che è anche la confessione di un'illusione lungamente coltivata ed ostinatamente perseguita:
«Si credeva che dopo il concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio».
L'impossibilità di cavalcare la tigre della contestazione scatenata, il disastro, che smentisce le rosee illusioni dei «riformatori», costringono il de Lubac ad un «esame di coscienza», che egli registra nella citata Memoria intorno alle mie opere. Siamo, però, ben lontani da una conversione. Egli ammette tutt'al più che «questa epoca non è meno [sic!] soggetta agli smarrimenti, ai passi falsi, alle illusioni, agli assalti dello spirito del male» e continua:
«Quello che io percepisco oggi di questi assalti non mi fa maledire la mia epoca, ma mi spinge a chiedermi: non avrei fatto meglio, considerando più seriamente fin dall'inizio il mio carattere di credente, il mio ruolo di prete e di membro di un Ordine apostolico, insomma, la mia vocazione, a concentrare maggiormente, con maggiore decisione, il mio lavoro intellettuale proprio sul centro della fede e della vita cristiana, invece di disperderlo su campi più o meno periferici, secondo i miei gusti o secondo l'attualità? [...] Non mi sarei preparato in questo modo ad intervenire, con un po' più di competenza e soprattutto di autorità morale, nel grande dibattito spirituale della nostra generazione? Non sarei in questo momento un po' meno sprovveduto per illuminare gli uni e incoraggiare gli altri?». Ed ancora: «Da sette o otto anni sono paralizzato dalla paura di affrontare di petto, in modo concreto, i problemi essenziali nella loro scottante attualità. È stata saggezza o debolezza? Ho avuto ragione o torto? [...] Non sarei apparentemente finito, mio malgrado, nel clan integrista che mi fa orrore?» (pp. 389 ss.).
Tra i tanti dubbi, uno solo sembra non aver mai sfiorato la coscienza del de Lubac e cioè che quell'«integrismo», il cui «orrore» lo paralizzava, altro non era che fedeltà all'ortodossia cattolica fedelmente ed infallibilmente custodita dalla Chiesa e da lui disprezzata, per disperdersi in «campi più o meno periferici, secondo i suoi gusti o secondo l'attualità», pretendendo poi – quel che è peggio – di essere «maestro» nella Chiesa senza esserne mai stato discepolo:
«Oh! veramente ciechi e conduttori di ciechi, che, gonfi del superbo nome di scienza, vaneggiano fino al segno di pervertire l'eterno concetto di verità e il genuino sentimento religioso: spacciando un nuovo sistema, col quale tratti da una sfrontata e sfrenata smania di novità, non cercano la verità dove certamente si trova; e disprezzate le sante ed apostoliche tradizioni, si attaccano a dottrine vuote, futili, incerte, riprovate dalla Chiesa, e con esse, uomini stoltissimi si credono di puntellare e sostenere la stessa verità» (San Pio X, Pascendi, citazione dalla Singulari Nos di Gregorio XVI).
(continua)
Hirpinus  

Leggi anche gli altri articoli della serie:
Quelli che pensano di aver vinto
1. Il trionfo della setta modernista
Quelli che pensano di aver vinto 2. Vera e falsa restaurazione     
Quelli che pensano di aver vinto 3. La "nuova" filosofia di M. Blondel 

 

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